INCHIESTA/ 2. Il “modello Sicilia” si ispira a Grillo o al Gattopardo?

In un mare in assoluta bonaccia anche un venticello ha il coraggio di chiamarsi tsunami. Le riforme epocali annunciate in Sicilia da Rosario Crocetta sono davvero tali? ANSELMO DEL DUCA

07.03.2013 - Anselmo Del Duca
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Rosario Crocetta

In un mare in assoluta bonaccia anche un venticello ha il coraggio di chiamarsi tsunami. Il termine lo ha usato il diretto interessato, il governatore siciliano Rosario Crocetta per definire il pacchetto di riforme in salsa grillina presentato all’Assemblea regionale siciliana. Di se stesso dice di essere “più grillino dei grillini”, stufo di essere definito genuflesso al Movimento 5 Stelle. Fatto sta che il modello Sicilia è stato indicato come esemplare anche per risolvere la crisi di governo nazionale, e merita di essere visto da vicino. Crocetta ha vinto a fine ottobre con il 30 per cento dei voti, e poteva contare solo su 39 deputati regionali su 90. Chi gli pronosticava vita breve, però, è stato smentito dai fatti. L’effetto band wagon ha colpito pesante a Palermo e dintorni, così in molti sono saliti sul carro del vincitore, che ora è salito a 46 voti.
Sin dall’inizio, però, Crocetta ha intessuto un fitto dialogo con i 15 deputati regionali grillini sia coinvolgendoli nelle sedi decisionali, sia facendo proprio alcuni dei loro temi. Certo, molto gli ha giovato il statuto siciliano, che non prevede un voto di fiducia per l’esecutivo, dal momento che il presidente è eletto direttamente dai cittadini. “In Sicilia si governa da Palazzo d’Orleans, non da Palazzo dei Normanni”, dicono le vecchie volpi della politica palermitana. Tradotto: si governa in giunta e non in Assemblea.
La maggioranza assoluta, quindi, serve solamente sul bilancio. Ed in questo la situazione di Crocetta è molto diversa da quella di Bersani, che invece del voto di fiducia ha assoluta necessità in Senato, e non è detto che riesca a trovarla.
Il vero colpo di scena, almeno nelle intenzioni di Crocetta, sta ora nell’autodefinito “pacchetto tsunami”. I suoi ingredienti sono l’abolizione delle province, il reddito minimo di sussistenza, i “Trinacria bond” e l’Alta Corte siciliana, tutti provvedimenti interconnessi fra di loro, quantomeno per quanto riguarda i flussi di cassa.
Abolendo le province Crocetta vorrebbe riuscire laddove Monti ha fallito. Sulla carta si tratta di un grande successo, ma fra le forse di opposizione ed i sindacati si avanza più di un dubbio. Le province verrebbero abolite, ma non cancellate del tutto, e trasformate in consorzi di comuni, dopo una gestione commissariale che comincerebbe a maggio, quando gli attuali consigli scadono e dovrebbero essere rinnovati con elezioni che verranno cancellate. Il personale passerebbe in parte agli altri enti locali, comuni e Regione, Secondo i detrattori del progetto si tratterebbe di un’abolizione più di facciata che di sostanza, con un risparmio di 50 milioni a regime, 10 dei quali dal taglio delle indennità degli amministratori.

Non si tratta di una cifra enorme, ma è essenziale per avviare il reddito minimo di sussistenza per 40mila disoccupati che lavorerebbero per tre mesi. Costo previsto: 70 milioni di euro, per il gaudio dei grillini, che parlano di un loro doppio successo, di due vittorie di tappa targate Movimento 5 Stelle, reddito minimo e abolizione delle province. 
Del pacchetto tsunami fa parte anche l’idea di rispolverare l’Alta Corte siciliana, prevista dallo Statuto, ma le cui funzioni sono state assorbite dalla Corte Costituzionale con due sentenze del 1957 e del 1970. Secondo numerosi costituzionalisti difficile che si possa tornare al passato, così come viene giudicato di difficile attuazione un altro punto: il riscuotere le imposte versate dalle imprese con sede legale fuori dalla Sicilia, ma che hanno impianti nell’isola. Al contrario, Crocetta è convinto della fattibilità dell’operazione e conta di arrivare ad incassare un miliardo e mezzo all’anno.
Dulcis in fundo i “Trinacria bond”, per pagare le imprese che vantano dalla Regione una cifra astronomica, valutata intorno ai due miliardi di euro. La proposta Crocetta è l’emissione di obbligazioni garantite da un fondo immobiliare alimentato dal patrimonio delle società partecipate, dieci delle quali sono tra l’altro destinate a sparire. 
Anche in questo caso dall’opposizione si boccia la strada indicata come l’ennesima trovata propagandistica del governatore, che sul “pacchetto tsunami” si gioca molta della sua credibilità. La posta in gioco è alta. E’ dimostrare di sapere realmente incidere su una realtà incrostata e bloccata da decenni come quella siciliana, e smentire quanti pensano che Crocetta abbia alzato solo un gran polverone, senza però cambiare realmente le cose. Non è facile scrollarsi di dosso l’antica etichetta immortalata nel “Gattopardo” da Giuseppe Tomasi di Lampedusa: cambiare tutto, affinchè nulla cambi. A Palermo può andare anche così.



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