GOVERNO (?)/ Sapelli: convergenze parallele (all’italiana)

- Giulio Sapelli

Dalla Grecia all’Italia, passando per Francia e Germania, la locomotiva dell’Europa. Contro il virus del populismo nessuno sembra aver trovato una cura. L’analisi di GIULIO SAPELLI

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In tutta Europa si stanno sfaldando le basi di massa dei partiti tradizionali. E’ un movimento molto  forte e sussultorio nell‘Europa del Sud e in Francia, ma investe anche, con movimenti meno violenti e traumatici, le nazioni dell’Europa centrale e financo la Germania, dove i Piraten hanno un potere di moral suasion così forte da  aver sospinto il socialdemocratico candidato a sfidare prossimamente Madama Merkel a inveire contro Berlusconi e Grillo, con epiteti tali da costringere il Presidente Napolitano a mutare il programma della sua visita ufficiale a Berlino: pensava di far fronte ai bonapartismi e ai cesarismi della frammentata protesa di massa, il socialdemocratico tedesco, adeguandosi a essa.

Ecco le caratteristiche di questi movimenti: essi sono populisti (come erroneamente si definiscono) solo in Grecia, perché lì hanno – come è tipico del populismo storico e attuale – radici e basi organizzative nelle organizzazioni sindacali. Queste ultime dal populismo stesso son via via trasformate e sfigurate, come accadde nella matrice storica di tutti i rari populisti mondiali, ossia in Brasile con Getullio Vargas e in Argentina con Juan Domingo Peron, dove i vecchi sindacati riformisti vennero travolti e fagocitati da un nuovo sindacalismo non negoziante ma invece acclamante e minacciante. La Fiom italiana è avviata a una trasformazione di questo tipo, ma la sua troppo ristretta base sociale e l’assenza di leaders carismatici la frenano nella trasformazione: è solo antagonista pre-populista; ma ciò è già sufficiente a distruggere un efficacie sistema di relazioni industriali autonome dal padronato e dai partiti e quindi dal governo.

I movimenti che attraversano le altre nazioni europee non sono populisti. Innanzitutto perché non esprimono moti in ascesa delle masse subalterne, ma moti, invece, di difesa (del reddito e dell’occupazione) e di distacco (dalle organizzazioni politiche e sindacali) delle masse interclassiste colpite dalla crisi senza precedenti che si è abbattuta in Europa anche per le politiche suicide di austerità che ora anche il Financial Times inizia a condannare. Ma proprio questo distacco, queste manifestazioni oscillatorie e peristaltiche della sofferenza e della protesta sociale, le piomba nella solitudine e nella indeterminatezza.

Esse sono pronte per essere guidate dall’alto in varie forme autocratiche, come se fossero delle sette di massa. Si tratta di movimenti di deracinados o di deracinés che trovano dei capi mediatici e bonapartisti, ossia che governano non la democrazia, ma invece con il potere senza legittimazione che non sia quello della piazza. La tecnologia dona a questi bonapartismi cesaristici una vernice di mondanità high tech che li rende moderni e post moderni insiemi, ossia ponendo in discussione ciò che rende moderna la politica: l’essere fondata sulla relazione personale, di massa o di piccoli gruppi ch’essa sia.

Naturalmente la rappresentanza territoriale, essendo, invece, fondata sulla rappresentanza personale aggregata in gruppi, partiti o movimenti ch’essi siano, sconvolge il rapporto tecnologico-cesaristico e impone il ricorso al principio di maggioranza. Ecco i contro-circuiti a cui questi movimenti neo-bonapartisti sono sottoposti. Sarà un bello studiare. Ma non sarà un bel governare, soprattutto laddove, come in Italia, tali movimenti sconvolgono con un potere di veto elettorale costruito sulle ceneri del bipolarismo la consumata arte del governare per compromessi e mediazioni. Si tratta, tuttavia, di un fenomeno irreversibile per costitutività, ma invece moderatamente reversibile per intensità, se la crisi troverà una soluzione, bene inteso.

L’Italia, invero, non è sola. La Spagna ribolle e anche il Regno Unito non scherza, se stiamo a sentire quello che scrive nella sua solita rubrica sul Financial Times Gillian Tett, la quale invita coloro che si entusiasmano per le politiche di austerità a visitare le piccole cittadine del Nord della nazione della Regina Elisabetta. La monarchia ha acquistato nel Regno Unito, non a caso, un’inaspettata popolarità dinanzi alla miseria e allo squallore urbano di una popolazione ridotta alla sussistenza, essendo una monarchia austera e frugale, soprattutto ora che non ha più sfolgoranti presenze magniloquenti e mondane. I partiti della poliarchia democratica hanno di che imparare. E la Francia? Essa si trova dinanzi a una vera e propria disgregazione dei due storici blocchi, socialista e post gollista.

A trarne i vantaggi non è la nuova sinistra  e i dignitosi comunisti immarcescibili oppure l’eroico Bayrout, uomo nobile di un centro cattolico tra i più dignitosi al mondo (come lo era Raimon Barre), quanto invece il Front National, che è già pronto con la ricetta che ora appare in tutta Europa. Da tempo essa nella Francia aveva trovato i suoi ammiratori. Quel grande e magnifico Paese ha sempre conosciuto, ahimè, fenomeni di questo tipo dando a essi una dignità culturale, tuttavia, che nelle tre nazioni mai si è ritrovata.

Se le caratteristiche di tali movimenti sono quelle che ho esposto qui in sommi capi, è impossibile negoziare con essi. L’ unica soluzione “italiana”, nello tsunami elettorale da essi provocato dalla subspecie “grillina”, è lavorare – come ha proposto recentemente Gianfranco Borghini sulle elettromagnetiche onde online di Firstonline, il bel giornale di analisi finanziaria diretto Franco Locatelli – per un governo post-moroteo di larghe intese e a convergenze parallele… sì!… tra Pd e Pdl. Non si sfugge: non c’è alternativa, potere giudiziario combattente permettendo… Ma questo vuol dire autodefinirsi come propositori di un’idea di nazione del mondo e non solo dell’antiberlusconismo, da un lato, e, dall’altro, per un  alternativo progetto che non sia solo la favola, vincente tuttavia, del combattere i comunisti che mangiano i bambini, soprattutto se sono – udite udite! – “cattocomunismi”! Bisognerebbe ricongiungere politica e cultura, per far ciò.

Bisognerebbe capire che solo la politica come comunità di destino è l’antidoto all’“antipolitica”. Ma questo sembra difficilissimo per il degrado intellettuale in cui tutti siamo immersi. Io per primo, naturalmente. Per questo la ragionevole arte del governare le masse è così difficile.

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