J’ACCUSE/ Zanon: separiamo Pm e politica, basta “casi” Ingroia

- int. Nicolò Zanon

Si è chiusa la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 nell’Aula Magna della Cassazione. Commentiamo le parole del Primo presidente della Suprema Corte con NICOLÒ ZANON

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Antonio Ingroia (Infophoto)

Alla presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche dello Stato, il Primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha illustrato la situazione della giustizia in Italia. Situazione definita “drammatica” per diversi motivi, dall’intollerabile situazione carceraria alla cronica lentezza dei processi penali e civili, ma in cui riforme come quella della geografia giudiziaria (il taglio dei cosiddetti “tribunalini”) e del ddl anticorruzione rappresentano un risultato che lo stesso Lupo definisce “storico”, reso possibile dalla “fermezza e tenacia” del ministro Paola Severino. Inoltre, dopo aver evidenziato l’enorme propensione alla corruzione che l’Italia continua a dimostrare, il Primo presidente della Cassazione ha ricordato la necessità, “nella perdurante carenza della legge”, dell’introduzione nel codice etico di “quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica e parlamentare che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare”. Ilsussidiario.net ha chiesto un commento a Nicolò Zanon, costituzionalista membro del Csm.

Crede che nelle parole di Lupo vi sia l’intenzione di giungere a una concreta riforma della giustizia?

Credo proprio di no. Il Primo presidente ha espresso la necessità di attuare alcune importanti modifiche, ma relative esclusivamente al profilo dell’efficienza e della velocità del sistema giudiziario italiano. Nelle sue dichiarazioni non è quindi riscontrabile la volontà di modificare l’impianto istituzionale complessivo. Anzi, Lupo ha ribadito nuovamente che il disegno originario dei costituenti è assolutamente da preservare, quindi non c’è alcuna prospettiva di grande riforma.

Riguardo la discesa in politica dei magistrati, crede sia da limitare la partecipazione alla vita parlamentare o il successivo ritorno in Procura?

Credo sia opportuno intervenire su entrambi i profili. Il diritto di elettorato passivo spetta ovviamente a tutti i cittadini e quindi anche al magistrato, ma questo inviolabile diritto deve essere bilanciato allo stesso modo con alcune fondamentali esigenze di rango costituzionale che sono da un lato l’imparzialità e l’indipendenza della magistratura, dall’altro la semplice apparenza di queste caratteristiche. Non dimentichiamo infatti che una delle risorse più importanti che possiede l’ordine giudiziario è proprio la sua credibilità, quindi se un magistrato, senza soluzione di continuità, passa dallo svolgere funzioni giudiziarie a quelle politiche, è inevitabilmente che si venga a creare un ostacolo alla credibilità della sua attività e, a cascata, di tutto l’ordine giudiziario.

Cosa fare quindi?

Credo sia opportuno disciplinare per legge, in modo più adeguato di quanto non sia ora, la stessa possibilità di ingresso immediato in politica, anche con riferimento non solo ai tempi (visto che a mio giudizio bisognerebbe immaginare un intervallo di tempo adeguatamente lungo tra le due funzioni), ma anche riguardo i luoghi.

Cosa intende?

Basti pensare al caso di Antonio Ingroia, il quale si è candidato anche nella stessa circoscrizione in cui ha svolto le sue funzioni di pubblico ministero fino a meno di sei mesi prima dalla sua collocazione in aspettativa. Questo ovviamente non si può fare e di conseguenza lui diventa ineleggibile però, candidandosi dappertutto, intanto si presenta anche in quei luoghi e prende i voti delle persone che lo conoscono da vicino. Questo aggiramento delle norme deve assolutamente essere reso impossibile.

Come giudica invece l’apprezzamento di Lupo nei confronti della riforma della geografia giudiziaria e del ddl anticorruzione?  

Riguardo il primo tema, nonostante la riforma sia stata attuata, già cominciano ad esserci molti segnali di resistenza. Vede, l’Italia è un Paese in cui vi sono molti titolari di poteri di veto (giuristi, tribunali, avvocati e così via) che riescono il più delle volte a mettersi di traverso nel momento in cui alcune riforme minacciano le loro rendite di posizione. Temo, quindi, che anche per la riforma delle circoscrizioni giudiziarie accadrà più o meno la stessa cosa, per diversi motivi.

Quali?

Intanto bisogna ricordare che sulla delega stessa già pende una questione di costituzionalità. Però, in attesa di una pronuncia della Corte costituzionale, anche i giudici del lavoro sono restii a dare applicazione alle norme dei decreti legislativi che consentono di riallocare il personale amministrativo degli uffici giudiziari che dopo la riforma è stato messo in mobilità. Su questo tema le forze politiche appaiono molto timide, quindi bisognerà vedere come intenderà agire il nuovo Parlamento. Ovviamente mi auguro che si possa fare un buon lavoro che potrebbe significare una futura maggiore efficienza, anche se francamente non sono molto ottimista.

Cosa pensa invece del ddl anticorruzione?

Il ddl anticorruzione contiene norme che hanno di fatto rappresentato un compromesso tra varie esigenze politiche e non. Da una parte si incide su un diritto fondamentale che è quello dell’elettorato passivo, per quanto riguarda i condannati, quando in realtà a mio giudizio la normativa vigente aveva già a disposizione gli strumenti adeguati di intervento. Dall’altra, invece, si sono andate a toccare alcune parti del codice penale, con risultati non proprio soddisfacenti sul piano sistematico, che portano a un risultato più che altro di immagine nella lotta alla corruzione che, secondo me, si dovrebbe attuare in ben altro modo.

Altro tema ovviamente centrale è quello della situazione dei detenuti nelle carceri italiane. Cosa può dirci a riguardo?

In Italia assistiamo tradizionalmente a un massiccio e irragionevole ricorso alla custodia cautelare prima del processo. E’ chiaro che andrebbero incoraggiate misure alternative alla detenzione, prevedendo la detenzione in carcere come extrema ratio quando le norme lo consentono, vista la situazione delle nostre carceri che non esito a definire disumana. D’altro canto ce lo ha ricordato anche la Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo nell’ultimatum rivolto all’Italia, che ora ha un anno di tempo per rimediare alla situazione. In questo servirà però anche molto coraggio politico, visto che, come sappiamo, è molto presente nell’opinione pubblica un certo istinto giustizialista che vorrebbe prevedere la galera per tutti coloro che commettono un reato.

Cosa pensare invece per accelerare i procedimenti civili e penali? 

Anche questo è un serio problema da affrontare. Per quanto riguarda il processo civile, la media-conciliazione citata da Lupo era inizialmente prevista come obbligatoria e sembrava che cominciasse a dare anche qualche risultato, ma ben presto la stessa obbligatorietà della conciliazione è stata definita in contrasto con ciò che prevedeva la legge delega originaria, quindi di fatto in violazione della Costituzione.

Con quale conseguenza?

Non essendo più obbligatoria, l’efficacia deflattiva della conciliazione è del tutto insufficiente. Ancora una volta, quindi, ci troviamo in un Paese in cui, non appena una riforma sembra funzionare, i poteri di veto e le rendite di posizione di cui parlavo in precedenza si fanno sentire sfruttando, seppur legittimamente, le opportunità che il nostro ordinamento offre.

 

(Claudio Perlini)

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