J’ACCUSE/ Perché Di Pietro usa Craxi per attaccare Napolitano?

- Gianluigi Da Rold

Per quale ragione Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, ha voluto attaccare il Capo dello Stato, citando addirittura Bettino Craxi. Le risposte di GIANLUIGI DA ROLD

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foto:Infophoto

Il confronto duro, con botta e riposta tra Antonio Di Pietro (sempre più fragile leader all’interno dell’Italia dei Valori) e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non è affatto da registrare solamente, o addirittura, in certi casi da marginalizzare sui media, come si sta facendo in questi giorni in molti casi. Il leader di “mani pulite” degli anni Novanta, in evidente difficoltà di rapporti con il Partito democratico, ha usato le sue solite maniere: ha prima “sparato nel mucchio” e poi si è concentrato sul principale bersaglio del nuovo corso politico italiano. Gli occhi di uno storico dovrebbero strabuzzare di fronte alle affermazioni di Antonio Di Pietro. L’ex magistrato d’accusa più popolare d’Italia ha addirittura usato la deposizione dell’imputato “più eccellente” durante il processo Enimont e della “stagione del manipulitismo”, Bettino Craxi, per screditare e gettare ombre sulla figura del Presidente della Repubblica.

Ha detto Di Pietro in una intervista a “Oggi”: «Ci sono due Giorgio Napolitano: quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione, e quello che raccontò l’imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont». Di Pietro non esita a credere a quello che disse Craxi, dimenticando forse che, in questo modo, riapre un capitolo mai risolto della vicenda politica dei primi anni Novanta che riguarda la caduta della “prima repubblica”, ma soprattutto la criminalizzazione  e scomparsa dei cinque partiti democratici che formavano il governo del Paese.

Di Pietro e la procura di Milano in quell’epoca furono il “braccio operativo” di quell’operazione, al punto che quando Bettino Craxi denunciò, in ben tre discorsi a Montecitorio, il clima di generale illegalità del sistema politico per i finanziamenti, le sue dichiarazioni vennero prese come delle “aggravanti”. Ma furono “aggravanti” solo per Craxi e, a cascata, per gli esponenti degli altri partiti democratici. Per la verità, il leader del Psi aveva non solo detto, ma scritto e sollecitato altre iniziative con due lettere che si sono lasciate  nei  “cassetti della dimenticanza”.
Il 27 ottobre del 1993, Bettino Craxi scriveva una lettera ai Presidenti del Senato e della Camera dell’epoca, cioè a Giovanni Spadolini e a Giorgio Napolitano, per sottoporre la questione del “caso Pecchioli”.

Chi era Ugo Pecchioli? Nel 1993, tre anni prima di morire, Pecchioli era un senatore del Pds che aveva l’incarico di Presidente del Comitato Parlamentare di Controllo dei Servizi di Informazione e di Sicurezza civile e militare. Ma Pecchioli era stato uno dei più autorevoli esponenti del vecchio Pci e aveva avuto «una responsabilità diretta per una parte almeno dell’attività illegale e clandestina messa in atto in Italia in collegamento diretto con i servizi segreti dell’Urss e di paesi membri del Patto di Varsavia, in un ambito di iniziative che spaziavano dalle radio ricetrasmittenti ai documenti falsi e ai baffi finti».

Quale era l’obiettivo di Craxi? Braccato da avvisi di garanzia e da accuse sul finanziamento illecito, il leader socialista, dopo le ammissioni delle colpe finanziarie di tutti i partiti fatte alla Camera dei deputati, allargava il campo delle responsabilità sulle tante ambiguità e colpe delle forze politiche che in quel momento lo attaccavano spietatamente. A quella lettera di Craxi, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano risposero con un comunicato congiunto di pochissime parole: «Presteremo l’attenzione necessaria alle riflessioni che Lei ha inteso sottoporci, riservandoci le opportune valutazioni nell’ambito delle nostre responsabilità».

Eppure nella lettera di Craxi c’erano particolari inquietanti. Come questo: «È solo del 22 giugno 1981 una lettera del Pci con la quale viene resa comunicazione alla dirigenza sovietica e direttamente a Ponomarev della decisione da parte comunista italiana di procedere allo smantellamento e alla distruzione di tre stazioni radio ricetrasmittenti. Questa decisione viene giustificata agli occhi dei dirigenti sovietici con il fatto che si era determinata una situazione di particolare pericolo giacché l’attentato di Alì Agca a Papa Woytjla aveva alimentato le ricerche in direzione della pista bulgara». C’erano tante questioni in ballo in quel periodo che si dovevano chiarire e che non sono mai state chiarite.

Tanto è vero che, di fronte a quel breve comunicato congiunto di Spadolini e Napolitano, il 5 novembre del 1993, Craxi riprende carta e penna e scrive un’altra lettera, questa volta solo a Spadolini. In questo caso  non c’è neppure uno scarno comunicato ufficiale, ma semplicemente nessuna risposta.
Saremmo curiosi di sapere che cosa ne pensa oggi Di Pietro di quel “caso Pecchioli” che passò presto nel dimenticatoio e della svogliatezza dei Presidenti delle Camere del tempo, Spadolini e Naplitano.

Ma il problema reale, in questo momento, è un altro. Perché la grande maggioranza dei politici italiani che, all’inizio degli anni Novanta, si schierò per la “grande pulizia” morale non è più compatta e mostra vistose crepe? Perché uno degli indiscussi protagonisti di “mani pulite” scopre oggi che Napolitano potrebbe addirittura (citando Craxi!) avere una doppia personalità? Perché  c’è tutto questo nervosismo sui ricordi e sul passato prossimo, che sta già diventando remoto, della Seconda repubblica? 

Forse c’è qualcuno che, sentendosi tagliato fuori da nuovi equilibri politici, minaccia di aprire armadi pieni di scheletri reali e immaginari?

Altro che battibecco estivo questo “botta e risposta” tra Di Pietro e il Colle! Forse nel collasso politico di una classe dirigente, c’è già chi si prepara a un gran finale con i fuochi d’artificio, dove alla fine volano gli stracci per tutti. Un autentico gioco al massacro, senza che nessuno dei protagonisti abbia voglia di inquadrare una verità storica e politica degna di questo nome, ma guardi solo al suo tornaconto momentaneo di bottega politica.

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