PRIMARIE PD/ Chi è Gianni Cuperlo, il “bravo ragazzo” del Pci che rivuole la prima Repubblica?

- Giovanni Cominelli

Gianni Cuperlo si è fatto le ossa nella Fgci in crisi per il crollo del Muro, ma è sempre stato allineato sulle posizioni prima del Pci e poi del lider Maximo. D’Alema

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Gianni Cuperlo (Infophoto)

Dei tre “bravi ragazzi” che si contendono le spoglie del Pd, Gianni Cuperlo è il più party correct di tutti. Nato nel ’61, non viene tuttavia dalla gavetta del Pci, bensì da quella più breve della Fgci, la Federazione giovanile comunista, di cui diviene segretario nel 1988. L’itinerario sarà breve. Perché nel 1989 il Pci cambia sigla, a seguito dei noti eventi di quel felice anno del Signore e della conseguente presa d’atto da parte di Achille Occhetto. La Fgci di quegli anni è ormai poca cosa. Dai 300mila degli anni 50 ai 200mila degli anni 60, ai 100mila degli anni 70, nel Congresso del 1985 contava ormai solo 44mila iscritti. Sotto la guida di Cuperlo tornerà a 55mila iscritti. Nell’ottobre del 1990 la Fgci decide di sciogliersi e di seguire il padre-partito, trapassando in Sinistra giovanile nel 1992. Come nel partito, anche nella Fgci avviene una scissione: una minoranza aderisce al Movimento per la rifondazione comunista.

Da allora Cuperlo “si iscrive” direttamente alla Direzione del partito. Diventa responsabile della Comunicazione del partito dal 1992 al 2006, nonché membro della segreteria nazionale. Si lega a Massimo D’Alema, di cui diviene collaboratore sia al partito sia nella Commissione bicamerale, di cui D’Alema è presidente, sia nella stesura di scritti, discorsi, libri firmati dal lider Maximo. Dal 2006 è eletto alla Camera dei deputati.

Dalemiano, dunque? Sostanzialmente sì, ma non un “militonto”. Del resto, D’Alema si vanta di non dirigere un corrente, più semplicemente si limita a esprimere un pensiero. Chi lo ama, lo segue, a proprio rischio, senza protezioni. Benché Cuperlo appaia come una persona leale, colta, buon parlatore, la citazione giusta al momento giusto, in politica, tuttavia, non conta ciò che uno è, ma ciò che uno comunica. Ciò che Cuperlo fa vedere è un identikit dalemiano.

La summula dei suoi pensieri sono le 22 pagine (quelle di Civati tre volte di più, quelle di Renzi la metà) della piattaforma presentata in vista della corsa alla segreteria del Pd. Intitolata “Per la rivoluzione della dignità” (dignità dell’Italia, s’intende), si propone di ricostruire le ragioni di una speranza di rinnovamento sociale, civile e culturale per l’Italia. L’appello è tutt’altro che infondato, nel contesto di un Paese disperato e in declino. Ma i toni del documento paiono riprendere quelli classici delle tesi dei congressi del Pci: c’è sempre un’Italia che sta andando alla rovina e c’è sempre un Partito che si candida a risollevarla. Il Pd deve pertanto e in primo luogo ricostruire la propria autonomia culturale, andata perduta con i cedimenti al liberismo selvaggio, fantasma che solo pochi intravedono nei loro incubi notturni, perché la realtà è quella di un Paese pieno di Stato e invaso da partiti-Stato.

Le strizzate d’occhio alla sinistra interna, tentata di seguire Civati sulla linea di un anti-lettismo conseguente fino alla richiesta di andare al voto al più presto possibile, sono evidenti. Così come lo è il carattere solo tattico della manovra.

Memore del togliattismo migliore di D’Alema, Cuperlo in realtà vuole proprio l’opposto: far durare a lungo il governo Letta, nella consapevolezza realistica che lo scontro elettorale non regalerebbe necessariamente al Pd l’alloro della vittoria. Cosa che invece mostrano di pensare i suoi competitor Renzi e Civati. Certo, il governo va incalzato, come nella miglior tradizione del Pci fin dall’ascesa del centro-sinistra, ma prendendo realisticamente atto dello stato di necessità e di blocco del sistema politico e di quello elettorale. Le proposte di Cuperlo al riguardo sono caute. Di certo non bisogna uscire dal quadro di un sistema istituzionale parlamentare, con governo deciso dal Parlamento. In ciò si ribadisce l’antica tradizione della centralità del parlamento, cioè dei partiti che lo compongono. Sono loro che devono decidere il governo, non gli elettori, come invece sembra proporre Renzi con la sua ipotesi del “sindaco d’Italia”. Quale che sia il metodo con cui si trasformano i voti in seggi, l’assetto istituzionale deve restare quello storico della Prima repubblica. Così, mentre Renzi punta sul presidenzialismo e sul doppio turno e Civati sulla centralità del parlamento e sul Mattarellum (sia perché è la formula più semplice rimasta sul tavolo, dopo che la Corte costituzionale, emersa da un lungo letargo, ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum sia perché mantiene comunque intatto il sistema parlamentare classico), Cuperlo si tiene aperte le strade a un ritorno proporzionalistico temperato.

La posta in gioco resta sempre la stessa: che i partiti mantengano la posizione centrale nel sistema politico-istituzionale, come previsto dalla Costituzione “più bella del mondo”. La quale, in verità, prescriveva una regolamentazione dei partiti e dei sindacati. Ma la Costituzione materiale, figlia illegittima degli stessi padri-partito, è stata meno reticente e più risoluta al riguardo: i partiti vengono prima delle istituzioni, dell’amministrazione, dell’economia, della società civile; i partiti sono il fondamento, l’Alfa e l’Omega della democrazia. Questa è l’essenza della Prima repubblica e della Seconda; questa la causa delle insorgenze populiste e giustizialiste, dell’ingovernabilità del Paese e del suo declino. Che la generazione dei D’Alema abbia legato il proprio destino personale, la propria lunga carriera, la propria Weltanschaaung alla Prima repubblica non è una sorpresa.

Nella storia d’Italia intere classi dirigenti, già moribonde, sono rimaste ancorate ostinatamente ai tre regimi successivamente moribondi – quello liberale, quello fascista, quello repubblicano – e sono tramontate con essi. Da questo punto di vista il Pd del dalemiano Cuperlo nasce assai moribondo. Non che Civati lo sia di meno, nonostante la biografia meno partitica. Ma nel gioco delle tre carte del Pd, quella di Cuperlo rischia di finire sotto le carte degli innovatori di Renzi o della sinistra radical-grillina di Civati. L’andamento del confronto su Sky ha confermato questa collocazione oggettiva di Cuperlo, che ha assunto consapevolmente e per intero la rappresentanza del Pci-Pds-Ds-Pd. Naturalmente le tesi di Cuperlo parlano di molto altro, di politiche oltre che di politica. Né manca un appello all’etica, mediante la citazione dotta di Umberto Saba, compaesano del nostro candidato: “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”.

Dice Cuperlo: ai politici resta da fare la politica onesta. Affermazione apparentemente di buon senso, ma falsa. Perché la corruzione e l’immoralismo diffuse in tutto il sistema pubblico e nella società civile nascono non dal peccato originale, che colpisce i buoni e i cattivi, ma dall’occupazione partitica di Presidenza della repubblica, Governo, Parlamento, Corte costituzionale, Università, Scuole, Amministrazione, Rai ecc…. Tale occupazione non è realizzata in nome delle competenze, dei meriti o dei bisogni, bensì nel nome dell’appartenenza e delle fedeltà di partito, di sottocorrente, di clan. Cuperlo pensa ad un partito intelligente, aperto e, come no!, democratico, ma non si pone minimamente il problema della riduzione del suo spessore di mediazione rispetto allo Stato e alla società civile.

Solo che la storia più recente dell’intero sistema politico dimostra che non è possibile costruire un simile partito, senza che si ritiri dall’occupazione dello Stato e si dedichi di più a interpretare e rappresentare le istanze sociali e civili. La ricollocazione istituzionale dei partiti è la precondizione per la loro riforma. Tra qualche giorno le primarie daranno delle risposte sulla tenuta di Cuperlo. Alcuni sondaggi lo danno Cuperlo al secondo posto, altri sondaggi al terzo.

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