MANI PULITE/ Quello che le “rivelazioni” di Di Pietro non dicono

- Gianluigi Da Rold

Antonio Di Pietro, già pm di Mani pulite, ha rilasciato ieri una intervista a La Stampa in cui ripercorre i fatti di Tangentopoli. La lettura di GIANLUIGI DA ROLD

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Antonio Di Pietro (Infophoto)

Dice Antonio Di Pietro, attuale leader dell’ Italia dei valori, ma un tempo pubblico ministero “Nembo Kid” nell’inchiesta “mani pulite”, che “Dc e Psi e anche il Pci fossero partiti corrotti, in Italia lo sapevano tutti. In fondo Mani pulite fu solo la scoperta dell’acqua calda”. Lo afferma in una intervista a Mattia Feltri su La Stampa, il prestigioso quotidiano torinese che in questi giorni dedica pagine e ricordi sul “novantadue” italiano, sull’operazione “mani pulite” e il collasso della “prima repubblica”. Non solo con i ricordi dei protagonisti italiani, come appunto Antonio Di Pietro, ma anche attraverso le testimonianze di alcuni protagonisti americani, con un’intervista all’ex console americano di Milano, Peter Semler, e una vecchia conversazione con l’ex ambasciatore a Roma, Reginald Bartholomew, scomparso recentemente.

Lo scenario che emerge da queste ricostruzioni è abbastanza sbalorditivo. Se per Antonio Di Pietro la corruzione della “prima repubblica” fu solo la scoperta dell’acqua calda, non si capisce perché furono “liquidati”, definitivamente,  solo i cinque partiti democratici che formavano il governo (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) e non tutta la vecchia rappresentanza politica della “prima repubblica”. Da sinistra a destra, passando per alcune “ali intermedie”. Mentre invece a qualche partito, che sarebbe stato addirittura travolto dalla storia, non solo dalla corruzione e dall’ambiguità (eufemismo) dei rapporti a tutto campo con l’Unione Sovietica, il nemico ufficiale dell’Occidente, fu addirittura concesso di cambiare nome e di continuare a “predicare etica, questione morale e nuovi equilibri politici per un rinnovamento della politica italiana”. L’operazione riciclaggio avvenne per il Pci, per la sinistra democristiana  e per altri protagonisti della destra italiana, lasciando campo libero a nuovi protagonisti che emergevano e che presto, in alcuni casi, sarebbero stati presi di mira dalla magistratura.

Il meno che si possa pensare è che Di Pietro, da un lato coltivi una battaglia quasi personale con l’attuale Pd, l’erede del Pci,  per questioni elettorali, e dall’altro continui nella rivalutazione indiretta di Bettino Craxi. Fu infatti il leader socialista, in ben tre interventi, a sfidare tutti i deputati della Camera a dichiarare che nessun partito facesse ricorso al finanziamento illecito, denunciando così un sistema di corruzione diffusa che si doveva correggere e superare politicamente. E fu sempre Craxi che, nella sua lunga deposizione al processo sulla cosiddetta “maxi-tangente” Enimont, rispose con schiettezza, proprio al pm Di Pietro, che sapeva fin da quando era  ragazzo, “da quando portavo i pantaloni alla zuava” che la politica italiana si alimentava con un rapporto illegale con le grandi imprese private e quelle di Stato.

Detto questo, emerge per la prima volta apertamente una serie di fitti rapporti tra il Consolato americano di Milano, un pm di “mani pulite”, altri ambienti milanesi e l’ambasciata americana di Roma che deve addirittura fermare l’azione del Console americano per il suo interesse nell’inchiesta che si sta preparando e si sta già svolgendo. Spiega l’ex Console americano a Milano, Peter Semler, oggi pensionato benestante che ama il pianoforte, di aver saputo direttamente da Antonio Di Pietro, nel novembre del 1991, che presto sarebbe stato arrestato Mario Chiesa (17 febbraio 1992), e che quell’arresto avrebbe coinvolto Craxi, il Psi, la Dc, il pentapartito.

Insomma, il Console americano Semler, attraverso le confidenze di un magistrato dell’accusa del Tribunale di Milano, sapeva già tutto quello che sarebbe accaduto nella politica italiana. Forse era giustamente curioso Semler, perché confrontava quello che Di Pietro diceva a lui con le confidenze che gli arrivavano anche da altri ambienti. Semler era anche zelante e abbastanza “tifoso” della svolta che sarebbe avvenuta in Italia, Paese considerato sempre negli Stati Uniti “un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”.

La “rivelazione” pone alcune domande. La prima è: per quale ragione un pubblico ministero, un magistrato che dovrebbe osservare una certa riservatezza (si suppone), dovrebbe anticipare a un Console americano quello che sta avvenendo per via giudiziaria non solo a Milano ma nella politica italiana? La seconda questione è: perché Semler ha simpatizzato  così apertamente per Di Pietro, al punto da organizzargli, tramite Ambasciata e Dipartimento di Stato, un viaggio negli Stati Uniti? Di propaganda? Di contatti ad alto livello? Sarebbe interessante al proposito conoscere una risposta sincera e precisa…

Comunque, deve essere stato un “colpo di fulmine” quello nato tra Semler e Di Pietro, al punto di indurre il Console di Milano a sfidare l’orientamento dell’Ambasciata americana a Roma, tanto che l’ambasciatore Reginald Barholomew capisce che qualche cosa non quadra “nel Consolato americano di Milano”. Ricordava Bartholomew che c’era in Italia:  “Un pool di magistrati che, nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante, era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato”.

Sfruttando una visita in Italia del giudice della Suprema Corte degli Stati Uniti, Antonino Scalia, Bartholomew, preparò  un incontro con sette importanti giudici italiani per spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti della difesa da parte di “mani pulite”. Quest’ultima “rivelazione” non è né una primizia, né una novità. Che una parte della magistratura italiana e americana guardasse con sgomento all’inchiesta di “mani pulite”, non solo per gli sconquassi politici e istituzionali che provocava, ma soprattutto per il ricorso alla carcerazione preventiva e ai metodi “piuttosto sbrigativi” dell’inchiesta, è stato documentato tempo fa da un libro  “scomparso”. Si tratta di The italian guillottin, scritto da Stanton H. Burnett e da Luca Mantovani, ma mai apparso e tradotto in Italia. Forse superficiale in alcuni giudizi, ma abbastanza ben centrato sull’uso della carcerazione preventiva, ad esempio.

Tuttavia tante altre cose sono state dimenticate. I bilanci dei partiti, tutti falsi, approvati per anni dalla Camera. L’amnistia del 1989, che ha salvato molti protagonisti della politica italiana, anche di oggi. L’uso, ad esempio, di un conto corrente della Bank of Cyprus, filiale londinese, con il numero “ass 100203939/560” che dall’Unione Sovietica finiva alla fantomatica società Indra. Gli incroci societari di diversi personaggi e imprenditori italiani con la Germania di Pankow, la famosa Ddr di Ulbricht e Honecker. Tanti altri  fatti che il miliardo di lire (o chissà quale cifra) sperdutosi nelle stanze di Botteghe Oscure nell’affare Enimont appare come  una “mancia trascurabile”.

Il problema che si pone oggi, però, è diverso. E’ naturalmente importante ricostruire storicamente quel periodo e accertare una parte di verità nascosta. Ma è ancora più importante comprendere chi si sia mosso per ridurre l’Italia in questo stato di marginalità politica e probabilmente anche economica. Tutte le volte che si riparla del 1992 italiano si fa un riferimento al “Britannia”. La questione viene posta anche a Di Pietro. Ma l’impressione è che questo panfilo reale “Britannia” sia solo uno “specchietto per le allodole”. In realtà, il collasso della “prima repubblica” fu anche il collasso del sistema industriale italiano in un’economia mista, con una grande presenza dello Stato in settori strategici dell’economia. Fu nel periodo di “mani pulite” che si consumò,  frettolosamente e talvolta inspiegabilmente, un processo di privatizzazioni che non risolse i veri problemi del Paese. Fu in quel periodo che in prigione, attraverso la carcerazione preventiva, finirono tanti manager di Stato che venivano da ottime scuole di formazione, da grandi enti come Eni, Iri, Efim. Quelle privatizzazioni fatte in modo confuso, pasticciato, spesso in modo non trasparente (come ha recentemente documentato la Corte dei conti) fruttarono allo Stato italiano circa duecentomila miliardi di lire. Il fatto più strano di tutta quell’operazione fu che la percentuale dell’1 o forse dell’1,5% di quelle grandi operazioni di privatizzazione (fatte in fretta e furia) andò alle banche d’affari anglosassoni, soprattutto americane.

Come spiegava “gola profonda” a un cronista della Washington Post nel film di Alan Pakula Tutti gli uomini del presidente: “Segua la pista dei soldi “. Chissà che non sia un suggerimento utile anche per comprendere, in tutte le sue implicazioni, anche la famosa inchiesta di “mani pulite”.  Chissà che non si trovi un filo per comprendere quella stagione di “passione morale” che rivoltò come “un calzino l’Italia”. Usando, magari, quella “scoperta dell’acqua calda” nel momento giusto e al posto giusto. Piccolo particolare da aggiungere. Ma perché quella dichiarazione di Bartholomew, quasi in punto di morte, arriva dopo tanto tempo?

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