SCENARIO/ 2. Il giurista: il dopo-Consulta sarà peggio di prima

Per ALESSANDRO MANGIA, la Consulta ha stravolto un quadro già di per sé molto complesso. In questo momento, qualsiasi cosa accada, l’Italia è impossibilitata ad andare alle elezioni

07.12.2013 - int. Alessandro Mangia
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“Lo scenario che si apre con la sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale è di una gravità mai vista. Se l’intenzione era quella di mettere definitivamente fine al bipolarismo, già superato nei fatti dai risultati delle ultime elezioni, l’effetto immediato della sentenza è che per la prima volta in 70 anni di storia repubblicana l’Italia è impossibilitata ad andare al voto”. Ad affermarlo è il professor Alessandro Mangia, professore di Diritto costituzionale all’Università Cattolica di Piacenza. Per l’esperto, “in questo momento discutere di riforme istituzionali è pura teoria, occorre dare risposta all’emergenza che si è creata con l’approvazione di una nuova legge elettorale. Per farlo bisognerà però avere prima di fronte il testo della sentenza che al momento non è ancora stato pubblicato. E’ singolare una Corte che procede per comunicati stampa, anziché per sentenze”.

Quale scenario si apre per il nostro Paese dopo la sentenza della Corte costituzionale?

Questa sentenza – anzi, questo annuncio di sentenza – ha stravolto un quadro già di per sé molto complesso. In questo momento, qualsiasi cosa accada, l’Italia è impossibilitata ad andare alle elezioni. E’ una situazione di gravità inaudita, mai sperimentata prima. Ed è ciò che da sempre la Corte ha voluto evitare sostenendo, ai tempi dei referendum elettorali, che le leggi elettorali erano leggi costituzionalmente necessarie. E cioè leggi che non potevano non esserci. Ora, dopo questo annuncio di sentenza, qualcuno dice che ora non si potrà più andare a votare. Qualcun altro dice che il Parlamento è delegittimato, e che occorre andare quanto prima a nuove elezioni, dimenticando che, in tal caso, a stabilire la legge elettorale sarebbe per l’appunto un Parlamento delegittimato.

Lei quale legge elettorale auspica?

Guardi, l’esperienza degli ultimi vent’anni ci insegna che un conto sono gli obiettivi della legge elettorale, un altro sono i risultati che concretamente si conseguono. In questo momento di disorientamento generale e di scomposizione del quadro politico, personalmente ritengo che un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento e un eventuale premio di maggioranza alla fine potrebbe mettere d’accordo molti, anche perché non pregiudicherebbe la posizione di nessuno. Lo stesso Mattarellum, del resto, era un proporzionale con premio di maggioranza, presentato come se fosse stato un uninominale con correzione proporzionale. Una cosa tipicamente italiana, sospesa tra il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. 

Dove sta la difficoltà nel trovare un accordo trasversale sulla legge elettorale?

Dopo la sentenza della Corte costituzionale, l’assetto bipolare che si è voluto dare al sistema politico italiano è chiaramente messo in discussione. Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è affrettato ad affermare che la sentenza della Consulta non pone in dubbio il bipolarismo e che il proporzionalismo sarebbe stato superato dal referendum del 1993. Il che fa pensare che, vista la situazione, ci fosse bisogno di dare un segnale forte in questo senso. Il punto è che ormai commentiamo annunci di sentenza e interviste. Questo è molto significativo.

Il bipolarismo è arrivato al capolinea? 

C’è questa concreta possibilità. Se non ce ne siamo accorti il bipolarismo è già venuto meno – e di fatto – con i risultati dell’ultima tornata elettorale. Del resto il bipolarismo non dipende dalle leggi elettorali che si fanno. Dipende dalla composizione del sistema politico. E dalla distribuzione dei consensi. E dalla cultura della classe politica. Non è un caso che oggi in Inghilterra – che è la patria dell’uninominale e del maggioritario – ci sia un governo di coalizione.

 

La nuova legge elettorale si inserirà nella cornice della riforma istituzionale…

Questo sarà tutto da vedere.

 

Poniamo che si riesca a cambiare la Costituzione. Lei come ritiene che vada modificato il ruolo del Senato?

Ormai si è consolidata l’idea per cui deve esserci una differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato, superando di fatto il bicameralismo perfetto. Il Senato verrà così ad avere competenze riguardanti il sistema dei rapporti tra Stato e Regioni. Andiamo verso un Senato delle Regioni sul modello del Bundesrat tedesco, che non potrà più votare la fiducia al governo. Così sarà tutto più semplice.

 

Quali altre modifiche costituzionali ritiene indispensabili?

Le sorti di un Paese non sono decise dall’assetto formale della sua Costituzione. E del resto io non sono mai stato un cultore dell’ingegneria costituzionale. E’ molto ingenuo pensare che cambiando qualche articolo della Costituzione si possa modificare il funzionamento del sistema istituzionale. Chissà perché si continua a spacciare questa idea.

 

Perché allora Francia e Germania non hanno mai avuto l’instabilità politica che ci contraddistingue?

A differenziare questi Paesi è innanzitutto il senso dello Stato delle rispettive elités politiche. E forse il buon senso delle rispettive elités economiche. Non una forma politica più ingegnosa. Da duecento anni i costituzionalisti sudamericani provano a replicare ciò che è scritto nella Costituzione degli Stati Uniti con gli effetti che sappiamo. Allo stesso modo, non illudiamoci che basti introdurre la sfiducia costruttiva anche in Italia per trasformare il nostro Paese in un’altra Germania. E forse, potendo scegliere, io non vorrei vivere in una Italia trasformata in Germania.

 

(Pietro Vernizzi)

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