CASO RUBY/ Zurlo: dopo Bnl−Unipol la sentenza è già “scritta”

- int. Stefano Zurlo

Per STEFANO ZURLO, nei processi a Berlusconi si intrecciano due aspetti: da un lato una classe politica incapace di fare le riforme, dall’altra una sentenza di condanna che non convince

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Il pm Ilda Boccassini ha chiesto una visita fiscale nei confronti di Silvio Berlusconi che non si era presentato in aula perché ricoverato all’Ospedale San Raffaele. Il Cavaliere avrebbe dovuto recarsi al Tribunale di Milano per ascoltare la requisitoria sul caso Ruby. I processi contro l’ex presidente del Consiglio tengono quindi ancora banco, dopo che Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno di reclusione in primo grado per il caso Bnl-Unipol. La “colpa” di Berlusconi è che il Giornale, di proprietà del fratello Paolo, nel 2005 pubblicò l’intercettazione della telefonata tra Fassino e Consorte in cui l’attuale sindaco di Torino diceva “abbiamo una banca?”. Ilsussidiario.net ha intervistato Stefano Zurlo, inviato de il Giornale per la cronaca giudiziaria.

Che cosa ne pensa degli ultimi sviluppi dei processi a Berlusconi?

In questa vicenda si intrecciano un problema politico e uno giudiziario. Il problema politico è che non si è mai fatta una legge per sospendere i processi alle massime cariche dello Stato. Un presidente del Consiglio o della Repubblica, se violano la legge, devono essere processati ed eventualmente mandati in carcere, ma solo allo scadere del loro mandato politico. Se fosse stata approvata questa legge, i processi a Berlusconi si sarebbero fermati per alcuni anni, ripartendo solo dopo le sue dimissioni da premier nel novembre 2011.

E quindi?

Ora non ci troveremmo nel mezzo di tre processi che interferiscono con la sua attività politica. Il problema è che in questo Paese non si riescono a fare le riforme, non soltanto per quanto riguarda la separazione delle carriere, ma anche per i nuovi Codici.

Che cosa ne pensa invece nel merito dei singoli processi?

E’ giusto processare chi commette dei reati, ma alcune singolarità di questi processi non possono non saltare agli occhi. La sentenza sul caso Bnl-Unipol ha condannato Silvio Berlusconi per una fuga di notizie, in quanto nel 2005 il Giornale pubblicò l’intercettazione di una conversazione tra Consorte e Fassino, in cui l’attuale sindaco di Torino diceva: “Abbiamo una banca?”. Si tratta di una vicenda collegata al caso Monte dei Paschi che sta riemergendo drammaticamente in questi giorni. E il risultato della sentenza del tribunale è che Fassino sembra la vittima di non so quale ingiustizia. Fughe di notizie ce ne sono state a non finire, ma l’unico a essere condannato è stato l’editore del Giornale, Paolo Berlusconi, e suo fratello Silvio.

Per Luciano Violante, “nel 1948, quando è stata promulgata la Costituzione, la magistratura era alla periferia del sistema. Oggi al contrario occupa il centro del sistema”. Che cosa è cambiato?

La magistratura, prima con la mafia, poi con Tangentopoli e quindi con il terrorismo, ha cominciato a sostituirsi alla politica. Si è quindi a sua volta politicizzata, facendo propri un percorso e degli obiettivi politico-giudiziari. I giudici, spesso delle figure con una mentalità post-sessantottina, hanno deciso di debellare i fenomeni complessivi e non i singoli casi. A cambiare le cose è stato anche il fatto che sono nate le correnti, ci sono state interferenze e, più in generale, la magistratura è diventata un’occasione di carriera politica.

 

Può fare degli esempi?

Di Pietro, De Magistris e Ingroia sono tre casi esemplari. Ingroia la mattina indagava su Dell’Utri, al pomeriggio andava a un convegno contro di lui e la sera scriveva un saggio sempre su di lui. E il risultato è che non ha concluso niente né in Guatemala, né nel processo sulla trattativa Stato-mafia, né tantomeno in politica, eppure le intercettazioni contro il presidente della Repubblica non sono ancora state distrutte. D’altra parte le leggi non sono mai chiare fino in fondo e il confine è spostato di continuo. E quindi lo stesso Quirinale è stato lambito dall’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Il centrodestra ha provato a riformare la giustizia, ma non c’è riuscito.

 

Che cosa non ha funzionato?

In Italia qualsiasi tentativo di riforma si blocca in mezzo al guado. Per modificare il Codice Penale si sono succedute diverse commissioni, approdando però a un nulla di fatto. Vedremo se, come è stato proposto, si riuscirà ad abolire i piccoli tribunali, in quanto rappresenterebbe già un passo in avanti.

 

Dove si inceppa il sistema?

Si inceppa in ciascuno dei singoli passaggi che lo compongono. Le responsabilità sono della destra, della sinistra, dei giudici, dei cancellieri e degli avvocati. Ma anche della mancanza di fondi, della burocrazia e dell’assenza di voglia di rischiare. Nel Regno Unito per esempio, quando una corte condanna un imputato esprimendosi all’unanimità, non si fa ricorso in appello. Ma se in Italia abolissimo il processo d’appello, quale antidoto ci inventeremmo contro i giudici alla Boccassini? Nel nostro Paese del resto non si può neppure impedire a un pm di iscriversi a un partito politico, perché non è stata fatta la legge per applicare quanto afferma la Costituzione sull’indipendenza della magistratura.

 

(Pietro Vernizzi)

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