GOVERNO(?)/ Sapelli: per salvarci diamo l’Italia a Cipro

- Giulio Sapelli

Per GIULIO SAPELLI, solo la politica, i parlamenti, la piazza possono fermare la falce, smontare i piani del macello e fermare anche solo per un momento la carneficina sociale in corso

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Che si sia giunti a un punto finale di un breve ciclo politico è ormai certo. Il ciclo è quello chiamato “Seconda repubblica”, che era sorto dopo il 1994 allorché la disgregazione incipiente e lungamente maturata dei grandi partiti politici di massa venne accelerata da un’offensiva congiunta e ben orchestrata tra magistratura nella sua cuspide e potere finanziario proteso all’integrazione con quello internazionale per privatizzare senza ostacoli l’immenso capitale pubblico italiano.

Le armi usate furono la lotta alla corruzione, esistente, certo, in forma acclarata e conosciuta per finanziare le macchine dei partiti, e il paradigma sorto all’improvviso nella mente di funzionari delle agenzie del capitalismo finanziario; il paradigma del debito pubblico che improvvisamente, senza base storica alcuna, senza riscontri empirici, diveniva il pericolo numero uno per tutti i paesi che dovevano essere oggetto della conquista da parte della finanza internazionale e dei gruppi nazionali a essa collegati.

I partiti politici di massa erano un ostacolo per far ciò e furono eliminati. Il Pci, che proprio in quegli anni mutava il suo storico gruppo dirigente per affidarsi a dei giovani turchi vogliosi di conquistare il potere, si alleò con queste forze sovversive (secondo la classica italica tradizione ben descritta da Antonio Gramsci), seguendo del resto ciò che faceva l’Internazionale socialista in tutta Europa (salvo la Francia) e riuscì in tal modo a presentarsi sulla scena della macchina dei partiti allor quando si dovette ricostruire il rapporto istituzionale tra società e Stato di nuovo attraverso la cornucopia partitica.

Personali, tuttavia, i nuovi partiti e non più di massa, ma di opinione e bonapartisti puri o misti insieme. E di amalgama delle vecchie culture politiche sconfitte e travolte ma non morte nelle coscienze del popolo italiano. Oggi quegli stessi partiti si stanno ricostruendo attraverso un processo lentissimo e travagliato. Personali in varia misura e dilaniati da gruppi dirigenti instabili.

Ora hanno dinanzi a sé sia un segmento delle vecchie forze che agirono nel 1994, ma deboli, divise, come dimostrano i contrasti nella magistratura e le sue impennate sovversive (gli attacchi al Presidente della Repubblica!) e ancor più divise sul piano del potere economico che non riesce a unificarsi su nessun progetto. Dinanzi a tutto ciò si vede chiaramente la disgregazione sociale che è in corso, nella recessione più ampia mai occorsa nel sistema capitalistico mondiale. Essa sta tracimando nella disgregazione della società e nel suo smembramento, come si fa con la carne macellata, ma senza rigore e senza ordine e quindi con gradi di sofferenza elevatissimi.

I bonapartismi crescono da ogni dove. Il paradigma assurdo del debito si agita come la falce della morte. Ma una piccola isola ben inserita nelle relazioni diplomatiche internazionali, come Cipro, dimostra tuttavia che solo la politica, i parlamenti, la piazza possono fermare la falce, smontare i piani del macello e fermare anche solo per un momento la carneficina sociale in corso e in Italia e in Europa. Ma i partiti politici che ora si confrontano in Italia tentando di formare un nuovo governo presentano uno spettacolo desolante ma scientificamente affascinate che capovolge ogni luogo comune.

Alle forze storiche della sinistra italiana, ex comunista, ex socialista, ex democristiana non sembra importante porre in primo piano queste sofferenze: la sinistra, salvo poche eccezioni svillaneggiate, è la paladina del paradigma del debito, mentre la destra fa della critica à la Cipro del debito il suo cavallo di battaglia.

Così assisteremo a una polarizzazione disgregantesi che investe le storiche rappresentanze sociali delle subculture politiche storiche. Steve Rokkan, il grande teorico dei cleveages politico-sociali, si rivolta nella tomba. Gaetano Mosca, invece, resta impassibile nel mio Pantheon: una minoranza organizzata può far ciò che vuole di una maggioranza disorganizzata. E’ vero; ma non credevo che si potesse avere una simile efferata indifferenza al dolore sociale.

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