VITTADINI/ 9. Farina (Pdl): una spinta a non contemplare il proprio ombelico

- Renato Farina

RENATO FARINA risponde all’articolo sull’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà scritto da Giorgio Vittadini e ne sottolinea la “distanza critica” propria di un amico

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Renato Farina

Caro direttore,

Dopo un po’ di giorni comincio a capire. La lettera che Giorgio Vittadini ha scritto a ciascuno di noi parlamentari impegnati nell’Intergruppo per la Sussidiarietà è proprio espressione di quella “distanza critica” con cui un amico guarda al lavoro di altri amici. Distanza critica non significa affatto lontananza, ma giudizio, perciò condivisione, coinvolgimento. Ecco: vuol dire comunione. La frase di don Giussani riferita ai politici-fratelli (l’appartenenza alla fraternità non è sospesa da una vocazione, fosse pure quella del fare i deputati) l’ho equivocata per troppo tempo. Da una parte non è alibi per mettersi sopra e vedere l’agitarsi di onorevoli e presidenti come fossero formiche di un altro pianeta. Dall’altra non è il permesso per la libera uscita dai vincoli del battesimo che ci fa una sola cosa. Ma è la distanza della memoria. Cioè è la distanza paolina dell’amore: gareggiate in stima vicendevole; che ne avete fatto del carisma? L’avete speso per vostri scopi, o per posare il mattone della casa comune?

Personalmente sono stato scagliato nella politica dalle vicende della vita. Mi sento inviato. Ho trovato questa formula fulminante di Joseph Ratzinger, che egli definisce tardo-ebraica, e perciò parte della mentalità di Gesù Cristo: “L’inviato di un uomo è come fosse lui stesso” (Introduzione al Cristianesimo, pag. 178). A me piace essere considerato “lui stesso” rispetto a chi (assai più profondamente dei ghirigori di liste bloccate eccetera) debbo rappresentare. Mi è stato messo un talento in mano, che non è mio.

Per farla corta: Vittadini è durissimo. Ma è la “mia” voce. Ed è una voce di delusione estrema. Che cosa ne avete fatto delle vostre promesse, balenate in modo impressionante l’anno scorso al Meeting? È inutile tirare la palla in tribuna. Dire: l’Intergruppo non è un partito, non può esserlo, non è nato per questo, dunque al diavolo, noi andiamo avanti con le nostre proposte bipartisan basate sul principio della sussidiarietà, delle quali qualcuna va in porto (il 5 per mille, finalmente sottratto alle trattative estenuanti anni per anno), qualche altra (la legge per il lavoro dei detenuti) è di fatto apprezzata, ma bloccata eccetera. 

Napolitano al Meeting 2011 ha intuito qualcosa di più decisivo di questi spiccioli nell’amicizia operosa che ha avuto il suo culmine espressivo della presenza accanto a lui di Lupi e Letta: vi ha visto la chiave di una ripresa della politica riformatrice, il germoglio fiorito della resistenza al furore dell’antipolitica. Ciascuno nel suo partito, eppure insieme. La forma? Be’ quello toccava a noi. Manca qualcosa, manca un quid, per dirla alla Berlusconi.
Insieme però all’amarezza, leggo nella prosa di Vittadini una spinta a non contemplare il proprio ombelico dicendo che è bello. Il coraggio di ricominciare! Si ricomincia non con la volontà, come i titani. Non si ricomincia  mai da zero, ma da qualcosa che è dato: da un’esperienza. E l’esperienza dell’Intergruppo è – si scusi l’immagine romantica – una radura nella giungla della politica.

Il rischio qual è? Che poi tocca uscire dalla radura, e non si faccia nulla per cambiare la vita della giungla, salvo una forma di gentilezza. Si va in Parlamento e nelle riunioni di partito, ma le proposte maturate ed espresse all’Intergruppo sono trattate come le cose dei bravi ragazzi e noi le si usi come pennacchi per la parata. Noi sappiamo che lì c’è la verità della politica, perché c’è la verità dell’umano. Ma è come se preservassimo dalla lotta quotidiana questo tesoro. Una specie di repertorio di buone opere conservate in salamoia, da mostrare alla gente per dire: abbiamo detto, fatto, siamo bravi belli e forse persino fotomodelli (io no) della politica del dì che verrà. Intanto abbiate pazienza. Adesso dobbiamo scannarci pro o contro Berlusconi e Bersani eccetera, perché la politica è (Formica dixit) “sangue e merda”. Con le riunioni di partito a cui se vai che noia, e se non ti invitano che tragedia.

E allora? Che compito abbiamo? Piccola analisi. Esiste una fortissima crisi della rappresentanza, che è il vero guaio della politica. Il disastro morale di cui parla il Papa (e non buttiamo via la parola “morale”, non lasciamola in balìa dei moralisti) è la rottura del rapporto tra l’io e il senso religioso, la privatizzazione e perciò l’insignificanza del “quaerere Deum” di san Benedetto sostituita con la caccia al potere. Questo a ogni livello micro e macro, familiare e sociale. In politica questo si palesa con  la rinuncia programmatica alla possibilità di perseguire il bene comune (Tommaso) per conquistare il dominio della “volontà generale” (Rousseau). Non sono teorie: è la descrizione della guerra civile ancora senza sangue che coinvolge oggi l’Italia (e l’Europa).

Quale risposta? È un lavoro, un cammino. La questione è quella della persona, e guai a ridurla a slogan. Ciascuno (io!) è chiamato al Tribunale (ahi), ma non quello del Palazzo di Giustizia di Milano, bensì quello evocato da Pietro davanti al Sinedrio: “È meglio obbedire a Dio che agli uomini”. Io non vedo nessun Dio e nessun Tribunale al di fuori dalla fraterna e dura amicizia espressa dalla richiesta di Vittadini e di tanti che si sono sentiti “narrati” dal suo articolo. Il tempo del Meeting è una fortissima occasione per ricominciare. Lì a noi dell’Intergruppo tocca non tanto e non solo presentarci orgogliosi o abbacchiati, ma da uomini tra uomini, rimettendo in gioco il nostro io e perciò il noi, senza cui siamo meno che paglia in agosto.

Mi rovescio in testa l’avverbio fatale: ma “concretamente” che vuol dire? Mi sento parecchio nudo. Io quello che posso mettere sul tavolo comune, come prove per il Tribunale, sono le mie visite nelle carceri, il battere il martello della libertà religiosa in qualunque ambito sia possibile. Nell’Intergruppo queste mie minime opere, condivise soprattutto con Alessia Mosca, trovano accoglienza e sostegno; così come la geniale passione per il lavoro e le imprese di Vignali in complicità con Cazzola, De Micheli e Treu; la tenacia di Toccafondi per i finanziamenti alle scuole libere; la forza di Lupi nel trovare le strade per affermare queste proposte dinanzi alle sordità di partiti e governo che trova sponde in Alfano, Letta, Chiti e Sposetti; il lavoro diuturno di Forlani per trasferire la cultura della sussidiarietà in Parlamento e in scuole per i ragazzi; il coraggio sui temi della famiglia di Saltamartini e Vaccaro.

Mio Dio, mi sono messo di nuovo a esibire la mercanzia dell’Intergruppo? Forse no. Mi accorgo che mentre scrivevo, prima che alle opere, pensavo a dei volti, a delle persone. Stavolta ho parlato di persone. La questione è questa. La persona. Anche quella dei politici. Il quid messo finora in ombra è proprio questo, mica poco. Santa Caterina da Siena mi è stato insegnato dicesse: “Se sarete quello che dovete essere incendierete il mondo”. Se saremo persone consapevoli della nostra umanità, e cioè alla fine “inviati” (vedi sopra), magari non incendieremo il mondo,  non subito almeno, ma daremmo più luce a questo oscuro teatro politico.

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