LEGGE ELETTORALE/ Pasquino: qualcuno dica a Renzi che il suo bipolarismo non esiste

- int. Gianfranco Pasquino

Le attuali forza politiche, spiega GIANFRANCO PASQUINO, con ogni probabilità non riformeranno la legge elettorale. Al massimo, miglioreranno leggermente quella attuale

renzi_perplesso_zoomR439
Matteo Renzi (Infophoto)

Se Renzi, come è verosimile, dovesse vincere le primarie e diventare segretario del Pd, che legge elettorale proporrà il suo partito? Il sindaco di Firenze, sul videoforum di Repubblica, ha spiegato che i democratici, storicamente, si sono sempre schierati in favore del maggioritario a doppio turno; ma anche che, per lui, l’ideale sarebbe quella in vigore nei Comuni superiori ai 15mila abitanti. L’importante – ha specificato -, è scongiurare nuove larghe intese ed esser certi, la sera stessa delle elezioni, di chi ha vinto. Poi, ha sottolineato che, in ogni caso, sul meccanismo formale è ammessa una certa flessibilità. Infine, ha aggiunto: «Non sono affezionato al primo, al secondo turno, al preliminare di Champions…». L’unica cosa certa, quindi, è che lui, come buona parte di Pd e Pdl, spinge per un rafforzamento del bipolarismo. Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.

Renzi ha espresso una preferenza per il sistema di elezione dei sindaci.

E sbaglia. Un conto è eleggere il sindaco di un Comune, dove sono ben pochi i seggi a disposizione, un altro dar vita ad un Parlamento nazionale. Il sistema in vigore nei Comuni prevede il ballottaggio tra i due candidati più votati. Il doppio turno alla francese a cui genericamente Renzi si richiama, invece, prevede (per il Parlamento, perché stiamo parlando di questo, e non delle presidenziali) -, un doppio turno che consenta di avere anche più di due candidati, obbligando a stingere della alleanze, in certi casi, preventive. Oltretutto, il modello comunale include un premio di maggioranza che, a livello nazionale, la Corte costituzionale si accinge a bocciare.

Il sindaco di Firenze ha anche fatto presente che sul numero di turni non sarà così rigido.

La sua non è flessibilità. Semplicemente, è vago. Non sa esattamente cosa vuole ottenere.

In ogni caso, sia il Pd che il Pdl sostengono che il bipolarismo vada rafforzato.

Il bipolarismo lo abbiamo avuto perché, effettivamente, si erano formati due poli. Esso, infatti, è anzitutto il frutto del comportamento dei dirigenti politici e dell’elettorato. Non della legge elettorale. In Italia si è prodotto nel momento in cui, attorno a Berlusconi, si era radunata la destra, anche quella estrema, come era considerata all’epoca Alleanza nazionale; e, attorno a Occhetto, la sinistra, compresa Rifondazione. In Germania, nonostante sia in vigore un sistema proporzionale, c’è il bipolarismo. Quindi, il sistema elettorale può, al massimo, incoraggiarlo.

Pd e Pdl potrebbero usare la legge elettorale come arma contro l’M5S o contro un’eventuale formazione di centro?

Per la precisione, Pd e Pdl possono cercare di costruire una legge elettorale che abbia buone probabilità di svantaggiare un partito che non vuole allearsi con nessuno. Grillo, tuttavia, potrebbe a quel punto dirsi disponibile ad allearsi con quanti appoggiano il suo programma o almeno alcuni dei suoi punti. Analogo ragionamento, si può fare per i partiti di centro.

 

Nell’ipotesi che l’M5S (o una formazione di centro) si ostini a correre da solo, quale sarebbe la legge elettorale che lo svantaggerebbe di più?

La legge elettorale migliore per chi vuole correre da solo è, ovviamente, quella proporzionale. Specialmente, per chi gode di un consenso spalmato su tutto il territorio. Per un movimento estremamente concentrato in una data zona, come la Lega, invece, non è necessario. Contestualmente, meno sarà proporzionale la legge, più l’M5S e gli altri partiti di centro risulteranno svantaggiati. In particolare, con il doppio turno alla francese i grillini entrerebbero in Parlamento, ma non di certo con il 25% dei consensi.

 

La legge elettorale dovrebbe essere il frutto di un accordo tra i partiti. Considerando che sono tutti spaccati al proprio interno, si troverà mai un’intesa?

Se una delle forze politiche disponesse della maggioranza necessaria, potrebbe approvare la legge da sola, come fece il centrodestra con il Porcellum. Ma nessuna di  quelle attuali, da sola, ha la maggioranza. Detto questo, le probabilità che questo Parlamento riformi il sistema elettorale sono minime. Del resto, Napolitano non ha forse detto che finché il sistema non sarà riformato, non scioglierà le Camere? Ecco, nessuno tra i deputati e i senatori ci tiene a perdere la poltrona anzitempo.

 

Sono minime ma ci sono, quindi. Quale potrebbe essere la formula più condivisa?

L’unica legge elettorale che può essere fatta da un Parlamento di questo genere è una legge proporzionale decente, che tuteli le posizioni di chi già fa parte delle Camere. Probabilmente, sarà qualcosa di simile a quella attuale, ma senza premio di maggioranza.

 

Non si potrebbe alzare la soglia necessaria per ottenere il premio?

Sì, ma dato che si parla di almeno il 35-40% dei consensi, allo stato attuale, nessuno la raggiungerebbe.

 

Quale potrebbe essere la legge maggiormente in grado garantire la governabilità del Paese?

Anzitutto, ai partiti, più che la governabilità, interessa preservare le poltrone. Certo, senza le seconde può anche darsi che non si riesca a garantire la prima. Tuttavia, negli altri Paesi, rispetto alla due esigenze si è sempre trovato un certo equilibrio. E’ anche vero, inoltre, che se nessun sistema elettorale è perfetto, ne esistono alcuni migliori di altri, sperimentati in Paesi che hanno governi che funzionano. Mi riferisco alla legge elettorale tedesca e al doppio turno alla francese. Invece che ipotizzare strani mix, sarebbe meglio che le forze politiche assumessero per intero uno di questi due modelli.  

 

(Paolo Nessi)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori