A DESTRA/ Veneziani: Storace e i “Fratelli d’Italia” hanno perso una grande occasione

- int. Marcello Veneziani

MARCELLO VENEZIANI ci spiega perché il popolo di destra ancora vivo e presente nella società italiana non ha ancora un vero e proprio punto di riferimento, a nessun livello

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La notizia non sta tanto nell’inseguimento, a livello di sondaggi, tra i Fratelli d’Italia del trio La Russa-Meloni-Crosetto e La Destra di Storace, e neppure nella candidatura di quest’ultimo alla guida della Regione Lazio. Quel che, tutto sommato, stupisce, è che dopo anni si torni a parlare di una qualche forma di presenza della destra nel dibattito elettorale. Ne abbiamo parlato con Marcello Veneziani, giornalista e scrittore.

Esiste ancora, in Italia, la destra?

A livello pre-politico, sì. Essa si esprime, ad esempio, attraverso la  difesa del senso della tradizione, dell’identità, della sovranità nazionale e del legame con la famiglia. O attraverso l’appello alla meritocrazia, al senso della responsabilità e alle tradizioni religiose del nostro Paese.

Esiste un luogo, una categoria sociale, un’insieme di organismi ove questo pensiero sia maggiormente rappresentato?

Direi di no. Attualmente, non esiste un punto di riferimento. E non solo sul piano politico. Per intenderci: non c’è alcun grande giornale, emittente o sindacato di destra. Assistiamo ad una vera e propria dispersione, difficilmente traducibile in chiave elettorale. Molti si sono orientati, seppur a malincuore, e consapevoli del fatto che non esistano alternative, verso Berlusconi, molti altri verso la Lega, alcuni al centro e verso l’Udc.  

La Destra e i Fratelli d’Italia possono rappresentare un punto di sintesi?

Ci proveranno. Ma dubito che riusciranno a raccogliere tutto quel segmento di opinione pubblica che si può definire di destra. Ne intercetteranno solo una parte. Sta di fatto che hanno perso l’occasione per dare un segnale centripeto alla destra. Fondendosi tra di loro, una parte decisamente più cospicua di quell’elettorato sarebbe riaffluita nel loro soggetto. Si sarebbe potuto ipotizzare una sorta di Alleanza nazionale secondo una nuova veste. Da questa posizione avrebbero potuto trattare con il Pdl e la Lega. Attualmente, invece, rappresentano alcuni tra i tanti frammenti che si aggregano.

An, e la quota di An nel Pdl, cos’hanno rappresentato?

Diciamo che An era una realtà che aveva un suo elettorato che arrivava fino al 12-13%. Tale elettorato è stato duramente provato, prima, dalla resa superflua all’interno del Pdl e, in seguito, dall’abbandono di Fini. A quel punto, il voto degli elettori di destra, che non hanno mai cambiato orientamento, si è disperso.

Quanto ha influito Fini nella vicende della destra italiana?

È stato decisivo per il suo crollo: anzitutto, quando ha indebolito l’identità e la tradizione di An rispetto a Forza Italia, trasformando il suo partito in un clone indebolito di quello di Berlusconi. Quando, poi, An si è trovata in declino di consensi, ha accettato il diktat di Berlusconi, confluendo e annullandola nel Pdl. Conclusa l’esperienza del governo Berlusconi, infine, l’esperienza di An si è frammentata in almeno tre rivoli: c’è chi è andato con Monti, chi è rimasto con Berlusconi e chi è entrato nel soggetto di La Russa e della Meloni e che, quindi, si alleerà con Berlusconi. 

 

 

Lei crede che il movimento di La Russa, che si è aggregato inseguito a quello di Crosetto e della Meloni, sia nato spontaneamente? Non potrebbe rappresentare, piuttosto, il frutto di quell’operazione chirurgica volta a “spacchettare” il centrodestra, per intercettare più bacini elettorali possibili?

Certo, la separazione è stata fatta in modo da poter, in seguito, accettare un’alleanza. Ma che ci fossero dei maldipancia, tra gli ex An presenti nel Pdl, era in realtà cosa nota da tempo.

 

La Meloni, La Russa e Storace sono considerati, dalla base, genuinamente di destra?

Possono suscitare simpatie ma non mi risulta che provochino particolari entusiasmi. Salvo, forse, Storace. Che, tuttavia, elettoralmente non ha una rilevanza così grande. Anche se, nel Lazio, potrebbe vincere. Tra le ultime esperienze di governo regionale, infatti, è considerate, quantomeno, la meno peggiore.

 

(Paolo Nessi)

 

 

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