POLITICA/ Vittadini: il coraggio di ricominciare

- Giorgio Vittadini

Una nuova occasione per l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, che si riunisce per un incontro al Meeting di Rimini. GIORGIO VITTADINI rilancia i suoi componenti: c’è molto da fare

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Immagine di archivio

Come ogni anno, il prossimo Meeting di Rimini ospiterà un incontro dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà: ma i suoi protagonisti credono veramente che tale realtà, oltre che a qualche importante iniziativa culturale possa dare un reale contributo anche all’azione politica? Quando, nel Meeting dello scorso anno, due esponenti di opposti schieramenti, l’on. Lupi, vicepresidente della Camera (Pdl) e l’on. Letta, vice segretario del Pd, protagonisti dell’Intergruppo, avevano partecipato ad un incontro insieme al presidente della Repubblica Napolitano, si sperava che questo stesse avvenendo.

L’autunno ha poi coltivato l’illusione: caduto Berlusconi, molti esponenti dell’Intergruppo sono stati determinanti nell’evitare le elezioni anticipate e nello spingere i rispettivi schieramenti ad appoggiare la svolta di Monti (governo di unità nazionale più che tecnico). Il sostegno al governo Monti poteva essere l’occasione per un lavoro comune di lungo periodo per riforme condivise, prodromo di un nuovo patto costituzionale tra riformisti disposti a rompere con gli estremismi politici e mediatici dei loro stessi schieramenti. A distanza di mesi, tutto questo inizio di novità è già finito? Gli esponenti riformisti del centrodestra accolgono, apparentemente entusiasti, la ricandidatura del loro vecchio leader.

Sembrano dimenticare che il governo da lui guidato ha sprecato in questa legislatura la grande occasione di attuare una svolta liberale sussidiaria grazie alla più ampia maggioranza accordata dagli italiani dal dopoguerra. Infatti ha attuato nella scuola e nell’università provvedimenti statalisti, pur avendo molto annunciato non ha fatto nulla nella giustizia, non ha ridotto la spesa pubblica corrente e per molto tempo non è stato preciso sui conti pubblici, non ha favorito con provvedimenti selettivi, come avrebbe dovuto, chi investe, occupa, esporta, ha attuato provvedimenti demagogici come il discutibilissimo salvataggio dell’Alitalia.

Infine si è suicidato con risse interne. D’altra parte, le premesse non erano delle migliori se si pensava, nella logica perversa della seconda Repubblica, che un uomo solo al comando potesse quasi magicamente risolvere i problemi dell’Italia non dando la giusta importanza al ruolo del Parlamento, reclutando dall’alto il personale politico, spesso con logiche ben lontane da competenza e spirito ideale, diffidando altrettanto spesso da persone critiche e competenti.

Visto che nessun cambiamento basato sui programmi di cui si parlava al Meeting 2011 e nei seminari culturali dell’Intergruppo è stato neanche abbozzato, perché in futuro dovrebbe andare diversamente? Il silenzio degli esponenti di centrodestra dell’Intergruppo, il loro non obiettare rispetto a questo ritorno al passato rischia di accomunarli definitivamente a leader e dirigenti a cui la gente che sperava nella svolta liberal-sussidiaria non può più ragionevolmente credere. 

Dagli esponenti riformisti dell’Intergruppo del centrosinistra ci si aspettava una inversione di tendenza rispetto ai gravissimi errori commessi dal loro schieramento nella seconda repubblica: l’abbandono del garantismo per un appoggio supino al giustizialismo, connivente con palesi violazioni delle leggi vigenti a riguardo di intercettazioni telefoniche, carcerazione preventiva e inchieste mosse per fini politici; il sostegno a un’ideologia vetero-statalista-clientelare e, nello stesso tempo, l’appoggio a oligopoli privati che hanno depredato i beni dello Stato con le privatizzazioni; la delega del pensiero a intellettuali sostenitori della finanziarizzazione dell’economia e dell’aumento della spesa pubblica. Invece stanno anche loro palesemente appoggiando un sedicente fronte popolare che in realtà è uno schieramento eterogeneo che continua a proporre i pessimi contenuti sopra menzionati e rischia quindi di affossare definitivamente il nostro Paese se finisse per governarlo. 

Il quadro è fosco e purtroppo realista: ma potrebbe non essere troppo tardi per una inversione di tendenza favorita dagli “intergruppisti” di entrambe la parti. Potrebbe non essere troppo tardi per opporsi ai politici senza cursus honorum, senza radicamento popolare, senza nobili ideali; ai giustizialisti; ai fautori della spesa pubblica clientelare e a quelli del liberismo selvaggio. Decretata la fine del bipolarismo della seconda Repubblica, rissoso e inconcludente, non è ancora troppo tardi per costruire insieme programmi che favoriscano libertà, intrapresa,  sussidiarietà e solidarietà nella scuola, nell’università, nella sanità, nell’assistenza, nel mercato del lavoro, nell’impresa e possono divenire contenuti di azione di un governo bipartisan. Questo potrebbe voler dire rompere con parte dei rispettivi gruppi dirigenti, ma meglio perdere la cadrega che la dignità.

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