IL CASO/ Ecco perché Berlusconi non è come Craxi

- Gianluigi Da Rold

Secondo GIANLUIGI DA ROLD, la gestione dell’ordinario cui si sono ridotti tutti i governi Berlusconi non è paragonabile alla forza riformatrice e all’ingombranza di Bettino Craxi

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Bettino Craxi (Infophoto)

Sembra, si dice, e quindi è tutto da prendere con “beneficio d’inventario”, che Silvio Berlusconi abbia detto, ricoverato al San Raffaele per una grave forma di congiuntivite, che la magistratura lo vuole “fare fuori come ha fatto con Craxi”. Ora, che ci sia dello “zelo” particolare, per usare un eufemismo, della magistratura, quella milanese in particolare, nei confronti di Berlusconi, anche un orbo riuscirebbe a vederlo.

In più, sarebbe ormai difficile negare che le vicende della politica italiana, in questi ultimi venti anni, non siano state segnate dall’azione della magistratura. Ma detto questo, la frase di Berlusconi, se è stata veramente pronunciata, non rappresenta affatto, se questa era l’intenzione, un nesso di continuità tra quella che fu la politica craxiana e quella berlusconiana. Continuità che invece va tanto di moda, ancora oggi, nello schematismo di analisti e di un giornalismo ormai approssimativo e completamente sfasato rispetto alla realtà.

In questo caso occorre fare almeno un paragone tra i due contesti: quello dell’inizio anni Novanta e quello che si sta vivendo oggi, all’insegna della precarietà, dell’incertezza e dell’ingovernabilità politica, della grande crisi economica e finanziaria e della totale ininfluenza della politica (non solo in Italia) davanti al potere dei grandi centri finanziari mondiali.

L’affondamento della “prima repubblica” arrivò nel momento di una svolta storica epocale e fu solo parzialmente “pilotato” da vari centri di potere interni e internazionali. L’Italia e la sua classe politica dovevano affrontare un grande cambiamento istituzionale, prima ancora che un cambiamento di carattere economico strutturale. Ci furono all’epoca molti errori di valutazione, molte forme di irresponsabilità e di vigliaccheria. Si preferì alla fine riconvertire in modo “spiccio e spesso brutale” l’apparato di economia mista italiana, piuttosto che mettere mano alle necessarie riforme istituzionali che erano diventate improcrastinabili. 

Avvennero alcuni fatti che dovranno essere affrontati con attenzione dagli storici. Il mutamento di carattere economico, l’”assalto alla diligenza” delle privatizzazioni venne messo in primo piano e nel contempo, guarda la coincidenza, si sviluppò una campagna mediatica senza precedenti di screditare la classe politica, di delegittimarla, di compararla tuta insieme come una “banda di ladri”. A questa campagna di delegittimazione partecipò all’epoca, con le sue “televisioni indipendenti”, anche il cavalier Silvio Berlusconi. Uno dei suoi telegiornali aveva un “inviato fisso” davanti al tribunale di Milano e non pare (riguardando le cronache dell’epoca) che avesse molta simpatia per migliaia di inquisiti o avvisati di garanzia che poi verranno completamente scagionati.

Il vuoto di potere che si creò in quel momento favorì una storica “via d’uscita” agli epigoni del comunismo italiano, permise ai magistrati un lavoro di supplenza istituzionale, consentì la svendita di parte importante dell’apparato produttivo italiano e favorì una svolta politica, sotto il nome di “seconda repubblica”, che ha portato a una confusione incredibile, con promesse di vario tipo: moralità, eticità, trasparenza, funzionalità, modernità che, alla luce dei risultati di oggi, fanno solamente sorridere in tono amaro.

Bettino Craxi, che aveva vinto la “battaglia storica” sul comunismo, fu travolto insieme agli altri leader dei partiti democratici, da quella “ventata” di inconsistenza moralistica che è passata sotto il nome di stagione di “tangentopoli”, i cui protagonisti sembrano oggi tutti in grande difficoltà. Il “principe” dei pubblici ministeri dell’epoca, Antonio Di Pietro, sbarcato da tempo in politica, non è stato neppure rieletto in Parlamento, nonostante il suo continuo sgomitare.

 

E’ difficile oggi immaginare che cosa Craxi avrebbe fatto se non ci fosse stata la stagione di “tangentopoli”. In tutti i casi il leader socialista, anche nell’esilio di Hammameth, restava un testimonio storico di chi aveva dato battaglia, sin dalla metà degli anni Ottanta; per la “grande riforma” dello Stato; per la difesa dell’originalità della struttura economica italiana; per essere stato un fedele alleato della Dc ma anche un suo oppositore in alcune circostanze; per essere stato un fedele alleato “atlantico” degli Stati Uniti, ma nello stesso tempo l’uomo che manda i carabinieri a Sigonella per opporsi all’arroganza agli americani; per essere stato un fiero oppositore del comunismo, ma nello stesso tempo lo “sdoganatore “degli ex Pci nell’Internazionale socialista. E si può aggiungere oggi, anche un “profeta” delle sventure di questa inconsistente cosiddetta “seconda repubblica”.

Il “tutto politico” Bettino Craxi era un riformista di sinistra, come ricordano oggi uomini come Emanule Macaluso e Massimo D’Alema nei loro libri-interviste. E resta sempre un fatto paradossale che il funerale di Craxi sia stato un “funerale di Stato”, anche se il leader morto era stato condannato dai tribunali italiani, con critiche che vennero dall’estero e dalle Corti internazionali. Forse è stato meglio per tutti i protagonisti di questi ultimi venti anni che Craxi morisse in esilio, perché, anche da “vecchio” politico, avrebbe riservato, con libri o dichiarazioni, sorprese scomode.

Detto con tutto il rispetto possibile, preso anche atto dello “zelo” incalzante che la magistratura ha nei suoi confronti, la scomodità di Silvio Berlusconi appare molto più ridotta rispetto a quella di Craxi. Il Cavaliere ha governato per anni con larghissime maggioranze e ha dato quasi sempre l’impressione di voler gestire l’esistente, più che di mettere in atto scelte decisive e svolte di modernità e di necessità all’Italia. Si aggiunga a questo che spesso Berlusconi è il “primo nemico di se stesso” con una serie di comportamenti, che seppure gonfiati dai mass media, con la politica hanno poco a che fare. Nell’inconsistenza della cosiddetta “seconda repubblica”, si vede tutta l’inconsistenza dei protagonisti di questa stagione, siano essi “vittime” o “carnefici”. Lasciamo perdere quindi paragoni (se sono stati fatti) e continuità che proprio non esistono.

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