FALCE & MARTELLO/ E ora il Pd va in Barca?

- Giovanni Cominelli

Fabrizio Barca ha proposto in un documento la sua visione dello Stato e della politica, pronto a lanciare la sfida a Renzi. Intanto, non ha votato Napolitano. GIOVANNI COMINELLI

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Giunto alla fine della sua esperienza di governo in qualità di ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca ha deciso di stilare un bilancio politico-intellettuale della sua azione di governo con un documento intitolato “Un partito nuovo per un buon governo. Memoria politica dopo 16 mesi di governo – Aprile 2013”. Tuttavia, dal 12 aprile, quando ha presentato il suo documento, gli eventi politici hanno subito un’accelerazione da salto nell’iperspazio.

Il giorno prima, Barca era corso ad iscriversi al Pd, aveva incontrato prima Vendola e poi Landini, il leader dei metalmeccanici. Nel pomeriggio di venerdì 19 aprile il Pd implodeva/esplodeva in tre pezzi nel corso della votazione fallimentare per Prodi, che era stato candidato unanimemente dall’assemblea dei Grandi elettori del Pd a nuovo presidente della Repubblica. Bersani, a questo punto, ha preannunciato le sue dimissioni da segretario. Nella serata dello stesso fatale 19 aprile, i grandi elettori Pd sono stati chiamati a votare con alzata di mano una “nuova” candidatura: quella di Giorgio Napolitano. Francesco Barca, con mossa solitaria e coraggiosa, ha votato no a Napolitano, insieme ad altri tre, motivandolo con una dichiarazione di non comprensione: non capisco perché non votiamo per Rodotà o la Bonino!

A questo punto Fabrizio Barca si candida a segretario di un partito che tenga insieme la sinistra interna del Pd, i “giovani turchi”, che hanno abbandonato Bersani alla deriva, Sel di Vendola e qualche pentito del M5S. Nel giro di dieci giorni il documento si è trasformato da piattaforma intellettuale e programmatica in una lunga mozione congressuale, destinata ad affrontare la sfida con Matteo Renzi, sempre che il Pd arrivi unitariamente a congresso. Ma, a maggior ragione, se i venti di scissione non soffiassero violenti e abbattessero il Pd che finora abbiamo conosciuto. In questo caso, attorno al documento-mozione di Barca si costruirebbe un nuovo soggetto politico, con un nuovo nome. 

Fabrizio Barca tenta dunque la discesa/salita nel campo minato della politica. Ieri sera ha annunciato la presentazione per l’8 maggio di un nuovo soggetto politico assieme a Vendola e a Ingroia. Economista, docente universitario, figlio di Luciano Barca, già eroe di guerra, che entrò nel Pci provenendo dalla Sinistra cristiana, dirigente di primo piano, collaboratore di Enrico Berlinguer e Direttore dell’Unità, protagonista culturale e politico della linea berlingueriana del compromesso.

La parola d’ordine iniziatica, che ha già avuto fortuna mediatica, lanciata da Francesco Barca è il “No al catoblepismo”: espressione con la quale il coltissimo Raffaele Mattioli in un saggio del 1962 definiva e condannava l’intreccio perverso degli anni ’30 del Novecento tra banche e industria. Il “Catoblepa lybicus” è un animale della fantazoologia, tipica del mondo antico e medievale, un po’ toro e un po’ cavallo, già descritto da Plinio il Vecchio e da altri. In greco katablepo significa “guardo in basso”. Chiunque avesse guardato negli occhi il terribile animale sarebbe stato avvelenato o annichilito. Per Barca esso designa l’intreccio perverso tra “partiti Stato-centrici, macchina dello Stato arcaica e élites che li governano ambedue e che si sostengono reciprocamente, producendo un equilibrio perverso di sottosviluppo”.

Stato e partiti sono “fratelli siamesi”, che bloccano la società civile, la democrazia, la diffusione e la sintesi delle conoscenze per il governo. La macchina dello Stato è attardata su un modello autoritario di governo della cosa pubblica, estranea agli strumenti della democrazia deliberativa, detentrice monopolistica della conoscenza per governare. Arroganza cognitiva, appunto. I partiti sono diventati un pezzo dello Stato, hanno generato finanziamento pubblico, hanno colonizzato l’amministrazione, hanno esercitato patronage e clientelismo, sono diventati utilities di Stato, pertanto anche al riparo dei rischi di privatizzazione.

Come uscirne? Barca delinea una terza via tra il liberismo, che pretende di risolvere il problema della macchina pubblica riducendola al minimo, e la vecchia socialdemocrazia, che invece ha dilatato la macchina pubblica mai revisionata da nessuno dall’epoca del fascismo. L’errore comune alle due visioni è l’idea che solo pochi possano disporre della conoscenza per prendere le decisioni necessarie per il pubblico interesse. Questo errore è condiviso anche dalla tecnocrazia degli organismi internazionali, compresi quelli europei. La necessità di cambiare il modello dei pochi, tecnocratico-liberista o socialdemocratico, nasce da due fattori relativamente nuovi: la diffusione sociale delle conoscenze e l’ipertrofia dell’Io. Detto in altre parole: il cittadino dispone di una quantità maggiore di conoscenze rispetto al passato prossimo, anche grazie alla diffusione della Rete, e pretende (ecco l’ipetrofia!) di farle valere in modo individualistico, senza confrontarle. La terza via di Barca si chiama “sperimentalismo democratico”, sintesi tra il minimalismo liberal-tecnocratico e il paternalismo socialdemocratico. Strumento decisivo ne diviene il nuovo partito, che sia in grado di sfidare lo Stato stesso, perché è in grado di attivare una “mobilitazione cognitiva”, cioè di raccogliere e far confluire i rivoli di conoscenza di governo, di cui ciascun cittadino dispone. 

Qui si fa più dura la critica alla tecnocrazia – dietro la quale fa capolino il volto di Monti, ma anche quello di Barca –, imputata di essere sia contro il principio di competenza sia contro il principio di rappresentanza. No, dunque, al governo illuminato dei pochi, delle “élites estrattive”. Il partito deve diventare un partito-palestra delle conoscenze, deve separare il funzionariato dalla dirigenza politica. Per fare cosa? In primo luogo, per costruire la nuova macchina dello Stato. Con questa conclusione si chiude il cerchio aperto all’inizio: solo una nuova forma-partito può consentire un buon governo del Paese. Fin qui, dunque, le 56 pagine del documento, fornito di Addendum finale, che sintetizza i principi di filosofia politica alla base dell’intera elaborazione. In particolare, si deve sottolineare l’affermazione che il partito – che in tutto il documento è in realtà esplicitamente inteso come “partito della sinistra” – non ha come propria finalità ultima la costruzione di un modello superiore di società, bensì e più modestamente quello di una “società migliore”. Insomma: dal comunismo alla socialdemocrazia. 

Che dire? La sensazione generale che si ricava è duplice: per un verso, vengono riproposti con lessico nuovo, adeguato ai tempi, i temi che sono stati oggetto di elaborazione e di discussione nel vecchio Pci, già dagli anni 80, quando più aspro si fece lo scontro culturale tra la tendenza socialdemocratica, guidata da Giorgio Napolitano, e quella maggioritaria di Enrico Berlinguer e successori. Per altro verso, il documento pare fermarsi sulla soglia metodologica, così da risultare reticente sulle due questioni fondamentali: come separare i partiti dallo Stato e come cambiare la macchina dello Stato? Quanto alla riformulazione delle discussioni e degli scontri degli anni 80 e 90, è da segnalare il recupero del famigerato, dal punto di vista berlingueriano, “meliorism” della filosofia politica democratica americana, che in Italia divenne la cultura della corrente migliorista. Ritorna qui la “terza via” di A. Giddens, che ispirò l’esperienza di governo e di partito del “New Labour” di Tony Blair e della “Neue Mitte” – il nuovo centro – del socialdemocratico Schroeder, ma anche del nuovo Partito democratico di Clinton. Il reaganismo e il thatcherismo non venivano demonizzati, se ne coglievano le istanze positive, mentre si mettevano in evidenza i limiti della socialdemocrazia classica.

Lo “sperimentalismo democratico” del 2013 occupa lo stesso spazio concettuale. Lo stesso si deve dire della ripresa delle elaborazioni di Sabino Cassese riguardo allo Stato e della cultura politica di denuncia della partitocrazia. Naturalmente, non si dovrebbe sottovalutare il fatto che il documento di Barca potrebbe finalmente contribuire all’affermazione della cultura politica migliorista anche nell’attuale Pd. Certo, con un ritardo di trent’anni, venti dei quali occupati nel frattempo dal berlusconismo e, quel che più conta, dal declino del Paese. Benvenuto Barca tra noi!, verrebbe voglia di dire da parte di un antico migliorista.

Tuttavia, il documento tace sui punti decisivi della riforma dello Stato e perciò dei partiti. Già l’uso del termine “perverso”, che ritorna più volte nel testo, segnala che Barca non ha fino in fondo compreso che l’intreccio partiti-Stato non è affatto perverso, giacché è la logica e fatale conseguenza dell’assetto istituzionale definito nella Costituzione del ’48. I partiti hanno deciso per sé una collocazione centrale nel sistema istituzionale, attribuendosi sia il potere di proporre la rappresentanza sia il potere di formare il governo. La fratellanza siamese sta scritta in filigrana nella “Costituzione più bella del mondo”. Che, pertanto, risulta bella, ma almeno un po’ “perversa”. Perché la storia della Costituzione materiale è andata in ben altra direzione. Il primato dei partiti, poi nobilitato in “primato della politica”, ha comportato una presenza crescente e pervasiva dei partiti nell’Amministrazione, nelle banche, nei giornali, nella Rai, nelle Partecipazioni statali, nell’Università, nel sistema culturale ecc… Ora, c’è un solo modo per ricondurre i partiti ad una dimensione più limitata: quella di togliere loro il potere di formare la rappresentanza e il governo. Si tratta di riconoscere agli elettori il potere di scegliere direttamente il capo di Stato e di governo – il presidenzialismo – così che si possa passare “dalla repubblica dei partiti alla repubblica dei cittadini”. E di scegliere direttamente i loro rappresentanti, mediante collegio uninominale a un turno o a due turni. 

Dunque: occorre passare dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale. Abolire il finanziamento pubblico o dimezzare i deputati non serve a nulla, se i partiti mantengono la centralità istituzionale, che la Costituzione ha garantito loro. Su tutto ciò Barca tace. Così come tace sull’altra questione, quella della riforma di un’Amministrazione arcaica e autoritaria. Giacché tale riforma non è possibile, senza modificare radicalmente lo Stato amministrativo: accorpare i Comuni, abolire tutte le Province, ridurre a metà circa le Regioni. La parola federalismo non compare neppure una volta! Quale conclusione? Il documento di Fabrizio Barca resta l’espressione di una tecnocrazia colta, intelligente e stato-centrica. 

Una cosa è certa: i dilemmi che si presentarono al Pci nel 1989 e che non ha sciolto negli ultimi 24 anni, nonostante il trasmigrare da una sigla all’altra – Pci/Pds, Pds, Ds, Pd – sono di nuovo qui davanti, irrisolti. Il documento ha il pregio di una pars destruens limpida. Quella construens per il momento non appare. Del resto, convincere la sinistra del Pd, i vendoliani e i grillini di sinistra e gli ingroiani che occorre abbandonare lo statalismo non sarà facile. Barca lo dice, ma non spiega come farlo.

La denuncia del catoblepismo è rimasta catoblepica? O catoblepistica?

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