SILVIO IN PIAZZA/ Lo stesso copione che non stanca mai. Perché?

- Gianfranco Lauretano

Mentre in Senato si votava la decadenza di Berlusconi, la manifestazione davanti a Palazzo Grazioli mostrava un entusiasmo che fa riflettere. Il commento di GIANFRANCO LAURETANO

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Caro direttore, 
la manifestazione del 27 novembre di Piazza Plebiscito davanti a Palazzo Grazioli, la residenza romana di Silvio Berlusconi, oltre all’intendimento di sostenere con un abbraccio di popolo il leader del maggior partito di centrodestra nelle ore in cui il Senato vota la sua decadenza da senatore, dimostra che la macchina organizzativa di Forza Italia, appena rinata, funziona ancora. 

Fin dalla mattina i manifestanti portati dai pullman messi a disposizione dal partito cominciano a concentrarsi nella zona dove si sta allestendo il palco, sfidando il freddo intenso che non risparmia neppure Roma, città abituata a temperature ben più miti. Berlusconi dirà che lo strapotere della sinistra ha ordinato che facesse così freddo. Man mano che il tempo passa la piccola folla cresce: si leggono cartelli da numerose città e regioni, persino da quelle tradizionalmente rosse (spiccano Ravenna e Reggio Emilia). Molti recano slogan contro il colpo di Stato che la decadenza annunciata rappresenterebbe e proprio a causa di uno di questi striscioni, appeso da manifestanti invitati dalle forze dell’ordine a rimuoverlo, provoca una piccola bagarre con la polizia la cui eco giunge in Senato, con esponenti del centrodestra che insorgono a questa notizia. 

Già, il senato: nelle stesse ore la battaglia è in corso. Gli emendamenti del centrodestra che tentano soprattutto di ripristinare il voto segreto in base al regolamento, vengono tutti bocciati. Le dichiarazioni di voto continuano, accendendo spesso discussioni infuocate, soprattutto per le dichiarazioni insolenti di un senatore 5Stelle, Taverna, che costringe il presidente del Senato, Grasso, a sedare gli animi. 

Davanti a Palazzo Grazioli, intanto, le fila si ingrossano: c’è gente di tutte le età, giovani, donne, persone di colore, anziani. Una signora sventola un libro intitolato “Caro Silvio” che raccoglie lettere di solidarietà e affetto giunte da tutto il mondo. Sono tutti convinti che il leader è lui, e nessun altro; e che questa storia della decadenza è proprio un colpo di Stato della magistratura politicizzata. Non si vedono neppure interlocutori di parte avversa che nella precedente manifestazione, avvenuta sempre qui in seguito alla sentenza definitiva di condanna della Corte di Cassazione, si infiltrarono tentando di discutere, o forse provocare la discussione, con i militanti berlusconiani.

Alle sedici e trenta la tensione dentro Palazzo Madama è più forte che davanti a Palazzo Grazioli: la votazione sulla decadenza è prevista per le 17, anche se tutto fa pensare ad un pur breve ritardo. In piazza, alla comparsa di alcuni esponenti fedelissimi, come Fitto, cala un silenzio carico di attesa, perché la presenza stessa di certi parlamentari è letta come segnale della imminente comparsa di Silvio Berlusconi. 

La conferma viene dall’Inno di Mameli, che alle sedici e trentacinque scatta spontaneamente dalla folla quasi come un boato, con la frase “siam pronti alla morte” sottolineata da molti a squarciagola. Infine l’Inno di Forza Italia e, assieme all’Inno d’Italia rilanciato stavolta dall’impianto acustico, l’arrivo dell’ancora senatore Berlusconi. 

Le bandiere tricolori del partito sventolano tutte, termina l’Inno e scatta un “Silvio Silvio” da stadio. Lo stesso Berlusconi sottolinea, iniziando il suo discorso, quel “siamo pronti alla morte” di cui deve aver sentito la forza nella spinta  data dalla folla. Parla di lutto per la democrazia, magistratura di estrema sinistra, libertà. Racconta di nuovo la sua storia, i 57 processi e le 41 assoluzioni. Verso la fine dice la cosa che tutti quelli che sono qui vogliono davvero sentire: andiamo avanti. Si può essere guida politica senza essere in Parlamento, altri lo sono (e cita Renzi e Grillo). Ma come andare avanti? Ripartendo dal basso, dalla gente: “C’eravamo un po’ staccati dalla gente” ammette in un fugace mea culpa. Ora si tornerà ad essa, come vent’anni prima, andando nelle città, nei quartieri e nei paesi a formare dei “club” (parola detta con pronuncia inglese non cristallina), che si chiameranno, a furor di popolo, “Club Forza Silvio”. Questi club dovranno poi indicare quattro nomi, che guideranno la riscossa e il partito.

Si riuscirà nell’intento? Qui sta il punto: il valore di un leader si decide infatti molto dalla capacità di formare una classe dirigente politica, ma anche economica e culturale. È accaduto finora? Assieme a un ancora considerevole numero di sostenitori capaci di entusiasmo (cosa che nessun altro politico italiano può esibire) che fa di Berlusconi, oltre al più odiato, anche indubbiamente il leader più amato, esistono intorno a lui personalità spiccate nei vari campi? Tra i politici, una serie di secessioni anche recenti ha allontanato diverse teste; in campo economico gli esperti di cultura liberale, attirati inizialmente dalla novità berlusconiana, non sono riusciti a liberare la società italiana da uno Stato la cui pesante invadenza sta affondando tutto; in campo culturale non si vedono grandi personalità scientifiche, artistiche o letterarie, tanto che i senatori a vita devono tuttora essere pescati a sinistra.

Oggi come oggi questo rilancio dice una cosa precisa: si riparte da lui. Ancora lui, sempre lui. Solo lui? Qui sta la sfida dei club in via di fondazione, che dovranno essere mille entro l’8 dicembre. Basterà il capo di sempre, deciso a rimanere in campo anche se fuori dal Parlamento, più vicino alla gente, a far ripartire il sogno di vent’anni fa? Per le persone radunate davanti alla sua dimora romana non c’è dubbio di sì.

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