SPILLO/ Il Dna di Grillo “nascosto” in ogni partito

- Giuliano Cazzola

La cosa che più ha colpito nelle ultime elezioni è senz’altro l’affermazione di Beppe Grillo. GIULIANO CAZZOLA ricorda le teorie esposte dal politologo francese Yves Mény 

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Beppe Grillo (Fonte Infophoto)

La cosa più sconvolgente tra quelle emerse prepotentemente alla luce, nelle elezioni del 24 e 25 febbraio, si riassume in una semplice considerazione: il fenomeno del “grillismo” cresceva e si sviluppava sotto i nostri occhi e noi non ce ne eravamo accorti. Evidentemente i canali di comunicazione con la società sono anchilosati a tal punto da rendere possibili queste sottovalutazioni che ci hanno portato all’improvviso in mezzo a uno scenario politico totalmente differente, di cui è arduo individuare quale potrà essere un nuovo punto di equilibrio.

Il fatto è che non è tanto importante interpretare il M5S, quanto piuttosto i cambiamenti politici e sociali – al limite persino antropologici – che hanno indotto tante persone che incontriamo al mattino in ascensore o al bar sotto casa a votare per un santone che ha fortemente semplificato la complessità della situazione indicando un solo obiettivo: cacciare la classe politica quale responsabile dei guai del Paese.

Anche ammesso e non concesso che la voglia di forca sia comprensibile, era poi tanto difficile capire che si rischiava di arrivare a una stasi inquietante e che il problema non è solo italiano ma europeo? Per rispondere a questa domanda mi sono ricordato di aver partecipato, diversi anni or sono (quando Grillo faceva solo il comico, una professione mai abbandonata) a una “Lettura” organizzata dalla casa editrice Il Mulino (uno degli eventi culturali più importanti di Bologna, la mia città, a cui intervengono i vip della cultura, dell’accademia e della politica) svolta dal politologo francese Yves Mény sul tema, appunto, “Populismo e democrazia”.

Secondo il relatore, già allora, nelle contrade dell’Europa si aggirava un nuovo fantasma, quello, appunto, del populismo, nel senso che, a ogni consultazione elettorale importante, a turno in ogni paese (come una specie di febbre terzana che varcava i confini) faceva capolino una qualche formazione “populista”, contraria all’Unione e alla moneta unica, in grado di raccogliere voti sufficienti a preoccupare gli establishment nazionali ed europei. Il relatore, in quel tempo, si era sforzato di arrampicarsi sugli specchi delle definizioni astratte, ma era evidente la tentazione di tirare in ballo Silvio Berlusconi.

Ne uscì un ragionamento carico di implicazioni delicate. Innanzitutto per quanto riguardava la definizione di uno dei termini di paragone: la democrazia. Come un tempo si riteneva che il socialismo consistesse nell’istituzione dei Soviet e nell’elettrificazione, oggi, sostenne Mény, la democrazia sembrava essere caratterizzata dal combinato disposto tra ricorso alle elezioni e sistemi capitalistici in economia. Ma il battesimo elettorale come unica fonte di legittimazione – ad avviso del politologo francese – non liberava i movimenti che ne soffrivano dal peccato originale del nuovo populismo, una cultura politica di nuovo conio che nulla aveva da spartire, a suo avviso, con talune esperienze dell’immediato dopoguerra quali il qualunquismo in Italia e il poujadismo in Francia.

I neo-populismi nascono – sosteneva il politologo d’Oltralpe – in polemica con le élites e i partiti tradizionali, trovano spazio “negli errori della democrazia” e nutrono una soverchia fiducia nel “primato” delle urne, come se la conferma elettorale fosse un riconoscimento assolutamente prioritario rispetto alle altre stimmate del potere. Mény spiegava che la democrazia è più complessa. I movimenti neo-populisti, affermava, nascono in polemica con i partiti, ma ben presto si trasformano in partiti e magari producono una classe dirigente che governa e si fa carico anche delle compatibilità finanziarie ed economiche.

E allora perché dovrebbe restare nel loro DNA il gene del populismo? Semplice: perché la democrazia, secondo Mény, non si esaurisce nel momento elettorale, ma è anche intessuta di rappresentanze e ordinamenti costituzionali. In sostanza, la democrazia “buona” è quella che crede in una società pluralistica, che coltiva il dialogo sociale, dove le classi dirigenti sentono, tuttavia, il dovere di orientare le forze sociali che la esprimono, senza farne da cassa di risonanza magari attraverso la nuova divinità pagana del web. Quando, invece, le istituzioni democratiche rischiano – come adesso – di farsi travolgere da un ribellismo che traccia solo la caricatura della democrazia diretta, al sistema politico si cominciano a far notare i suoi difetti – in ogni epoca essi sono connaturati all’azione politica – che divengono subito l’occasione e il pretesto, per la gente, di rifugiarsi nell’apparente scorciatoia del populismo, che, in fondo, è la risposta più facile alle proprie angosce. 

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