SUICIDIO PD(?)/ Finetti: i “guai” di Bersani rischiano di rovinare la festa…

- int. Ugo Finetti

Prima Renzi alle primarie, poi Ingroia, Vendola, Monti e Berlusconi: sono questi gli “imprevisti” con cui Bersani dovrà fare i conti prima e dopo le elezioni. Il commento di UGO FINETTI

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Foto: InfoPhoto

Che Nichi Vendola non dorma sonni tranquilli, questo è ormai certo. Sono in molti a voler vedere vacillare il patto di centrosinistra, quello sancito con la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie (fortemente aiutata proprio dai voti dell’elettorato di Sel) contro un inaspettato (e temuto) Matteo Renzi. Un patto “chiarissimo” e inattaccabile secondo il segretario del Pd, ma che sia Monti che Ingroia tentano di destabilizzare con un unico obiettivo, quello di limitare l’influenza di Sel e ragionare solamente col Partito Democratico. “Spero che gli italiani ci daranno il 51% – ha detto mercoledì sera Bersani al Tg5 –  lo useremo come se fosse il 49%: saremo aperti e disponibili al confronto con chi vorrà contribuire alla ricostruzione. Punto e basta. Ho vinto primarie con oltre 3 milioni di elettori, ho le mie responsabilità, non intendo certo tradire il patto con gli elettori”. Una posizione chiara, ferma, ribadita anche da Anna Finocchiaro: “C’è qualcuno che ogni giorno vuole mettere in discussione la nostra alleanza con Sel e con Vendola – ha detto presidente del gruppo del Pd al Senato – Lo ricordo a tutti che con Nichi abbiamo sottoscritto una carta d’intenti. Noi siamo alleati sinceri di Sel”. Abbiamo fatto il punto della situazione con Ugo Finetti, secondo cui Bersani “ha avuto degli imprevisti che di certo non aveva messo in conto e che successivamente si sono anche moltiplicati”.

Di che tipo?

Il segretario del Pd aveva interamente impostato le primarie, all’indomani dell’accordo con Vendola, con l’obiettivo di dare maggiore visibilità a Sel ma anche di uscirne come l’elemento più moderato della sinistra, tentando allo stesso tempo di tenere nello stesso blocco anche la sinistra antagonista. Già in quel caso, però, ha dovuto fare i conti con la prima sorpresa.

Matteo Renzi?

Certo. Il sindaco di Firenze è sbucato dal nulla e ha determinato alcuni inaspettati scenari, innanzitutto non permettendo a Bersani di arrivare al 51% al primo turno, ma costringendolo ad andare al ballottaggio. Poi, al contrario di quanto avrebbe voluto il leader democratico, lo ha fatto apparire non come l’elemento moderato all’interno della coalizione ma anzi lo ha spinto ancora di più a sinistra, presentandolo quasi come un candidato antimoderato che vince solo grazie all’appoggio di Vendola. E non è finita qui, perché poi gli imprevisti si sono ulteriormente aggravati.

In che modo?

Un altro personaggio a sbucare dal nulla, poco dopo Renzi, è stato Antonio Ingroia che ha di fatto sconvolto la campagna elettorale di Bersani. Quest’ultimo era infatti convinto di poter andare avanti per la sua strada senza alcun nemico a sinistra e con la copertura di Vendola, ma si è ritrovato invece a dover fare i conti con una sinistra antagonista, bellicosa, e un Vendola che ormai sembra essere diventato una sorta di peso, svuotato del ruolo che avrebbe dovuto avere in precedenza.

A questi si è poi aggiunto anche Monti…

Ovviamente, un Monti che all’inizio neanche doveva entrare in politica e che ora, invece, rischia di togliere più voti al Pd che al Pdl. C’è poi infine un quarto imprevisto, vale a dire un Berlusconi in campo che da un lato ha rimesso in piedi l’alleanza con la Lega in Lombardia, dall’altro ha attuato un ricompattamento delle dissidenze interne in Sicilia che ora rischia di far vacillare parecchio Bersani al Senato. Berlusconi ha quindi costretto il leader Pd ad affrontare il discorso delle alleanze e ad avanzare proposte che al momento non prevedono neanche un taglio e immaginano come unico introito quello derivante dalla lotta all’evasione fiscale. C’è poi un altro scenario che va delineandosi nella prospettiva elettorale.

Quale?

Che l’appello al voto utile, quello che fa anche Berlusconi nei confronti per esempio di Giannino, si vada a scontrare a quella spinta al voto sicuro che sta prepotentemente emergendo da questa campagna elettorale, proprio a seguito degli ondeggiamenti e le fragilità che hanno dimostrato sia Bersani che Berlusconi.

Cosa intende?

La gente non ha più voglia di andare a votare turandosi il naso. Sono più di vent’anni che lo fa, tra proporzionale e maggioritario, quindi il fenomeno del voto sicuro non è affatto da sottovalutare. Basti vedere quanto sta facendo Grillo, ma anche lo stesso Ingroia, i quali diventano voti sicuri da contrapporre a ciò che di Bersani e Berlusconi non convince, per esempio un eventuale accordo del primo con Monti.

Pensa che Bersani possa effettivamente scaricare Vendola, magari dopo l’esito elettorale?

Non credo che Bersani possa farlo. Vendola è stato di fatto neutralizzato con quell’accordo secondo cui, in caso di dissenso, si vota a maggioranza nei gruppi parlamentari. Però è chiaro che, una volta passato il voto, Vendola si chiederà come mai sia necessario andare con Monti e non con Ingroia. E questo è un problema che Bersani, in caso di vittoria, dovrà risolvere.

Al momento quali sono le maggiori preoccupazioni di Bersani?

Una delle prime è certamente quella di aver bisogno del minor appoggio possibile. Bersani sa che difficilmente riuscirà ad ottenere la maggioranza assoluta al Senato, però una cosa è mancare il Senato per pochi seggi e un altro è non farcela per l’assenza di parecchi voti, il che comincia ad essere un problema serio.

Che ruolo ha Renzi in questo momento ma soprattutto dopo il voto?

Se Bersani dovesse vincere è chiaro che la posizione di Renzi è destinata a essere ridimensionata. Diverso è se Bersani dovesse non riuscire a fare il presidente del Consiglio o comunque a dover optare per una maggioranza con Monti: in questo caso la posizione di Renzi, il quale durante le primarie aveva sempre escluso ogni accordo con l’attuale premier, diventa molto più forte. E costringerebbe Bersani a uscire dalle urne da leader debole.

 

(Claudio Perlini)

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