SCENARIO/ Ostellino: il governo tecnico? Un “gioco” di poteri forti e Pm

PIERO OSTELLINO spiega perché alcuni comportamenti che non sarebbero mai stati consentiti al governo Berlusconi, con l’esecutivo tecnico passino completamente inosservati

08.07.2012 - int. Piero Ostellino
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Mario Monti (Infophoto)

Cosa sarebbe mai accaduto ad un ministro del governo Berlusconi che fosse stato sospettato di aver beneficiato della sua posizione per, tanto per dirne una, comprare una casa con vista Colosseo ad un prezzo decisamente inferiore al suo valore? Ovviamente, non gliel’avrebbero fatta passare liscia. E a Scajola, infatti, non la fecero passare liscia. Tutti ricorderanno la vicenda della casa pagata “a sua insaputa”, e il fuoco mediatico conseguente che lo obbligò alle dimissioni da ministro dello Sviluppo economico. Ma erano altri tempi, si dirà. Macché. Sulle pagine del Corriere della Sera, Piero Ostellino ricorda che un ministro in carica dell’attuale governo tecnico – di cui non facciamo il nome per carità di Patria – ha comprato una casa a «prezzo d’affezione» in zona Colosseo. Non solo. Siccome l’abitazione si trova su un terreno dichiarato a rischio sismico, ha fatto ricorso contro il pagamento dell’Imu. E ha vinto. Stesso comportamento, ma un trattamento diverso. «Il giornalismo italiano è tra i peggiori e più servili al mondo. Dopo aver deciso che Berlusconi non gli andava più bene, ha dato vita alla più straordinaria operazione di marketing che sia mai stata fatta per un governo. Ogni volta che qualcuno dei suoi ministri va a Bruxelles, infatti, qualunque cosa succeda, tutti i giornali si affrettano a celebrare il successo dell’Italia e dell’Europa», spiega a ilSussidiario.net l’ex direttore del Corriere della Sera.

Del resto, cosa sarebbe accaduto se Berlusconi avesse tentato di privare il Cda Rai dei suoi poteri, delegandoli al presidente nominato dal ministero dell’Economia (come intende fare Monti con Anna Maria Tarantola)?

Sarebbe scoppiato un putiferio. Non glielo avrebbero mai lasciato fare. Del resto, c’era, allora, un’opposizione forte che gli ha sempre negato la legittimità a governare. Resta il fatto che tutto ciò che non veniva consentito a un governo democratico viene, oggi, concesso a un governo tecnico. In fondo, la sospensione della democrazia, nel nostro Paese, sta proprio in questo.

Tale sospensione è destinata a durare?

Non credo che la democrazia, per quanto di per sé sia già molto fragile, sarà cancellata da questo governo. Tuttavia, stanno prevalendo delle concezioni tecnocratiche che permettono alla burocrazia di subentrare alla politica. Se il processo durerà o meno dipende dai partiti che che sostengono Monti. Non si capisce, tuttavia, perché, in particolare il Pdl, il cui elettorato – il ceto medio – è stato letteralmente massacrato, continui ad appoggiare l’esecutivo.

Lei che idea si è fatto?

Non vedo altra spiegazione se non l’interesse personale di Berlusconi. Il suo governo, dopo aver ottenuto la maggioranza in Parlamento sul programma di stabilità finanziaria ed economica, si è dimesso. Mi chiedo cosa sia successo nel frattempo. Il sospetto che Berlusconi sia stato ricattato sorge spontaneo.

Su cosa?

Sul destino delle proprie aziende. Tanto più che, in un Paese ove la magistratura è quello che è, i processi sono facilmente orientabili per finalità politiche.

Da chi sarebbe provenuto il ricatto?

Da chi ha promosso la soluzione del governo tecnico. Non mi riferisco necessariamente al presidente della Repubblica che tale soluzione si è limitato ad attuarla. Ma a quella parte dell’establishment che aveva deciso che fosse giunto il tempo, per Berlusconi, di andarsene. Sia bene chiaro: io non l’ho mai votato né sostenuto e spesso non gli ho lesinato le mie critiche. Sta di fatto che si reggeva su una maggioranza espressa dagli italiani.

A chi si riferisce quando parla di establishment?

All’apparato burocratico-amministrativo italiano. Che, in fondo, è quello che ci governa. Qualsiasi esecutivo che non gli sia gradito è destinato alla paralisi per il semplice fatto che tale apparato è in grado di non far giungere sul tavolo dei ministri in carica i dati di cui devono disporre per poter decidere e agire. A tutto ciò  si aggiungono i cosiddetti poteri forti: le banche e il mondo dell’industria.

Non crede che più dei poteri forti italiani abbiano pesato quelli europei?

Non credo. Semplicemente, viviamo in contesto culturale in cui prevale la convinzione che l’Unione europea abbia il compito di risolvere i problemi che i Paesi poco virtuosi non sono in grado di risolvere da soli.  Il nocciolo della questione, tuttavia, non consiste nel devolvere quote di sovranità, ma di accedere ad una sovranità superiore.

Cosa intende?

Mi riferisco alla strada percorsa dagli Stati Uniti. Ove si realizzò una composizione mediante un patto tra Stati che consentì a ciascuno di mantenere quote significative di sovranità. Abbiamo, inoltre, l’esempio della Confederazione Elvetica. Qui, invece, si intende trasformare l’Europa in un nuovo Stato, con i difetti di quelli tradizionali – burocratici e dirigisti – per sostituire la politica con la tecnocrazia di Bruxelles. Non è la strada giusta, né per costruire l’Europa, né per tutelare le singole Nazioni. Tanto più che le soluzioni tecnocratiche sono tutt’altro che in grado di rispondere alle esigenze più impellenti.

A proposito, come valuta la spending review messa a punto dal governo? Chi la critica afferma che si tratti dei classici tagli lineari chiamati con altro nome…

Non sono scandalizzato tanto dai tagli lineari quanto dal fatto che ci stanno vendendo dei tagli da 4,5 miliardi di euro come la soluzione al problema di un debito da 2mila miliardi di euro. Non si rendono conto che, così, ci impiegheranno 200 anni? Oltretutto, ad oggi, non è stato mosso un dito per mettere a punto le uniche due misure per le quali si pensava che questo esecutivo fosse stato nominato. Ovvero, la radicale semplificazione legislativa e amministrativa, e la riforma della giustizia. I due elementi che maggiormente dissuadono gli operatori stranieri dall’investire nel nostro Paese.

 

(Paolo Nessi)

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