FITTO vs ALFANO/ Toti (Tg4): che c’entra Berlusconi, è “colpa” di Angelino…

- int. Giovanni Toti

Secondo GIOVANNI TOTI (Tg4), la dialettica interna al Pdl riguarda, in fondo, solamente il partito. Agli elettori, delle poltrone dei vari parlamentari e dirigenti, interessa ben poco

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Il destino del Pdl è tutt’altro che segnato. Berlusconi dando la fiducia al governo Letta ha concesso ad Alfano una vittoria, certo. Ma parziale. Al disegno del vicepremier di presa in consegna del partito, infatti, si è contrapposto l’ex ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto. Che, intervistato dal Corriere della Sera, ha spiegato che l’unico modo per recuperare l’unità interna è un congresso vero e proprio, che esprima la linea politica e convochi gli elettori per scegliere il segretario. Abbiamo chiesto a Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto e del Tg4, qual è il futuro del centrodestra.

I falchi hanno trovato il proprio capo da contrapporre dal Alfano?

Escludo che Fitto possa essere annoverato tra i falchi. E’ un ex ministro, nonché un importante esponente del Pdl che, ultimamente, è rimasto volutamente fuori dalla dialettica falchi-colombe. Non penso, del resto, che alcuni personaggi tra quelli che hanno firmato il suo documento, come la Carfagna o la Gelmini, possano essere considerati falchi. Semplicemente, di fronte a quello che è successo in Senato ha avvertito la necessità di scendere in campo.

Cosa è successo, secondo lei?

Nel giorno in cui si è data la fiducia a Letta, si è giocata sulla pelle del governo il primo vero congresso del centrodestra. Una conta interna tra le varie anime del berlusconismo. Alfano, che in qualche modo lo ha aperto, non può di certo pensare di fermare il meccanismo che lui stesso ha innescato.

Fino a ieri stamattina sembrava che la strada verso la leadership del ministro dell’Interno fosse in discesa.

La verità è che tutti, compreso Alfano, continuano ad andare da Berlusconi per chiedergli di restare in campo e mediare tra le varie anime. Si tratta, quindi, di giochi parlamentari e politici. Non elettorali. Costoro, infatti, non godono di consenso proprio. La vicenda di Fini insegna. Hanno il terrore di fare la sua stessa fine. Di conseguenza, le spartizioni di cariche interne al partito sono questione secondaria.

Vanno da Berlusconi, ma il suo ciclo sembra ormai volgere al termine…


Prima di dichiarare chiuso il berlusconismo, sarebbe prudente interpellare gli elettori. Ogni volta che si va a elezioni, e si pensa che elettoralmente sia sconfitto, le urne attestano il contrario. Quel che è certo, in ogni caso, è che, qualunque forma assuma il Pdl rinnovato, continuerà a prendere i voti in suo nome e non contro. Alfano è troppo intelligente per non capirlo e si limiterà a impegnarsi affinché le anime del partito trovino una sintesi.

 

Berlusconi ha una sua forza elettorale, indubbiamente. Tuttavia, non sarebbe l’ora che il partito diventasse adulto, e riuscisse a fare a meno del leader carismatico?

La politica, finite le chiacchiere, è fatta dai risultati degli elettori. Saranno loro a decidere quando il partito non dovrà più avere una leadership carismatica. Finora, non l’hanno deciso. E di sicuro non lo decideranno deputati e senatori che stanno in Parlamento perché trainati dalla candidatura di Berlusconi. Del resto, il Pdl è nato strutturalmente sulla sua leadership carismatica riconosciuta da 10 milioni di italiani. Diventerà un partito diverso quando ci sarà un altro candidato che dimostrerà di avere una forza elettorale superiore alla sua.

 

Fitto è la longa manus di Berlusconi?

Ma no, è impensabile. L’unico obiettivo dell’ex premier è quello di riunire i moderati. Prima di scendere in campo del resto disse ai vari Martinazzoli e Segni, e a tutte le varie anime dei moderati divisi, di mettersi d’accordo. Rendendosi conto che si trovava di fronte ad un pollaio ingestibile, prese in mano la situazione ed è diventato, per 20 anni, l’unico fulcro attorni al quale i moderati si sono uniti.

 

Giunti a questo punto, Forza Italia si farà?

Immagino di sì. Nasce proprio dall’obiettivo di ridare spinta propulsiva ideale al polo dei moderati. In ogni caso, il problema non è il nome del partito, ma la definizione dei suoi contenuti e della platea elettorale a cui si rivolge.

 

(Paolo Nessi

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