IL CASO/ Il padre (spacciatore), il figlio e il bidello: ecco la “normalità” che non vogliamo

- Raffaele Iannuzzi

Esistono società, spiega RAFFAELE IANNUZZI, in cui i criteri e le regole della convivenza civile, semplicemente, non sono contemplati e si vive un radicale scollamento dalla realtà

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Alcuni anni fa sono stato in Sicilia. Ho visto un microcosmo attraversato in lungo e in largo da quei codici ancestrali, primordiali, che hanno la forza dell’evidenza per chi li usa e vive ogni giorno: si fa così, e basta; si è, dunque, così, e basta. Un altro mondo, nel senso più stringente del termine: c’è qualcosa di “altro” che, all’occhio e ai sensi del forestiero – diciamo pure: straniero, estraneo a quel sistema comunicativo – sfugge, eppure, lo si creda o meno, questo assurdo cosmico inchioda lì sul posto. A Catania, in pieno centro, agosto, un caldo bestiale, noi in macchina e davanti un furgoncino della “monnezza”, come si dice a Roma; escono i due operatori ecologici, cioè, in italiano, gli spazzini di turno, inchiodando il furgone in mezzo alla strada, e vanno a farsi un bel gelato, intrattenendosi in beate conversazioni con la gente del posto, femmine soprattutto, perché, si sa, il “masculo” è attivo fin dalle prime ore del giorno: tutto regolare. Passano auto di vigili urbani, niente, li superano tranquilli, anzi salutano: la calda tribù si riconosce in questi riti e miti.

Un altro mondo, appunto. Cos’è “normale”? Ciò che è statisticamente riconducibile a qualche variabile testata e riconosciuta come universale, ma se da quelle parti non si riconosce neanche il senso comune e le pratiche comuni del quotidiano, di che stiamo parlando?

Ecco, ciò che è accaduto a Palermo, di cui farò menzione tra un istante, fa parte della medesima variabile cosmica del caos: tutto va ben, madama la marchesa. Il caos dentro e fuori è un unico Caos e si spiaccica su ogni frammento della realtà, dagli spazzini che piantano il furgone sulla via per fare gli affaracci loro, con la polizia a legittimare il tutto, al delirio di cui ora darò conto.

I fatti. A Palermo abbiamo un bambino di 3 anni, che ha un padre spacciatore. Nella famiglia tutti sanno e l’omertà vige incontrastata. A un certo punto, il bambino ha svelato al bidello della scuola quale fosse realmente l’attività del padre: papà spaccia, caro bidello. Il padre spacciatore, ora agli arresti nelle patrie galere (chissà quanto ci rimarrà, poco immagino), viene anche intercettato e, in un colloquio con il boss dell’organizzazione di cui fa parte, si rammarica del comportamento del figlio di tre anni e mezzo.

Formidabile colloquio: «Ripete tutto – diceva all’amico -: è andato a dire mio padre vende il fumo ed è venuto il bidello della scuola: vedi che tuo figlio mi disse così e io che dovevo fare? Gli ho levato i giocattoli, la playstation».

Ora, a me interessa poco l’aspetto morale della vicenda – il padre che educa il figlio in un contesto familiare in cui tutti sanno che spaccia etc. – e ancora meno la cifra criminale della questione, lascio questi aspetti alla selva dei furori dei molti appassionati e delle moltissime appassionate (c’è una marea di donne a praticare questo nuovo sport e ad iscriversi a legge per fare poi la “criminologa”) del “profilo” criminale del tizio in oggetto e dei tizi come quello in oggetto; è, a mio avviso, molto rilevante e utile valutare, invece, i tratti dei deliri in campo.

Perché di delirio si tratta e riguarda non soltanto il padre spacciatore, ma anche il bidello e in qualche misura andrà a toccare, probabilmente, anche il ragazzino di 3 anni e mezzo.

Intanto, cos’è un delirio?

Nell’ultimo numero della rivista Mente e cervello, troviamo proprio un articolo, assai utile, così intitolato: L’abc del delirio. Bastano le prime frasi per inquadrare il nostro contesto: “Chi delira ha un vissuto interiore che sembra impazzito rispetto al mondo esterno. Secondo lo psichiatra svizzero Christian Scharfetter, i malati vivono in una realtà tutta loro, inconciliabile con quella concreta, una realtà a cui i soggetti, tuttavia, continuano imperterriti ad aggrapparsi”.

Ora, trasferiamo questa chiara definizione al nostro contesto.

Allora, abbiamo un padre che spaccia, in una famiglia che è il frutto di questa attività. Il figlio, a un certo punto, si accorge che c’è qualcosa che non va e, nello stesso tempo, forse, trova strano e in qualche modo affascinante il “lavoro” del padre e, dunque, “canta” col bidello della scuola materna. Il quale – sempre in quel contesto sociale e antropologico sopra descritto – che fa? Chiama il padre spacciatore e gli dice: “Tuo figlio mi disse questo”.

Lo va a dire al colpevole, perché, in quella realtà specifica, le persone si muovono così, non sempre, ma con una certa regolarità: di padre in padre, potremmo dire, “come se” la vicenda riguardasse il “bon ton” del figlio o comunque potesse riguardare il padre che spaccia e allora il messaggio è: “Io ti ho avvertito, non ho colpa, risparmiami”.

Tre deliri in un unico processo: a) il ragazzino che spiffera quanto fa il padre, come se fosse o “normale” o “eccezionale”, in ogni caso decide che il referente debba essere un altro rispetto alla famiglia (esce dal delirio o è un frutto del delirio familiare?); b) il bidello riferisce al padre autotutelandosi e, insieme, lanciando un messaggio al medesimo: “Ma che combini con tuo figlio? Che fa? Va a parlare con altri della tua attività? Ma che famiglia è la tua?” (Appunto: che famiglia è la tua?); c) lo spacciatore, e qui arriviamo allo scollamento dalla realtà, tipicamente delirante: al ragazzino va tolta la playstation, così impara”. La domanda è: a fare che?

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