DALLA CINA/ Lao Xi: all’Italia conviene un nuovo accordo con la mafia

- Lao Xi

La trattativa Stato-mafia ha coinvolto i massimi livelli istituzionali, ma l’Italia si è persa in codici e codicilli e non vede il nocciolo del problema. Dalla Cina, LAO XI

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La questione della procura di Palermo guidata da Piero Ingroia e del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano tocca mille aspetti giuridici talmente intricati che è stato chiesto l’intervento della Corte costituzionale.

Al di là però del punto giuridico, un punto di sostanza riguarda la famigerata trattativa stato-mafia di 20 anni fa. Il punto che sembra motivare i magistrati di Palermo è il seguente: era sbagliato, illegale trattare in segreto fra stato e mafia. Lo stato aveva trattato con i suoi nemici, per esempio le Brigate rosse, al tempo del rapimento Moro nel 1978, ma era stata una trattativa sostanzialmente pubblica con dibattito aperto sui giornali. Quella del ’92-’93 invece fu trattativa segreta, nella quale lo stato potrebbe aver concluso chissà quali patti con la mafia.

Questo argomento, visto da lontanissimo, sembra poco comprensibile. In realtà in qualunque guerra, al di là degli scontri con i morti sul capo di battaglia, ci sono poi da entrambi i lati spie, doppiogiochisti e soprattutto esistono canali di trattativa fra le parti in cui continuamente avvengono scambi.

Ciò è vero nelle grandi guerre dichiarate come quella tra America e Giappone, dove la resa di Tokyo fu discussa per mesi tra bombardamenti e controffensive prima di arrivare alla formula attuale che conservava l’istituzione dell’imperatore. Ma è ancora più vero per le guerre civili dove le linee di separazione sono meno chiare e dove, come per esempio nella guerra tra comunisti e nazionalisti in Cina, chiusa nel 1949, ci fu un flusso continuo di personaggi tra le due sponde. Nazionalisti che cambiarono casacca e passarono tra i comunisti, e anche doppi e tripli giochi con gli alleati. Americani, alleati ufficiali dei nazionalisti del Kmt che invece tifavano per i comunisti del Pc, e comunisti, nemici ufficiali dei giapponesi, speranzosi invece che Tokyo indebolisse il più possibile gli arcinemici del Kmt.

Anche in Italia in tempi non lontanissimi lo stato italiano trattò e pagò con le Brigate Rosse per esempio per la liberazione di Ciro Cirillo, mentre decise di non trattare per Moro. Si trattò in entrambi i casi di decisioni politiche. Sarebbe assurdo accusare chi non trattò per Moro di complicità in omicidio o invece chi trattò per Cirillo di complicità con un’organizzazione terroristica.

I giochi e i processi sono talmente complicati che forse è impossibile tagliare con chiarezza il pulito dallo sporco, e la politica deve prendere decisioni politiche, non giudiziarie. Ciò non significa che è una notte in cui tutte le vacche sono nere. Oggi, 20 anni dopo le stragi che uccisero Falcone e Borsellino, la mafia è più forte o più debole di allora? Se, come dice l’opinione pubblica generale, è più debole, allora vuol dire che in sostanza chi guidò quella guerra fece bene, e quindi va premiato e non punito. Certo ci possono essere stati degli errori di calcolo, tattici, ma questo è nella natura umana. Naturalmente se c’è stato dolo, tradimento, è un’altra cosa.

Cioè se il senatore Mancino disse alla mafia: “uccidete il giudice Borsellino perché lui si oppone oggi al mio patto con voi” è una cosa. Se la mafia nel parlare, tentare di parlare con Mancino (o chi per lui) pensò che Borsellino era un ostacolo alla trattativa, oppure se Borsellino era deciso a non trattare e la mafia pensò che la sua eliminazione avrebbe dato un’ulteriore spinta alla trattativa, è un’altra cosa.

L’ordine di un alto rappresentante dello stato alla mafia per l’uccisione di Borsellino è alto tradimento, il resto sono purtroppo sconfitte tattiche. Il nemico, giustamente dal suo punto di vista, approfitta delle comprensibili divergenze di opinioni sulle strategie da adottare. In un quartier generale ci sono sempre divergenze tra le strategie. Ma un generale che vuole andare a nord mentre l’altro va a sud non significa il tradimento dell’uno o dell’altro. Se così fosse non ci sarebbe dibattito, essenziale anche nella gerarchica struttura militare per decidere le strategie opportune.

Che questo dibattito nello stato tra, diciamo per esemplificare, Borsellino e Mori sia rimasto segreto è stato forse un vantaggio per lo stato. Il dibattito pubblico ai tempi del rapimento Moro fu uno slabbramento dello stato davanti ai terroristi, un segno di debolezza. Che 15 anni con la mafia lo stato non abbia dibattuto in pubblico le sue divisioni è stato per il paese, per il mondo e per la mafia un segno di maggiore forza rispetto alla trattativa con le Brigate rosse.

C’è poi un altro problema politico dietro le tesi di Ingroia, ed è una questione di struttura di comando. Chi decide il da farsi, la strategia sul campo di battaglia della mafia? Chi è l’ultimo rappresentante della legge e dello stato nella lotta alla mafia, un generale, un politico o un magistrato? Dato che l’Italia non è un paese con una struttura leninista non c’è una risposta chiarissima a tale quesito, perché non c’è chiara subordinazione del magistrato al politico o viceversa.

Quindi è impossibile dire con certezza se Borsellino avrebbe dovuto allinearsi a Mancino o viceversa. Tale incertezza impone quindi che l’Italia o decida di darsi una struttura leninista o fascista (che offroni i loro vantaggi) oppure che lasci in sospeso le occasioni di divergenza istituzionale, specie se rilevate 20 anni dopo. Le istituzioni stesse italiane sono costruite per essere in bilico e in maniera imprecisa, poiché si giudicò nella fondazione costituzionale che tale incertezza fosse preferibile alla certezza gerarchica di strutture fasciste o leniniste.  

Il fatto che oggi emergano tali problemi istituzionali da parte della procura di Palermo, anche a costo di un eventuale scontro con la massima carica dello stato, il presidente della Repubblica, pone due orizzonti di questioni molto delicate per il futuro dell’Italia.

1. Di fronte a cosa dovrebbe o potrebbe limitarsi il potere della magistratura? Se Mancino avrebbe dovuto accodarsi a Borsellino e non il contrario 20 anni fa, oggi la politica deve seguire la magistratura e non il contrario nella costruzione dello stato di diritto?

2. Quale è la soluzione vera, profonda e di lungo termine contro la mafia in Italia?

I due problemi sono collegati ma per economia di analisi forse possono essere trattati separatamente.

Nel problema 1 il fatto che la questione delle bobine delle telefonate tra Napolitano e Mancino la procura non abbia immediatamente “abbozzato”, ma sia andata avanti ponendo il problema alla Consulta è oggettivamente un conflitto di poteri. La si può leggere come un intervento arbitrario del presidente sulla magistratura o una insubordinazione della magistratura verso il presidente, ma in effetti si è rotta quella “intesa cordiale” che aveva legato presidenza e magistratura ai tempi di Mani pulite, il movimento che ha portato alla seconda Repubblica.

Da questo conflitto uno dei due poteri ne uscirà ridimensionato, la presidenza o la magistratura. Se vincerà il presidente, il potere politico della magistratura calerà e questo potrebbe avere anche ricadute nella lotta alla mafia e in altri ambiti, visto che i giudici rischiano di diventare più timidi. Questo è uno spauracchio che la procura di Palermo agita.

Se vincerà la magistratura la stessa presidenza della Repubblica verrà messa in mora, e quindi a maggior ragione tutte le altre cariche dello stato. Sarebbe una repubblica dei giudici, o almeno questo è ciò che i nemici dei magistrati paventano.

In realtà le alternative rivelano che gli equilibri alla base della prima e seconda Repubblica sono gravemente incrinati e l’Italia avrebbe bisogno di una nuova redefinizione dei poteri con una nuova costituente.

Tale redefinizione non può trascurare, o fingere che non esista la questione della mafia, che tanta influenza politica ed economica ha avuto ed ha in Italia dai tempi dell’unificazione. Certo il problema è una montagna di nervi scoperti ma le mafie non sono una storia esclusivamente italiana, pur con tutte le sue particolarità storiche. 

La Cina forse ha qualche esperienza da offrire al riguardo, poiché ha affrontato la mafia e sostanzialmente sconfitto o messo sotto schiaffo la mafia in vari modi. C’è stata l’esperienza di Mao, di una guerra totale. Dopo la presa del potere dei comunisti migliaia di mafiosi, aderenti alle Triadi, o sospetti tali sono stati acciuffati e sbrigativamente messi al muro. Inoltre l’economia di mercato è stata soffocata. In questo modo la mafia è morta per una quarantina di anni. Quindi la lezione è di una guerra totale che toglie l’acqua insieme ai pesci, cioè elimina l’economia di mercato che può essere corrotta e diventare economia mafiosa, insieme a tutto quello che sembra solo mafioso. Il lato negativo è che bisogna tenere una pressione costante sull’economia e la popolazione. Quando questa viene meno (perché la popolazione all’inizio è felice di non avere la mafia, ma poi pensa che uno stato tirannico non sia un contraccambio equo) la mafia ritorna.

Il secondo esempio è Hong Kong, dove i “mafiosi” o persone in odore di Triade a un certo punto sono stati cooptati dentro il gruppo dirigente economico del territorio dalle varie autorità. In cambio si è voluto un impegno a tagliare i ponti con il passato con minaccia militare in caso contrario. Il vantaggio è una bonifica dell’ambiente economico complessivo, che rende poi più difficile il futuro attecchimento di altri mafiosi. Lo svantaggio è l’ingiustizia profonda di questa cooptazione che di fatto premia chi ha fatto fortuna in maniera ingiusta, ai danni degli onesti.

Una terza soluzione è quella giapponese, dove la mafia locale, la Yakuza, ha stretto un semi patto di convivenza con le autorità per cui pizzo, taglieggiamenti comunque sono mantenuti a un livello basso, tale da non ostacolare la crescita economica. Per un’azienda pagare un pizzo dell’1% in cambio di tranquillità può essere un vantaggio economico, visto che può costare meno che un servizio di guardia. Questo è a spanne il caso giapponese. Se è il pizzo è del 5% o più invece rischia di mettere l’azienda fuori mercato e impedire nuovi investimenti e sviluppo, questo è il caso, semplicisticamente, della mafia italiana. Lo svantaggio della soluzione giapponese è che legittima l’esistenza del crimine nella società.

In entrambi i casi, di Hong Kong e del Giappone, le autorità dopo il patto perseguono con ferocia chi non si adegua. Ci possono essere soluzioni intermedie, e anche continuare con l’attuale impasse dove la mafia è presente a macchia di leopardo nel paese, non forza dominante ma neppure corpo estraneo pronto all’espulsione.

Ora, bisogna capire cosa vuole fare l’Italia. Dalla distanza il problema della mafia in alcune regioni del sud è essenzialmente di sviluppo. È difficile se non impossibile investire in certe regioni d’Italia senza pagare dei costi eccessivi alla mafia che mettono fuori mercato le produzioni locali.

L’eliminazione della mafia taglia quindi i costi di produzione. Inoltre, i proventi mafiosi danno un vantaggio competitivo ad aziende mafiose che pagano il denaro meno di aziende non mafiose. Il mercato quindi è iniquo a favore di mafiosi contro non mafiosi, e non si sviluppa in senso capitalistico moderno.

Se questo è il problema, varianti locali delle soluzioni Hong Kong o Giappone dovrebbero essere adottate. Se il problema è quello invece di avere giustizia allora bisogna pensare a soluzioni alla Mao. L’Italia deve scegliere.

Venendo da esperienze cinesi il timore è che soluzioni giuste, come quella di Mao, alla fine nella realtà creano ingiustizie più gravi di quelle sanate. Viceversa soluzioni più ingiuste, alla Hong Kong, sono quelle su cui ha marciato la storia del capitalismo e dello sviluppo mondiale negli ultimi secoli.

L’Inghilterra ha creato le sue fortune su quello che Marx chiamò “accumulazione primitiva”, atti di barbarie forse senza pari nella storia, la pirateria di sir Francis Drake contro gli spagnoli, il traffico di schiavi dall’Africa, l’imposizione della libertà della vendita di oppio in Cina. Cioè la oggi santa Inghilterra è nata sul guano di pirateria, schiavismo e traffico di droga, colpe ben maggiori di altre. Nessuno però ha impiccato o processato Francis Drake a 20 o duecento anni dalla morte e un’azienda erede del traffico di droga che uccise milioni in Cina oggi reinveste nell’immobiliare a Pechino e altrove.

L’Inghilterra ha condotto queste trasformazioni e patti con un alto senso politico della propria missione storica. Non possono essere gli schiavisti o i trafficanti di droga a dettare allo stato le condizioni di un patto, deve essere lo stato a imporre condizioni storiche di un passaggio che certamente sarà imperfetto.

L’Italia vuole fare questo passaggio? Ha la forza politica e storica di imporre alle sue mafie una nuova vita? Dopo una risposta a queste domande poi viene anche chi deve imporre nuove condizioni, i magistrati o quale istituzione? Questo l’ambito alto in cui si possono risolvere profondamente le controversie attuali tra presidente e procura di Palermo.

Detto tutto questo forse, almeno a breve, l’Italia pare non abbia la lucidità di pensare il problema dell’attuale conflitto tra presidente e procura in questi termini. I termini oggi paiono piuttosto quelli di una guerriglia combattuta sui codicilli e i commi di legge. Tutto sembra come se quei codici fossero dettati dal cielo, nuova Sharia di uno stato del Dio Diritto, e non fossero i codici frutto della storia e dei suoi compromessi strategici e politici. 

Così tutto andrà avanti fra micro polemiche fino alle elezioni, probabilmente inconclusive, in attesa che la Germania o la Ue decida di abbandonare l’Italia al suo destino o di metterla sotto qualche forma di tutela politica. Al che, entrambi le possibilità potrebbero essere decise da Berlino e Bruxelles piuttosto che da Roma o Palermo.

 

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