GOVERNO (?)/ Cacciari: Bersani ha fallito, punto su Zagrebelsky e Rodotà

- int. Massimo Cacciari

Bersani non è un leader e il Pd non è un partito, dice MASSIMO CACCIARI, spiegando perché l’unica alternativa resta è di un governo guidato da personalità di particolare spessore morale

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Foto: InfoPhoto

Bersani  e i suoi 8 punti irrinunciabili, gli appelli alla responsabilità, gli inviti alla calma, le risposte serie, le direzioni di partito, il dovere della prima mossa eccetera: un grigiore più grigio della campagna elettorale, ma senza prospettiva. Siamo, infatti, e continueremo a lungo ad essere senza governo. E, quando e se lo avremo, Bersani non ne sarà la guida. Almeno, molto probabilmente non lo sarà. Insomma, è stato silurato a sua insaputa. «E una persona per bene, onesta, capace ma assolutamente inidonea a fare il leader in una situazione così drammatica per il paese e con un partito che di fatto deve ancora nascere», dice di lui il filosofo Massimo Cacciari. Gli abbiamo chiesto come dovrebbe fare il Pd.

Secondo lei, che passi può compiere?

Non penso che il Pd, in questa fase iniziale, possa muoversi altrimenti che con Bersani. Tuttavia, in generale, in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, il segretario non è di certo quella figura di rilievo e statura tali da disporre dell’autorità per condurci in qualche porto.

No?

Avrebbe potuto farlo se, al limite, dietro di lui ci fosse stato un partito reale. Ma il Pd no lo è.

Cosa cambiava?

Vede, negli altri Paesi europei ciò che conta è la struttura. I leader sono importanti, certo, e lo sono sempre di più. Ma i partiti possono farne a meno. In un contesto del genere, Bersani poteva anche andar bene. Ma in Italia, piaccia o meno, la funzione della leadership carismatica è decisiva. E Bersani ne è evidentemente privo.

Cos’ha di diverso l’Italia dagli altri Paesi?

Non esistono partiti, ma opinion leader sulle spalle delle quali si reggono dei movimenti. Ora, se si pensa che il 75% degli italiani (ci mettiamo anche quelli che non hanno votato) hanno espresso le proprie preferenze non per un partito, ma per un capo, ci troviamo di fronte ad una situazione assolutamente catastrofica per un regime democratico.

Perché il fatto che un partito si identifichi con il suo leader deve essere per forza un male?

Se si identifica, va ancora bene. Il socialdemocratici si identificavano con Blair. Ma in Italia il leader non si identifica con nulla, perché il partito non c’è, esiste solo semplice la corrente d’opinione a sua disposizione. In una situazione del genere, non è sufficiente per garantire stabilità. Né per governare. Solo una struttura forte è in grado di canalizzare la corrente d’opinione e di istituzionalizzarla. In caso contrario, si è costretti a navigare a vista. E, con lo scenario che si è venuto a determinare dopo le elezioni, nessuno può pensare di farlo.

Crede che il fatto di non essere ancora un partito sia alla base del fallimento del Pd?

E’ evidente.

 

E perché, secondo lei, non è ancora un partito?

Perché, in  questi ultimi due anni, la sua condotta è stata costantemente strabica e schizofrenica. Un giorno l’alleato era Vendola, un altro Mario Monti. Hanno cercato di combinare l’incombinabile, condannandosi all’afasia. Laddove si è costretti alla contraddittorietà, non si può fare altro che dire cose insensate. E’ stato, inoltre, illuso l’elettorato con una prospettiva di rinnovamento, attraverso le primarie; ma, finite le primarie si è detto: “era solo spettacolo, cali il sipario. E’ finita”. 

 

Più in generale, perché l’Italia è priva di formazioni politiche tradizionalmente strutturate?

Perché siamo completamente sfasciati. C’è una crisi di sistema, una crisi che è anzitutto culturale, e che va avanti da parecchio. Non dimentichiamo, inoltre, che 20 anni fa si produsse un fenomeno radicale come Tangentopoli, imparagonabile a quello di qualsiasi altra democrazia europea. Non era pensabile uscirne fuori tenendoci i residui della prima Repubblica. Invece lo abbiamo fatto. La seconda, in realtà non è mai esistita. E i cascami della prima si sono protratti per 20 anni. L’unica cosa che sono riusciti a originare è stato Grillo.

 

Lei che opinione ha del suo movimento?

Meno male che c’è. In uno scenario del genere, sarebbe potuto facilmente emergere un partito del 20-25%, eversivo e di estrema destra. Invece, abbiamo Grillo, che sappiamo che pericoloso non è. E che formalizza una protesta che ha milioni di ragioni di esistere. 

 

Di recente, c’è stata la novità di Monti.

Avrebbe potuto rappresentare una storia nuova se avesse esplicitato per tempo la sua volontà di condurre l’esperienza politica e se si fosse presentato da solo. Avrebbe dovuto essere il “Grillo” europeista e responsabile.

 

Torniamo al Pd. Cosa gli resta da fare? Dovrebbe allearsi con il Pdl?

Per carità! E’ una follia che non sta in piedi. Se lo facesse, dichiarerebbe definitivamente il suo sfascio. Non resisterebbe un giorno. Berlusconi bleffa quando parla di un governassimo. Sa perfettamente che non vi è alcuna possibilità che si realizzi e cerca di accelerare la distruzione del Pd. 

Cosa resta da fare?

Tutto dipende da Napolitano. Può convincere l’M5S a votare una fiducia condizionatissima ad un governo targato Pd. E, se l’M5S non vuole Bersani, indichi un altro premier. In alternativa, si può ipotizzare un governo tecnico-bis, dal profilo diverso da quello del governo Monti. Non più economico-finanziario, ma per così dire, culturale-morale, retto da una personalità come Gustavo Zagrebelsky o Stefano Rodotà. Come potrebbe, a quel punto, Grillo non dargli la fiducia?

 

Cosa ne sarà, a quel punto, di Bersani?

E’ finito. Questo è il suo ultimo giro. Se si torna a votare tra poco tempo, uno o due mesi come in Grecia, sarà lo stesso Bersani a fare – come si suol dire – un passo indietro.

 

Chi ci sarà al suo posto?

Sicuramente una donna. Molto probabilmente, Anna Finocchiaro. 



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