VITTADINI/ Finalmente la politica che fa politica

- Giorgio Vittadini

Finalmente la politica, cioè un accordo tra persone appartenenti a schieramenti diversi disposte a lavorare insieme per governare il Paese. GIORGIO VITTADINI commenta lo scenario attuale

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Solo due mesi fa abbiamo affrontato la tornata elettorale in un clima di guerra civile tra schieramenti dominati da massimalismi e da furori ideologici. Nel muro contro muro, come si sa, tutti pretendono di comandare, ma nessuno vince e nessuno perde. Unico risultato: sono andati persi altri sessanta giorni di governo del Paese. Arrivano le elezioni del presidente della Repubblica e, dopo l’implosione del Pd, sabato 20 aprile accade una svolta epocale: finalmente la politica, cioè un accordo tra persone appartenenti a schieramenti diversi disposte a lavorare insieme per governare il Paese. I partiti di centro, centrosinistra e centrodestra si rivolgono a Napolitano ben sapendo che non troveranno una sponda utile ai loro giochi di potere. Il presidente eletto, nel suo discorso d’insediamento, ricorda: «Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario: l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunse di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto”».

Come dimostrò poi, quello non fu un intervento omiletico, ma una proposta di svolta politica che guardasse in faccia i reali bisogni di cambiamento e fissasse “un insieme di obiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile”. Cosa che cercò di affidare al lavoro di un gruppo di “saggi”. La proposta di Napolitano era quella di una collaborazione tra chi fino a ieri non era riuscito a trovare alcuna forma di accordo, così come avvenne nell’Italia del ’46 e al tempo del terrorismo e del compromesso storico. O, per citare un altro Paese, come avvenne in Germania tra il 2005 e il 2009 in occasione del pareggio che portò a una coabitazione tra cristianodemocratici e socialdemocratici.

Sembra quasi retorico sottolinearlo, ma più dell’ideologia di parte, in politica conta la continua ricerca del bene della comunità sociale ed economica cui si partecipa. E’ ciò che fa la differenza, tra l’astrattezza di idee che lasciano macerie dietro di sé e la concretezza di chi è impegnato a costruire faticosamente, con compromessi virtuosi, il benessere dei cittadini, cercando di tener conto di tutti i fattori in gioco.

E‘ il lavoro, lungo, pacato e critico di chi vuol far tesoro dell’esperienza e desidera lavorare per proporre contributi nuovi, superando il finto spontaneismo di forme di partecipazione dominate da pifferai magici. Da queste premesse, due giorni fa, è nato il governo Letta che, con i tanti volti nuovi, spesso tecnici e politici “comuni”, demolisce un altro dei miti propugnati in questi anni da certi intellettuali: quello del divo, coi suoi cortigiani, come unico protagonista di una politica ideologica e centralista.

Ma, detto tutto ciò, come politici appartenenti a opposti schieramenti, apertamente in conflitto, possono rendere duratura la collaborazione che hanno cominciato? Non basta la furbizia e la tattica elettorale, contro i tanti che, divorati da ideologie violente di destra, di sinistra e qualunquiste, remano coscientemente contro.

Julián Carrón ha scritto su Repubblica del 10 aprile scorso: “Se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo. Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti”. Solo basandosi su questo profondo assunto – così come avvenne nel ’46 – si potranno cercare regole comuni di convivenza, ci si può impegnare per un nuovo sviluppo basato sull’eliminazione di quei lacci e lacciuoli che bloccano gli operatori economici, si può  riformare il welfare e il sistema dell’istruzione basandosi sulla sussidiarietà nell’ascolto di istituzioni e associazioni impegnate in modo non corporativo per il progresso del nostro Paese.

L’auspicio è che questo governo duri tutta la legislatura, perché tanto è il tempo necessario per lavorare ad un reale piano di riforme che faccia ripartire il Paese, ma ancor più lungo è il tempo per favorire questo clima di operosa collaborazione e di rispetto dell’altro, non solo in politica, ma anche nella vita quotidiana.

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