NAPOLI/ De Magistris? Quel che rimane della “rivoluzione” arancione

- Alfonso Ruffo

Cosa rimane della rivoluzioe arancione che ha portato De Magistris alla guida di Napoli? Secondo ALFONSO RUFFO una buona dose di massimalismo utile e concretezza quando serve

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Non era preparato a vincere. Si era infatti iscritto alla gara per diventare sindaco con l’obiettivo di dimostrare di valere almeno il doppio dei voti del suo partito di appartenenza, l’Italia dei Valori, e insidiare sul piano nazionale la leadership traballante del suo capo Antonio Di Pietro. Ma grazie alla controversa candidatura di Gianni Lettieri nel Pdl e al suicidio del Pd, che ha messo in campo il carneade Mario Morcone dopo che i campioncini Umberto Ranieri e Andrea Cozzolino si erano fatti vicendevolmente fuori alle primarie, Luigi de Magistris si è trovato di fronte al problema senza soluzione di governare Napoli e i napoletani.

Con 264.730 preferenze, il 65 del 50,57 per cento degli aventi diritto al voto recatisi alle urne per il ballottaggio, l’eurodeputato uscente e già ex pubblico ministero si ritrovava dove non avrebbe pensato e forse neppure sperato. Programma leggero, squadra improvvisata, grandi attese. De Magistris sfonda promettendo di scassare gli equilibri costituiti in una città già scassata di per sé. Ma lo slogan piace, tant’era l’insoddisfazione per le precedenti gestioni, e una marea di nuovi supporter si aggiunge agli originali essendo a Napoli sempre viva l’abitudine citata da Flaiano di andare in soccorso dei vincitori. Il neo sindaco non ha esperienza amministrativa ma dimostra di possedere fiuto politico. Decide di collegare il suo nome a un’opera notevole e chiude il lungomare alle automobili come un suo noto predecessore, Antonio Bassolino, aveva chiuso piazza del Plebiscito. Su questo esperimento e le sue implicazioni sull’economia del luogo si sta ancora discutendo.

In discussione ci sono anche i risvolti della famosa Coppa America che tanto Coppa America non è dal momento che a Napoli si sono disputate regate di seconda importanza. Ma il risvolto pubblicitario c’è stato e comunque si è applaudito alla volontà di fare e mettere in moto una macchina da molto tempo ferma e incapace di decidere. Resta irrisolto il problema del trattamento dei rifiuti – la tomba politica di Bassolino che fino alla crisi dell’immondizia aveva governato da vicere – in quanto mai e poi mai la rivoluzione arancione, il colore della nuova giunta, potrebbe accettare di accogliere in città un termovalorizzatore come invece ritenuto necessario dalla Regione e da molti altri soggetti.

La spazzatura, dunque, viaggia per nave e raggiunge mete lontane in Olanda e Germania dove si trasforma in ricchezza. A Napoli regge l’utopia della raccolta porta a porta anche se i risultati indurrebbero a un ripensamento. Nell’azienda municipale si assiste a un rovesciamento di presidente: Raffaele Del Giudice al posto di Raphael Rossi. Non è l’unico cambio di casacca della nuova era. Molto più scalpore reca l’uscita dalla giunta del pubblico ministero Giuseppe Narducci chiamato da de Magistris a vigilare sulla legalità degli atti. Ma un esercizio troppo formale della funzione e forse un allargamento non richiesto delle competenze rompe un sodalizio e forse anche un’amicizia.

Il feeling con la città resiste, complice la mancanza di alternative credibili, anche perché alle esternazioni roboanti buone a tenere contento il popolo arancione de Magistris accompagna una pragmatica sensibilità ai temi dello sviluppo del territorio come quello della cosiddetta “insula” proposto dal geniale gestore del patrimonio comunale, Alfredo Romeo. Insomma, una buona dose di massimalismo utile e concretezza quando serve. Una crescente affezione alla poltrona conquistata con stupore e l’allerta costante per il quadro nazionale dove vorrebbe e potrebbe giocare un ruolo da primario nel quadro di un centro sinistra perennemente in cerca di autori.

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