STRANI AMORI/ Da Formigoni-Albertini a Di Pietro-Donadi: perché in politica le coppie scoppiano?

- Monica Mondo

Secondo MONICA MONDO quel che lascia l’amaro in bocca non è tanto la perdita di stile, tipica di qualunque campagna elettorale, quanto il disfarsi di vecchi rapporti di amicizia (politica)

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La campagna elettorale è una battaglia, non a caso il lessico rimanda a quello militare. Di quelle sporche, perché all’arma bianca, secondo un‘etica della guerra, non si combatte più da tempo, e forse mai, fuori di retorica. Nessuno stupore quindi, né moralismi ipocriti, se si perde in stile, se si usano le platee televisive come scranni tribunizi in cui vince chi urla o sgambetta o irride di più. Nessuno scandalo, se ci si lascia, se si cambia, perché la coerenza non sempre è una virtù, quando ti impone di fare scelte che non senti più tue. Però, c’è un buon gusto, un savoir faire, abbondantemente scavallati in questi frenetici giorni preelettorali, forse perché troppo brevi, forse perché confusi, forse perché ci manca una classe politica allenata in scuole di formazione degne di questo nome,  forse perché  la politica è solo più occupazione di poltrone.

Il fatto è che mai come in questi giorni brevi, appunto, si consumano rotture di amicizie e rapporti di stima che avremmo detto inattaccabili. Fratelli-coltelli, secondo un refrain che più si addice a faide ancestrali che a onorevoli eccetera, deputati eccetera, del popolo italiano. Cominciamo dall’alto: Berlusconi  e Monti. Il secondo vive di luce propria, ma il primo l’ha illuminato a dovere, e con chi di dovere, quando si cercava un nome super partes da spedire a rappresentare l’Italia nel mondo. Sono entrambi moderati, non per temperamento, e non è detto che il più intemperante sia il Cavaliere, come s’è visto l’altro giorno da Vespa, con il sibilo del professore che gli stravolgeva la compostezza dei tratti, e un sarcasmo che fischiava come uno staffile. Accuse al veleno, disprezzo, fino all’insulto.

Guardando a sinistra, tutti abbiamo assistito alle gentilezze tra Bersani e Renzi, subito rientrate frettolosamente per opportunismo, ci si compatti, qui si va a vincere, il fiorentino si accomodi e aspetti un giro, deponiamo le armi. Così è stato per le recriminazioni sulle deleghe alle ricandidature, con i mugugni soppressi ai posti certi in listino per i pachidermi, e pazienza se si tratta di donne. Da quelle parti sono educati a inghiottire, per il partito. Le vendette si consumeranno più avanti. Ma scavando tra nomi meno altisonanti, che dire del presidente delle Acli che si schiera col centro, mentre il ”movimento” si affretta a dichiarare che sta col Pd?

Uno sguardo al sedicente centro: inutile parlare di Fini-Casini e Berlusconi e i suoi, roba vecchia, e non destinata alla storia. Veramente, Fini non ha fatto altro che dividere i suoi con il machete, e l’allenamento continua, a leggere la lettera violenta con cui il finiano doc Valditara prede le distanze dall’ex capo, con sdegno.

C’è Di Pietro, tradito dal suo sodale degli inizi, Donadi, pronto a sottrargli voti nonostante la bisaccia sia scarna, e ogni voto un tesoro. C’è la virata arancione di Favia, il dissidente di M5S portato dal capopolo in palmo di mano, che non aveva capito, o non voleva capire, che di libertà con i guru a decidere ce n’era poca, ed è passato a un’area più liberale…

C’è infine, tra i nomi che echeggiano nelle cronache politiche nazionali, il dissidio Formigoni-Albertini. Sembrava una deviazione di percorso, una semplice diversità di vedute, ed era all’inizio tutto un ma le pare, si figuri, faccia lei, scelga come crede, ci mancherebbe. Si presentano le liste, ed è una gara a chi sfila gli amici, chi si accaparra i più fidati,  chi punta a dividere l’altro e recriminare, ricattare, umiliare. C’eravamo tanto amati, può capitare. Magari faremmo a meno di veder citati gli Esercizi di Sant’Ignazio di Loyola o di don Giussani, per giustificare scelte di calcolo, pur sacrosanto. Magari preferiremmo che non si calcolassero in percentuali mie e tue i voti dei ciellini. Già sarebbe più interessante contare quelle dei cattolici, ma il Papa non ha più divisioni, e quelle poche sono divise tra loro, a rinfacciarsi chi è più fedele e chi più adulto. Sì, fa male vedere l’inimicizia tra i cristiani, che dovrebbero naturalmente tendere all’unità. Ci possiamo credere, che si tratta solo di punti di vista, e che poi sulle cose che contano cammineranno insieme? Ci possiamo credere, che nonostante i colpi di agenzie e le dichiarazioni ai talk show, continuano a incontrarsi a cena, in parrocchia, pronti a lavorare insieme?

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