COMMISSIONI & PARLAMENTO/ Il giurista: caro Grasso ha ragione Beppe Grillo

La spartizione delle commissioni tra maggioranza e opposizione, spiega ALESSANDRO MANGIA, rientra esclusivamente in quella consuetudine che, data l’inedita fase storica, ha ben poco valore

06.04.2013 - int. Alessandro Mangia
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E’ come se il Parlamento fosse sospeso in uno stato di ibernazione avanzata. Non è propriamente morto, ma neanche vivo. Ovvero, le sue funzioni vitali sono integre, ma temporaneamente giacciono in una fase di inoperatività indotta. I grillini imputano lo stallo ai partiti che non si accordano sulla nomina della commissioni, temporeggiando in attesa di spartirsi le poltrone nella maniera più conveniente possibile. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha dal canto suo spiegato che, finché non ci sarà un governo, non sarà possibile istituire alcunché. Prima di allora, infatti, non sarebbe possibile distinguere tra maggioranza e opposizione. Ma chi l’ha detto che questo sia necessario? E perché, un Parlamento, non dovrebbe poter funzionare se, prima, non vengono nominate le commissioni? Parla Alessandro Mangia, costituzionalista.

Ha ragione Grasso?

Non direi. Normalmente, le commissioni o le giunte di garanzia (come la Commissione di Vigilanza Rai, la Giunta per la autorizzazioni a procedere, o il Copasir) sono destinate alle minoranze per convenzione. Ovvero, per prassi costituzionale. Tuttavia, la spartizione tra maggioranza e opposizione non è prevista dai regolamenti. Non ha alcun vincolo giuridico. Si tratta di operazioni basate sul buon senso e sulla collaborazione tra forze politiche. Sarebbe sufficiente, in ogni caso, tenere a mente cosa è accaduto in passato per capire che la tesi di Grasso non sta in piedi.

Cosa intende?

Non è che ogni volta che cadeva un governo, in Italia, si cambiavano le commissioni; la legislatura procedeva, i governi si avvicendavano, ma la composizione delle commissioni, salvo ritocchi non sostanziali, restava invariata.

In ogni caso, considerando che stiamo vivendo una fase del tutto inedita per la storia della Repubblica, che valore possono avere simili prassi costituzionali?

Nessuno. Così come, del resto, non viene più rispettata la consuetudine che un tempo prevedeva che la presidenza di una Camera fosse attribuita alla maggioranza, e un’altra all’opposizione. La stessa nomina dei dieci saggi connota una situazione surreale.

Napolitano non può sciogliere le Camere e se avesse nominato un nuovo premier si sarebbe trovato, probabilmente, nella  medesima situazione di stallo di Bersani. Cos’altro avrebbe potuto fare?

Ai tempi della Dc le crisi di governo duravano tranquillamente dei mesi. Nel frattempo, i presidenti della Repubblica conferivano mandati esplorativi. Che, per inciso, non rappresenta altro se non un accordo tra gentiluomini.

 

All’epoca della Dc si poteva restare senza governo perché non avevamo il problema dello spread e dei mercati internazionali.

Se è per quello, la borsa non è ancora crollata perché i mercati sanno benissimo che la politica economica per il 2013 è stata scritta nel 2012.

 

Tornando alle commissioni: può un Parlamento operare senza che siano state istituite?

No. Anzitutto, perché sarebbe complicatissimo: le commissioni rappresentano l’ossatura del lavoro delle Camere. Al di là del fatto che molto può variare a seconda del tipo di legge, c’è poi una ragione strettamente giuridica per cui le commissioni sono necessarie.

 

Ci spieghi.

Il procedimento legislativo di base prevede che la legge, in sede istruttoria, prima di essere approvata in Assemblea, passi in commissione per essere predisposta e discussa. Lo afferma esplicitamente l’articolo 72 della Costituzione: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l’approva articolo per articolo e con votazione finale». Certo, l’Assemblea può adottare, in casi straordinarie, provvedimenti d’urgenza. Ma la legge, di per sé, deve seguire questo iter. 

 

(Paolo Nessi)

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