SPILLO/ L’Italia, una Repubblica fondata sulla “conventio ad excludendum”

- Matteo Forte

Con gli anni, le forze politiche si sono sempre più delegittimata vicendevolmente. Eppure, spiega MATTEO FORTE, nel resto del mondo il compromesso è considerata nobile prassi

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Il male che attanaglia la nostra vita democratica si chiama “conventio ad excludendum”. È una patologia che ha sicuramente paralizzato la Seconda Repubblica, ma viene da lontano. Alcuni le hanno attribuito origini nobili, poiché il virus si è insinuato già durante gli alti dibattiti in occasione della Costituente. Poi, però, esso si è espanso nel corpo dello Stato fino divenire criterio a guida delle scelte politiche di quanti, anche a oltre 60 anni dall’approvazione della nostra legge fondamentale, sono chiamati a responsabilità di governo. Tanto che il Presidente Napolitano parla di “scontri totali e paralizzanti”, quale esito di “antiche e profonde divergenze e contrapposizioni”. Ma cos’è questa “conventio ad excludendum”? È l’idea che l’avversario non è legittimato a governare. Di più: l’avversario è l’origine stessa dei mali della società. Durante la Prima Repubblica c’erano anche valide ragioni per sostenere questa tesi (da qui l’attribuzione di “origini nobili” di cui sopra). La Costituzione antifascista poneva fuori dall’arco costituzionale, appunto, ogni forza politica che si fosse richiamata all’esperienza fascista. Tale fu il motivo per cui il Msi fu escluso da qualunque dialogo o anche solo confronto con gli altri partiti. Il problema di sostanza è che, nel linguaggio “doppio” tipico di Palmiro Togliatti, “antifascista” doveva coincidere per forza con “comunista”. E la spiegazione è presto data: dacché il fascismo altro non sarebbe stato che il culmine della società capitalista, i veri antifascisti dovevano essere identificati anche come autentici anticapitalisti. Da qui la “conventio ad excludendum” da parte del Pci verso tutte quelle forze che pure parteciparono alla lotta di Liberazione dal nazifascismo sotto la spinta degli ideali nazionali, cristiani, liberali, monarchici o militari. Alcune stragi troppo spesso taciute, come l’eccidio di patrioti delle formazioni Osoppo a Porzûs per mano di partigiani comunisti, altro non sono che la triste testimonianza di quella logica perversa. Nella vulgata, in fondo, ancora oggi vale l’idea che la Resistenza sia stata una sorta di rivoluzione del proletariato tradita.

De Gasperi altro non sarebbe stato che un usurpatore impostoci dall’imperialismo americano e il Patto Atlantico il coronamento di quel tradimento. Se pensiamo ad un certo pacifismo nostrano, che pure negli ultimi anni ha sfilato per le strade delle nostre città esclusivamente contro taluni conflitti chiudendo gli occhi di fronte ad altri, si capisce bene come quella mentalità incida molto ancora oggi negli orientamenti e nei giudizi di buona parte dell’elettorato della sinistra. Eppure lo stesso Pci fu oggetto – anche qui, non senza valide ragioni – della “conventio ad excludendum”, a causa del suo legame a doppio filo con l’Urss, un totalitarismo nemico della libertà e minaccioso nei confronti dell’Europa occidentale. Il sistema democratico parlamentare portò questa “conventio” sino alle estreme conseguenze: nel momento più drammatico della vita repubblicana, coinciso con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, si giunse a formare il terzo governo Andreotti grazie alla “non sfiducia” del Partito di Berlinguer.

Con l’avvio della Seconda Repubblica, invece, la “conventio ad excludendum” passa dalle ideologie alle persone, perdendo completamente la sua aurea (semmai l’abbia veramente avuta) di nobiltà. Berlusconi, l’outsider della politica italiana fino al 1994 esterno alle logiche partitiche della Prima Repubblica, è per sua natura sconosciuto all’arco costituzionale, per quanto questa espressione abbia ancora senso all’indomani della caduta del muro di Berlino. Non solo, ma egli aggrava la colpa: sdogana gli esclusi per eccellenza, gli eredi del Msi, portando questi al governo del Paese. Immediatamente le categorie di fascisti ed antifascisti vengono facilmente sostituite con quelle di berlusconiani ed antiberlisconiani. Il suffisso “anti-” gode in larga misura di qualunque giustificazione tra le file dell’intellighenzia, giacché la sua ragione ultima sta nell’opposizione a ciò che incarna il male della società.

 

 

 

Significativa la presa di posizione di un illustre padre costituente che, rotto il silenzio che lo aveva contraddistinto nei decenni passati, propone dei comitati in difesa della Costituzione proprio contro l’avanzare del berlusconismo. Dall’impegno politico degli ultimi anni di vita di Giuseppe Dossetti nascerà proprio l’Ulivo di Romano Prodi, un soggetto che precede e rende possibile la costituzione di un qualcosa di insolito nel panorama della sinistra europea: il Partito Democratico, realtà che non si inserisce nel filone lib-lab, né si definisce socialdemocratica.

Il resto è cronaca di questi giorni. Un Paese che, deluso e sfibrato, consegna un risultato elettorale frammentato ed una classe dirigente che paralizza le istituzioni per i veti incrociati. Forze politiche che si autoimpongono la “conventio ad excludendum”, avanzando proposte irricevibili o considerando i propri componenti puri e immuni da ogni contaminazione del passato, mentre continuano a puntare il dito contro gli altri, quelli che avrebbero ridotto il Paese nell’attuale condizione. Il tutto dimenticando, o addirittura stigmatizzando, il metodo che la politica stessa impone: il compromesso. Questo metodo non c’entra nulla con il vituperato inciucio, ma definisce la capacità di tenere insieme le ragioni di tutti nella responsabilità condivisa per il bene comune. In Svizzera la democrazia consociativa è un vero e proprio sistema politico consolidato che prevede il coinvolgimento di tutti i principali partiti, in proporzione alla propria forza elettorale, ai vertici dell’amministrazione. Più semplicemente negli Stati Uniti la ricerca del compromesso tra Repubblicani e Democratici è prassi quando la maggioranza del Congresso non esprime anche l’inquilino della Casa Bianca, com’è recentemente accaduto con Obama.

Tuttavia c’è bisogno della consapevolezza che la politica è un ambito della ragione, non del mito. Solo quando la prima smitizzerà la pretesa di redimere la società dal male, tipica di chi si professa sempre e comunque “anti-” e procede per “conventio ad exlcudendum”, potremo allora considerare maturo quel processo di vita democratica avviato con la Costituzione del 1947.   

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