DIETRO LE QUINTE/ Scendono in campo i tre vecchi “saggi” di Berlusconi

Berlusconi vuole mantenere unito il fronte moderato, ma pur di non affrontare la decadenza è disposto a rottamare governo e Pdl. Ecco le ultime mosse. ANSELMO DEL DUCA

13.11.2013 - Anselmo Del Duca
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Silvio Berlusconi - Foto Infophoto

I margini sono strettissimi, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità politica della rottura. Tratta Berlusconi, che non si rassegna alla scissione del suo partito, tratta Alfano che sta vivendo come un dramma personale l’ipotesi del divorzio dal leader cui politicamente deve tutto. Per i pontieri è il momento in cui profondere il massimo sforzo, l’ultima finestra di opportunità per evitare uno showdown che rimane l’ipotesi più probabile, anche perché la sabbia nella clessidra continua inesorabilmente a scendere.

Che la tensione rimanga altissima lo testimonia la colomba Cicchitto, quando ipotizza la diserzione in massa da parte dell’ala governativa della riunione del consiglio nazionale. E allora ci si scervella alla ricerca di formule tali da salvare capra e cavoli. O, quantomeno, ridurre le lacerazioni al minimo.

Il nodo rimane uno solo, il legame inscindibile, agli occhi del Cavaliere, fra decadenza e collaborazione di governo con il Pd. Per dirla con le parole del Mattinale, la velina quotidiana che i collaboratori di Renato Brunetta inviano a deputati e senatori azzurri, la decadenza è una “ingiustizia intollerabile”. E quindi “non si collabora con l’impero della Decadenza”.

La decadenza vista quindi come il male assoluto. e su questo i margini di trattativa dentro il Pdl sono davvero minimi, dal momento che Berlusconi su questa impostazione non intende fare passi indietro. Quando a sera il Cavaliere incontra i giovani selezionati dalla “falchissima” Santanchè, Berlusconi a una domanda su come possano i ministri rimanere al governo risponde di non credere che possano farlo. Ma la durezza della posizione viaggia a braccetto con la speranza che non si arrivi alle estreme conseguenze dentro il partito. “Io cercherò in tutti i modi di tenere insieme i moderati, farò di tutto perché non si spacchi il nostro movimento”, sono le parole di Berlusconi riferite da chi c’era.

Almeno due elementi fanno intuire che i canali di comunicazioni sono ancora attivi. Sul versante di quelli che si autodefiniscono “innovatori” non può sfuggire un doppio rinvio di 24 ore: della riunione degli alfaniani, e della pubblicazione del documento politico da giorni in preparazione per dire che il sostegno al governo non deve venir meno neppure dopo la decadenza. Sul fronte lealista parole distensive vengono da una delle persone più vicine a Berlusconi, la senatrice Maria Rosaria Rossi, di solito molto parca di dichiarazioni pubbliche. La Rossi si professa “certa” che Berlusconi “saprà convertire” le “differenze in nuova e ritrovata unità” e “trovare la soluzione” che eviti la spaccatura.

Se si mettono le parole della Rossi in parallelo con l’auspicio di Alfano che confida che il movimento possa rimanere unito, si riscontra una convergenza nella speranza di quello che – oggettivamente – a oggi apparirebbe come un mezzo miracolo.

Il quadro è in movimento continuo, e fra le tante ipotesi che circolano c’è anche quella che il leader del centrodestra si convinca a volare talmente alto nella sua relazione al consiglio nazionale di sabato, sino a non citare in alcun modo la questione della decadenza e delle sue conseguenze politiche. Disegnare il futuro dei moderati italiani, insomma, nell’abito del sogno di un grande partito del centro destra, staccandosi dalla contingenza. 

Difficile, ma non impossibile. In questo sforzo più che i pontieri “politici”, sarebbero impegnati i grandi mediatori, del calibro di Ennio Doris, Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Un discorso così congegnato permetterebbe ad Alfano e ai suoi di esser presenti in una cornice di agibilità politica minima. Ben lontani insomma dal rischio di una riedizione della cacciata pubblica stile Fini 2010, il “che fai, mi cacci?” come grande rischio da evitare per tutti.

Si tratterebbe in sostanza di un rinvio del nodo politico chiave di queste giornate,che scivolerebbe a dopo il voto in Senato sulla decadenza. Sembra, invece, da escludere l’ipotesi di un rinvio della riunione, sia perché l’appuntamento ha già subito un anticipo e il balletto delle date risulterebbe incomprensibile ai più, sia perché stavolta fermare la macchina organizzativa sarebbe davvero difficile.

Per Alfano non è però facile accettare una soluzione transitoria, che nulla dica sul rapporto con il governo prima e dopo il voto sulla decadenza. E, per parte sua, non ha granché da offrire, se non un tentativo, non si sa quanto praticabile di strappare a Grasso e al Pd un breve rinvio del voto oggi fissato per il 27 novembre.

La soluzione del rebus Pdl sta forse negli incontri di Berlusconi. Quello con Fitto c’è già stato, per quello con Alfano è probabilmente questione di ore. Se c’è un margine per preservare ancora l’unità del Pdl si saprà ben presto, altrimenti i tamburi di guerra, che per ora si limitano alla guerra dei numeri fra i sostenitori delle due tesi dentro il consiglio nazionale (o qualcuno bara sulle firme raccolte, oppure parecchi consiglieri hanno firmato due volte), torneranno a rullare per segnalare che la resa dei conti è ormai alle porte, e non più rinviabile.

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