LEGA NORD/ Quelle epurazioni maroniane che sanno tanto di scissione

- Anselmo Del Duca

Il licenziamento a Ferragosto della portavoce di Reguzzoni, il capogruppo bossiano sostituito in primavera dal maroniano Dozzo, riapre lo scontro interno alla Lega. ANSELMO DEL DUCA

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Maroni e Reguzzoni (Infophoto)

A volte basta un granello di polvere per bloccare un ingranaggio. O un sassolino per avviare una valanga. È quello che potrebbe avvenire dentro la Lega, dove la resa dei conti fra maroniani e bossiani potrebbe cominciare con un licenziamento all’ufficio stampa del gruppo parlamentare alla Camera.

Casus belli il licenziamento a Ferragosto di Alessia Quiriconi, rea di essere stata la portavoce di Marco Reguzzoni, il capogruppo bossiano sostituito in primavera dal maroniano Giampaolo Dozzo. La Quiriconi non è una militante vera e propria, ma aveva lavorato per quasi dieci anni con Reguzzoni prima di approdare alla Camera nel 2010. Seria e apprezzata sia dai parlamentari che dai colleghi, aveva capito di avere i giorni contati dopo un altro licenziamento all’ufficio stampa, quello avvenuto a luglio di Giulia Macchi, lei si militante del Caroccio e anzi consigliere comunale in un centro del Milanese. “Cessazione del rapporto fiduciario”, la sibillina motivazione in entrambi i casi.

I due contratti sarebbero scaduti fra sei mesi, al termine della legislatura, e questo aumenta l’impressione che siano partite le purghe nei confronti dei bossiani. A dirlo chiaro per primo è stato un leghista di lungo corso come Giacomo Chiappori, che ha chiesto pubblicamente conto a Dozzo della sua lettera di licenziamento. “A settembre, alla riapertura dei lavori parlamentari, dovrà dare delle spiegazioni a tutti noi”, ha dichiarato.

In transatlantico alla Camera prima della pausa estiva in tanti hanno sentito Chiappori dire dopo il congresso di aver deciso di non ricandidarsi e quindi di non avere alcuna intenzione di accettare una lenta eutanasia. Il suo attacco frontale al quartier generale potrebbe smuovere le stagnanti acque del Carroccio e convincere chi sinora ha balbettato, mantenendo il suo dissenso sottotraccia per paura, una paura che si fa ogni giorno più concreta.

Pronti a seguire il richiamo di Chiappori potrebbero essere almeno una decina di parlamentari, che si stanno convincendo di non avere alcuna speranza di ritornare a Roma la prossima primavera. E fra loro Paola Goisis, Marco Desiderati e Alberto Torazzi. E forse anche Marco Reguzzoni, sin qui rimasto defilato, ma grande avversario di Maroni, che si vantava aver espulso dal partito da segretario provinciale all’epoca del ribaltone del 1994.

Davanti ai bossiani, una volta definiti “cerchio magico” un’alternativa. O una rottura traumatica, una scissione, che riunisca le loro strade a quella di Rosy Mauro, oppure rimanere e puntare i piedi, formando una corrente. La seconda è l’ipotesi più probabile, a settembre se ne discuterà. L’idea è quella di vendere cara la pelle, di non lasciarsi marginalizzare dalla gestione maroniana senza opporre resistenza. Sin qui era stato Umberto Bossi a impedire ai suoi fedelissimi di coagulare il dissenso, ma questo veto potrebbe cadere presto.

“Qui ci fanno fuori ad uno ad uno”, ha detto uno dei parlamentari cerchisti. Ed è questo stillicidio che fa salire le quotazioni della nascita di una corrente, manca solo un nome efficace per renderla riconoscibile, come fu quello dei “barbari sognanti”, scippato dall’ex ministro dell’interno allo scrittore trestino d’inizio Novecento Scipio Slataper.

Viene da chiedersi quale sia la strategia che ha in testa il groppo dirigente varato da Bobo Maroni, se sia cioè felice o meno dell’ipotesi di una minoranza interna,  Viene anche da chiedersi se – all’opposto – non preferirebbe addirittura una scissione, così da azzerare il dissenso e avere mani liberi nella costruzione della sua Lega 2.0. “Chi non è d’accordo si accomodi fuori”, ha ripetuto più volte, ma sinora di espulsioni non se ne sono viste.

In parecchi incitano l’ex titolare del Viminale a proseguire spedito, lui per ora è parso prudente, anche se solo nei confronti di Bossi ha fatto mosse che evitassero la rottura, perché di un simbolo dei genere sente di avere ancora bisogno, non può permettersi di regalarlo agli avversari interni, perché sarebbe come firmare la propria condanna a morte.

Gli impegni di settembre saranno decisivi. Le ampolle alle sorgenti del Po sono ormai consegnate agli archivi, al massimo sarà Borghezio a fare una scampagnata a Pian del Re. E con l’ampolla finisce in soffitta anche il rito del raduno di Venezia. Ci sarà una festa in Veneto, ma non nella città lagunare.
Lui lavora ad organizzare gli Stati generali della Padania, il 28 ed il 29 settembre al Lingotto di Torino. Ci vorrebbe il meglio dell’economia delle regioni settentrionali, ha invitato anche il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi.

Sarà invitato anche il governo, se accetterà di partecipare. E intanto lancia dalla Sardegna – e non più da ponte di Legno la federazione dei movimenti autonomisti.
Ma la vera battaglia d’autunno della Lega sarà contro l’euro, nella speranza di trovare un modo per lanciare una consultazione referendaria contro la moneta unica europea. Strada tutta in salita, ma gli esperti sono al lavoro. Più politica, insomma, e meno identità. Bisogna vedere se questa ricetta piacerà alla base del Carroccio.

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