M5S & CURRICULA/ I “casi Giannino” nascosti nel movimento di Beppe Grillo

Dopo l’exploit elettorale, il movimento di Beppe Grillo si trova a dover fare i conti con i “refusi” dei curricula dei propri candidati. Ce ne parla LUCA SOLARI

12.03.2013 - Luca Solari
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All’indomani dell’inaspettata vittoria del Movimento 5 Stelle, un tema ricorrente è l’impatto di Internet sulla politica. Come spesso accade sulla stampa, i toni sono in generale estremi, apocalittici o enfatici, a seconda della visione e dell’obiettivo di chi scrive. Esiste però un altro tema, collegato alla rete che è stato toccato solo di striscio nella parte finale della campagna elettorale e che mi inquieta non poco. In una fase storica in cui, come previsto da Ulrich Beck, si afferma una razionalità riflessiva (ovvero, semplificando, uno sguardo sulla realtà che accetta la presenza di diversi e molteplici discorsi sulla realtà), emerge con chiarezza il problema che già aveva sollevato, criticatissimo, Benedetto XVI nelle tesi di Ratisbona, ovvero il rischio che questo confronto sia la morte della ragione in un relativismo non solo con pensiero debole, ma dedito a confonderci e illuderci.

Non mi soffermo sul fastidio che provo nel sentire un rigurgito quasi esoterico nelle discussioni e argomentazioni online, spesso troncate dalla facile affermazione che ogni esperto sia di volta in volta, (1) un venduto, (2) un pseudo esperto condizionato dal conformismo (o da improbabili società segrete) e (3) un tradizionalista che non vede il nuovo che sta arrivando. Voglio invece sottolineare come vi sia un fenomeno alimentato dalla rete e dalla inconsapevole (?) complicità di media e giornalisti che è la costruzione “scientifica” di identità e curriculum che legittimano a partecipare al dibattito pubblico.

Il caso più noto è quello di Oscar Giannino, che rimane un po’ particolare, poiché riguarda una persona che manifesta le competenze, ma non possiede i titoli che ha costruito per il proprio profilo pubblico (avverto che sono simpatizzante di Fare per Fermare il declino, per evitare che qualcuno lo usi come strumento per depotenziare il mio intervento). Vi sono però casi ben più eclatanti e pericolosi, perché riguardano la “costruzione” (a tavolino, visto il grande architetto Casaleggio?) di eventi e personalità da legittimare con una serie di manovre ben orchestrate su Internet e Wikipedia.

Il primo caso è Loretta Napoleoni, assurta a economista di spicco del Movimento 5 Stelle. Dopo averla vista maltrattare da Boldrin, mi sono chiesto da dove fosse comparsa. Come penso molti giornalisti e persone, l’ho quindi cercata su internet. Un’occhiata veloce dà l’impressione di una persona con molta legittimazione che appare anche in siti istituzionali delle università. I fatti incontestabili sono legati alla sua attività editoriale che riguarda i temi del terrorismo con alcuni libri di successo a carattere non scientifico.

Però ho deciso di fare un passaggio in più, aprendo i profili Wikipedia in italiano e inglese e qui iniziano le bizzarrie. I due profili sono molto lacunosi di dettagli e di riferimenti e fonti precise, ma sufficientemente ambigui da dare l’impressione (iniziale) di una persona con titoli di studio di rilievo e attività di consulenza per importanti governi internazionali. Appaiono (apparivano, perché sono in parte stati cancellati) anche attività didattiche presso atenei di prestigio. Tanto basterebbe per legittimarla come esperto di economia.

Peccato che a una successiva analisi emergano alcune incongruenze. Ad esempio, viene citato un Master in studi sul terrorismo presso la London School of Economics, senza citare l’anno. Facendo una ricerca si scopre che a oggi tale Master non esiste presso LSE, ma ve ne è uno presso la ben meno prestigiosa East London University (un master serale). Si cita un PhD presso La Sapienza, senza l’anno di riferimento, ma nella lista degli alunni non si trova il suo nominativo. Per essere più certi, basta una verifica presso l’Archivio nazionale dove devono essere depositate le tesi di dottorato, ma anche qui non risulta nulla.

Le docenze alla Cambridge Judge School of Business sono presentazioni del libro, almeno questo appare e non c’è traccia di una collaborazione didattica più continua. Appare anche la “prima” Scuola estiva di giornalismo investigativo di cui risulta Direttrice. Qui il sito c’è, un po’ scevro di informazioni, ma presenta come partner la Nottingham Trent University e la Durham University. Purtroppo ancora una volta sui siti delle due istituzioni non c’è traccia di questa collaborazione e nemmeno nei docenti della scuola. Certo alla Nottingham Trent University, per la business school rileviamo un intervento con annesso comunicato stampa che dichiara urbi et orbi le importanti esperienze (addirittura, la Napoleoni sarebbe la prima economista ad aver denunciato l’arrivo della crisi…).

Insomma, la faccio breve. Con le dichiarazioni e i comunicati stampa si creano le fonti che poi si collegano per il profilo su Wikipedia et voilà, l’esperto è costruito. Certo, basta un giornalista distratto o un ufficio stampa solerte e fiducioso e il meccanismo si auto-alimenta.

Il secondo è la presunta contiguità tra Paul Krugman e Beppe Grillo, basata su una serie di segnali, disseminati come chicchi in rete e fatti propri senza verifica anche da “autorevoli” penne internazionali (quasi sempre interessate a cavalcare il tema dello sfaldamento dell’Europa, chissà come mai…). Anche in questo caso si parte da un video su YouTube che altera il significato di quello originale, ma che appare più frequentemente perché più visitato. Accanto al video c’è la presenza virale di comunicati che segnalano il dialogo tra Krugman e Beppe Grillo, fino al punto che anche i media internazionali ci cascano e rafforzano la leggenda. In fondo, se dovessimo chiedere a Krugman se è vero, potrebbe mai risponderci? Se in tanti online lo dicono, vorrà dire che è vero!

È sempre così che un parlamentare del Movimento 5 Stelle, diventa bocconiano perché ha fatto un corso di specializzazione in Economia del Turismo. E chissà quante altre favole. Ora sapevamo che la rete può renderci molto più stupidi, come ben argomenta Andrew Keen in “The Cult of the Amateur: How Today’s Internet Is Killing Our Culture”, ma il timore che si affaccia in me è che dietro l’apparenza amatoriale si celi una strategia ben studiata per costruire una realtà diversa a proprio vantaggio. Sarebbe ora di aprire gli occhi.

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