LEGGE ELETTORALE/ Ceccanti: un “premio” per far fuori il centro e Beppe Grillo

- Stefano Ceccanti

Finché non si abolirà il bicameralismo perfetto, spiega STEFANO CECCANTI, nessuno potrà avere la certezza che il risultato elettorale di una Camera sarà analogo a quello dell’altra

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Angelino Alfano ed Enrico Letta

I risultati elettorali hanno obiettivamente cancellato una delle possibilità alternative di riforma che in astratto esistevano: quella che sarebbe stata peraltro più coerente con la linea politica che il Pd aveva adottato dal 2009 con la segreteria Bersani, di limitarsi cioè a rappresentare la sola sinistra tradizionale, “i progressisti” andando poi al Governo con un puntello centrista, i cosiddetti “moderati”. Quella linea avrebbe avuto come accompagnamento logico un sistema simil-proporzionale di tipo tedesco, come Massimo D’Alema ha teorizzato da vari anni: progressisti e moderati si sarebbero presentati da soli agli elettori per poi unirsi, in nome della necessità, dopo il voto. Lo stesso schema praticato nelle elezioni 1994 e allora battuto dalla discesa in campo di Berlusconi.

Questa prospettiva non c’è più giacché, a causa dell’ascesa del Movimento 5 Stelle, che non fa nulla per dissimulare la sua natura anti-sistema, un modello a base proporzionale potrebbe solo portare a larghe intese permanenti, con un’ampiezza identica a quella odierna. Chi vuole la proporzionale non può che essere un tifoso aperto o nascosto della Grande Coalizione fino al Pdl.

Il terzo polo elettorale non è al centro, ma fuori sistema e questo cambia le coordinate della discussione. Non a caso la forza centrista subisce dentro il sistema le attrazioni opposte del Pd renziano e del centro-destra post-berlusconiano, ed è destinata a lacerarsi. Per la stessa ragione non solo Matteo Renzi (che è stringentemente coerente tra riscoperta della vocazione maggioritaria sul piano politico e bipolarismo su quello istituzionale), ma anche i candidati alla segreteria del Pd che hanno un profilo più da sinistra tradizionale (Cuperlo) o comunque minoritario movimentista (Civati) non possono che presentare proposte bipolariste per la democrazia governante in alternativa alle larghe intese permanenti. Proposte bipolari che riguardano non solo la legge elettorale, dove per fortuna è stata scongiurata l’ipotesi di una legge-ponte proporzionale (visto che in Italia non c’è nulla di più duraturo del transitorio) ma dove la più sensata proposta a regime, quella del doppio turno di coalizione simile al sistema delle comunali, che si potrebbe varare anche subito, ha comunque bisogno che si superi il doppio rapporto fiduciario tra Camera e Senato. Altrimenti saremmo costretti a sperare, senza averne certezza preventiva, in un identico vincitore tra Camera e Senato.

Per questo è importante che il governo duri, per avere il tempo di non caricare tutto sul solo strumento della legge elettorale, insufficiente nella prospettiva di una democrazia governante. Più durano le larghe intese attuali, meno ce ne sarà bisogno per il futuro.

Nel frattempo, perché questo percorso avanzi, c’è però bisogno che sul piano politico sia nel centrosinistra, dove tutto è più chiaro grazie alle primarie, sia nel centrodestra, dove invece la persistenza di Berlusconi rende tutto più contorto, avanzi una ristrutturazione intorno a due forze entrambi a vocazione maggioritaria, che non cercano né puntelli centristi ai propri limiti né dipendano solo da una persona. Il successo di una riforma per una stabile democrazia governante si salda con queste necessarie evoluzioni politiche. Più esse saranno rapide e chiare, più il terreno sarà prosciugato anche dalla protesta anti-sistema.

I due relatori in commissione Affari costituzionali al Senato hanno cercato di superare lo stallo. Tuttavia nella loro bozza si dice che non c’è l’accordo sul punto chiave, ovvero cosa succede se non si raggiunge la soglia che viene introdotta per assegnare il premio. Fare come nei comuni, cioè il ballottaggio, significa infatti avere un vincitore; rinunciare al secondo turno e non dare il premio o darne uno piccolo significa produrre larghe intese a oltranza, cioè peggiorare la legge. Il primo scenario sarebbe certo da perseguire, il secondo da evitare ad ogni costo anche qualora fosse prospettato come una soluzione transitoria.

Quest’ultima, ammesso che poi si riveli davvero tale, è accettabile solo se si avvicina alla soluzione a regime, se invece dovesse andare in senso opposto sarebbe con tutta evidenza una scelta schizofrenica. Quando si devono fare tre passi avanti a regime non avrebbe alcun senso votare una transitoria che nel frattempo, anziché avanzare, ci farebbe fare qualche passo indietro. Peggio di stare fermi.

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