ELEZIONI/ La lettera: tre mosse (e un patto) per vincere la “guerra” dell’Europa

- Maurizio Carvelli

L’Unione europea impone la riduzione dei debiti statali costringendo a rientrare nei parametri di sicurezza. Come rientrare e di quanto? E dove tagliare? MAURIZIO CARVELLI

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Caro direttore,
sono molto deluso da questa campagna elettorale dove abbiamo assistito al solito teatrino della politica e all’insolito ma drammaticamente pericoloso riempimento delle piazze reali e virtuali di Grillini, che tanto ricordano, per sfascio, le adunate naziste nel periodo di crisi degli anni ’30. La delusione nasce dall’eludere la seguente questione: come si fa a sostenere realisticamente la crescita e come soprattutto preservare e mantenere la nostra capacità produttiva, che fa dell’Italia la seconda potenza industriale manifatturiera in Europa? Tutto il resto è in funzione di questa tenuta.

Il punto di partenza è l’Europa che condiziona la politica economica e finanziaria di ogni singolo paese contribuendo a determinarne la direzione. È fondamentale quindi giudicare se questa direzione che l’Europa sta imprimendo (o imponendo secondo alcuni attraverso forme complottistiche) sia giusta o no.

Io non credo ai complotti ma ritengo che la politica europea, influenzata dal rigorismo monetario tedesco e realizzata da una burocrazia tecnocratica non controllata dal Parlamento Europeo, e quindi dal popolo, sia sbagliata e tra l’altro anche incoerente.

La politica teutonica impone la riduzione dei debiti statali costringendo a rientrare nei famosi parametri di sicurezza. E molti nelle elezioni vanno dietro a questa logica. Ma la domanda vera è come rientrare e di quanto e di conseguenza dove tagliare. Per favore non parlatemi di sprechi o auto blu, con queste azioni non si va molto lontano, nel senso che per raggiungere le decine di miliardi che ci mancano non è sufficiente basarsi su queste azioni.

Che gli sprechi ci siano non c’è dubbio e bisogna ridurli (come per esempio l’eliminazione delle province) ma il vero problema è che tagliare seriamente le spese statali vorrebbe dire licenziare o mettere in mobilità centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, che se anche sovrabbondanti non si possono mandare a casa.

Cosa resta da tagliare quindi se non possono essere sacrificati posti di lavoro o ridotte le pensioni? Restano i contributi per le attività, per gli appalti, gli investimenti e quindi se si riducono questi fondi si taglieranno altri posti di lavoro, questa vota quelli produttivi.

Non si può nemmeno immaginare la riduzione dei contributi più improduttivi che esistano, quelli previsti per sostenere le persone senza lavoro, cioè la cassa integrazione (sembra che sia una somma pari a una ventina di miliardi, tanti quanti l’Imu).

Giusto o no che sia la soluzione, visti i tempi, la riduzione mi pare soprattutto irrealistica. Quindi l’unica strada è riformare il paese nel lungo termine, mettendosi d’accordo sul taglio delle spese di lungo periodo privilegiando il sostegno, nel breve, del sistema produttivo di qualunque genere, purché non diventi assistito.

Con altre parole, il vero scoop di queste elezioni sarebbe stato sostenere non l’abbassamento del debito dello Stato ma il suo incremento con una ipotesi seria di rientro in dieci anni, costruendo un patto vero fra eletti e elettori. Un patto vero da fare con il popolo basato su tre fattori: a) il ridimensionamento nel tempo della burocrazia, vera longa manus di un dispotismo amministrativo tipico di una società antisussidiaria e illiberale. b) Eliminazione immediata dei privilegi dei furbetti compresi quelli dei lavoratori, per cui chi è assunto deve essere certamente tutelato, ma non può vivere di una rendita di posizione a prescindere dalla propria azione. E i privilegi di chi non paga le tasse (compresi i milioni di piccoli e medi percettori di reddito che anche se poco paghino però il dovuto). c) Il sostegno immediato alla industria manifatturiera e dei servizi e alla formazione.

L’alternativa alla non diminuzione del debito è l’aumento delle tasse. L’Imu quest’anno è stata devastante soprattutto per le imprese, che sempre più stanno diventando delle mucche da mungere. Le aziende se vanno in perdita per più anni licenziano. Due osservazioni finali a conferma di quanto ho affermato: 1) lo spread in Italia non è sceso significativamente per le tasse imposte nell’ultimo governo ma per la paventata decisione di Draghi di intervenire a difesa degli Stati, segno anche che il problema dell’alto spread in Italia è un problema speculativo slegato dalla consistenza della struttura economica di un paese. 2) La politica degli Usa mi sembra operi all’opposto di quella europea e le cose lì vanno decisamente meglio che da noi.

Forse è arrivato il momento di cercare una direzione concorde nel nostro paese come avvenne nel dopoguerra, perché volenti o nolenti siamo in guerra.

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