(IN)GIUSTIZIA/ Mirabelli: spezzare il patto tra (certi) pm e i giornali

- int. Cesare Mirabelli

L’inaugurazione dell’anno giudiziario nelle diverse città pone di nuovo sotto i riflettori i problemi della giusitizia. Che i magistrati affrontano con autocritica. Ne parla CESARE MIRABELLI

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Tra le cose che il resto del mondo, di sicuro, non ci invidia, c’è la magistratura. Ne sono consapevoli gli stessi magistrati che, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, hanno espresso le proprie preoccupazioni sulle principali pecche del nostro sistema: dalla lunghezza dei processi, al sovraffollamento delle carceri, dalle controverse discese in campo, al clamore mediatico prodotto da certi processi ove, spesso, è indotto nell’opinione pubblica un atteggiamento persecutorio nei confronti degli imputati. Abbiamo parlato di tutto ciò con Cesare Mirabelli, ex Presidente della Corte Costituzionale e professore di Diritto costituzionale presso la Pontificia università lateranense di Roma.

Partiamo dai magistrati che si candidano: accade ovunque così, o è una peculiarità italiana?
Non direi proprio che nel resto del mondo civilizzato si possa ritenere una pratica consueta. Sicuramente, non possiamo ipotizzare un divieto assoluto di esercitare il diritto costituzionale di elettorato passivo. Tuttavia, è indubbio che l’enfasi data a certi procedimenti precedenti ad una candidatura, o il fatto che un magistrato si candidati nel collegio in cui ha esercitato la propria funzione fino al giorno prima, non giovano né all’immagine di indipendenza della magistratura né della politica.

Quindi?
Anzitutto, i partiti dovrebbero assumere un atteggiamento più prudente. E non andare “a caccia” di magistrati da candidare. Sarebbero opportuni, inoltre, alcuni interventi legislativi che impediscano la candidatura nei collegi in cui si è esercitato, che prevedano il trascorre di un certo periodo di tempo tra la cessazione della professione a la candidatura e che vietino, una volta conclusa l’attività politica, di tornare a fare il magistrato.

Perché, in Italia, i processi sono troppo lunghi?
C’è un problema di risorse, ma anche di organizzazione. L’arretrato è molto consistente e, se vi fossero organici adeguati – anche negli apparati ausiliari -, sarebbe più facile smaltirlo. Ma questo non è sufficiente: posto che ci siano le risorse e si potenzino gli organici, l’efficienza dipenderà dagli addetti. In qualunque struttura organizzata l’uso delle risorse va ottimizzato da chi vi lavora. Va segnalato che, finora, si è ritenuto di intervenire sul fronte delle regole processuali, immaginando che ciò avrebbe risolto i problemi organizzativi. A volte, invece, si è addirittura peggiorata la situazione, portando, ad esempio, alla moltiplicazione dei riti in ambito civile.

Lei cosa suggerisce?
Si potrebbe consentire per controversie che non hanno rilevanza penale di escludere il processo. Più in generale, non è ipotizzabile un solo elemento risolutivo, quanto una serie di iniziative coordinate per il raggiungimento dell’obiettivo.

E’ vero che i magistrati lavorano poco?
Come in tutte gli apparati di grandi dimensioni, c’è chi è più attivo e chi meno. In generale, mi risulta che la nostra magistratura sia costituita da persone preparate e operose. Quella piccola quota che, invece, preferisce la ribalta mediatica al lavorare sodo, lo fa clamorosamente.

E’ stato sottolineato come la lunghezza delle indagini renda spesso gli imputati vittime del clamore mediatico.
Spesso si ravvisa una congiunzione tra magistratura e media che conferisce alle indagini un’enfasi esagerata, determinando nell’opinione pubblica la presunzione della colpevolezza dell’imputato. Poi, magari, a distanza di anni, emerge un giudizio di assoluzione. Ma alla persona che è stata esposta al pubblico ludibrio, non viene resa, mediaticamente, alcuna giustizia. Occorrerebbe, quindi, tanto per cominciare, l’assoluta tempestività nel giudicare; e impedire quel cortocircuito tra stampa e magistratura che fa si che l’indagato veda pubblicati gli atti prima di sapere di essere indagato.

Si è parlato molto di giudici e pm che scendono in politica, ma non di magistratura politicizzata. Il problema esiste?
Che ci possano essere frange politicizzate è evidente dall’esperienza recente. Non direi, tuttavia che esista una magistratura politicizzata.

Come si può intervenire rispetto alla frange?

L’equilibrio e l’imparzialità dovrebbero essere garantiti dall’organo di autogoverno della magistratura. Direi che, in ambito disciplinare, l’incisività dell’azione del Csm si sta sempre più ampliando. 

Come va affrontata, invece, la questione della carceri sovraffollate? 
C’è un discostamento dagli standard degli altri Paesi con pari civiltà giuridica, anzitutto, perché il 40% dei detenuti è in carcerazione preventiva; un istituto utilizzato non di rado come anticipazione della pena, nonché un problema enorme che andrebbe affrontato con forme custodiali diverse, improntate alla cautela. In ogni caso, il sovraffollamento, rappresenta un elemento di particolare gravità. La garanzia dei diritti umani è un dovere dello Stato non solo come assicurazione di civiltà, ma anche sul fronte costituzione. La carcerazione, infatti, deve avere come obiettivo anche la rieducazione. 

Si è parlato poco o niente di responsabilità civile per i magistrati.
Non credo che rappresenti la questione risolutiva per la funzionalità della giustizia. Credo, oltretutto, che occorre prestare molta attenzione a non veicolare una responsabilità diretta tale da indurre il giudice ad essere timoroso nei con fronti di chi può agire con azioni risarcitorie nei suoi confronti. 

Cosa ne pensa, invece, della separazione delle carriere? 
La Costituzione lo consente; l’importante, è che le garanzie previste per i pm siano uguali a quelle per giudici. Entrambi, cioè, devono continuare a fare parte dell’ordinamento giudiziario. Onde evitare che i primi diventino, in qualche modo, espressione del potere esecutivo, cosa che rafforzerebbe il sospetto di eventuale politicizzazione.

 

(Paolo Nessi)

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