FINE DEL PD?/ Barcellona: perché la sinistra ha preferito i Pm agli operai?

- Pietro Barcellona

Abbandonata la difesa dei diritti dei lavoratori come ragione sociale, la sinistra, spiega PIETRO BARCELLONA, ha individuato nella questione giudiziaria l’unico terreno di scontro politico

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Ilda Boccassini (Infophoto)

Cerchiamo di capire come stanno le cose. Nonostante Enrico Letta provi a creare atmosfera e coesione, radunando la sua squadra di governo in convento, chi cerca di seguire notizie e commenti su giornali e talk show non può che sprofondare sempre più in uno stato confusionale. Basta soltanto leggere su Repubblica i commenti di Barbara Spinelli e di Eugenio Scalfari per avere un’idea approssimativa della distanza che separa ormai questi due illustri opinionisti dello stesso giornale. Mentre la Spinelli insiste con tenacia e passione nel promuovere la lotta senza quartiere a Berlusconi e al centrodestra, e addirittura prova a scrivere un programma di sinistra fondato sul diritto ad avere diritti di Stefano Rodotà, nell’editoriale di domenica scorsa Eugenio Scalfari invita politici e cittadini a utilizzare tutti i “remi” possibili per tirare fuori l’Italia dal momento più drammatico della sua storia.

La televisione propone continuamente immagini di Rodotà che incontra il M5S per rilanciare un nuovo soggetto di sinistra, vista la miserevole fine del Pd; il Fatto Quotidiano titola “Berlusconi delinquente anche in appello”; Cofferati lancia allarmi per evitare un secondo suicidio del Partito democratico dopo quello che abbiamo tutti visto in diretta; Massimo Franco dalle pagine del Corriere della Sera invita alla prudenza e tuttavia disegna scenari di una imminente potenziale rissa a tutto campo. Se non si rimettono al centro dell’attenzione alcuni fatti per una valutazione realistica di ciò che accade, si rischia di sbandare verso scelte astratte e assolutamente impraticabili.

Questione Berlusconi e centrodestra. Non credo si possa ragionare sui gravi problemi che la presenza di Berlusconi pone all’intero Paese a prescindere dal risultato elettorale che nelle ultime elezioni è stato conseguito dalla sua formazione politica. Da nessun punto di vista penso si possa considerare illegittimo un voto che viene espresso da almeno un terzo degli italiani. La democrazia intesa in senso sostanziale funziona efficacemente anche quando garantisce la rilevanza politica dei movimenti che cercano addirittura di negarla. Tutti abbiamo appreso che la democrazia deve difendersi politicamente anche dagli attacchi che nascono all’interno delle proprie dinamiche elettorali.

Non si può immaginare che in un contesto di consenso così ampio il leader di quel movimento, Berlusconi, venga messo nella condizione di non poter partecipare al confronto politico in forza di una sentenza o comunque di un provvedimento giudiziario. È questa illusione di affidare ai giudici il compito di sconfiggere un avversario politico che ha trasformato la nostra vita in un eterno conflitto tra politica e magistratura. Ciò ha impedito infatti, dal ’94 in poi, di cercare di battere politicamente tutti i guasti e i danni di varia natura che Berlusconi e il suo movimento hanno provocato al funzionamento delle nostre istituzioni. Tra gli elettori di Berlusconi esiste infatti un diffuso senso di diffidenza verso la magistratura che ne mette in dubbio la credibilità.

Senso diffuso di diffidenza in certi casi provocatoriamente alimentato da alcuni magistrati, i quali hanno pubblicamente emesso minacciosi giudizi di condanna prima che i procedimenti fossero conclusi e che si sono candidati alle elezioni politiche come i futuri giustizieri di una società criminalizzata dagli stessi governi che ne hanno retto le sorti in questi ultimi vent’anni.

In questi termini il problema della presenza politica di Berlusconi va affrontato esclusivamente sul piano politico: dalla pessima gestione delle finanze e delle risorse pubbliche, agli incredibili nepotismi che hanno mischiato sempre più gli interessi privati con quelli pubblici. L’aver scelto la lotta a Berlusconi come unico collante politico di una possibile alternativa di governo è alla base anche dell’attuale crisi drammatica del Pd, che non è più riuscito ad esprimere alcuna linea politica fatta di proposte concrete per il lavoro e per il risanamento del debito pubblico. Ridurre il campo della lotta politica alla questione giudiziaria dei processi contro Berlusconi ha impedito di parlare alla società italiana il linguaggio semplice della politica che affronta anzitutto le questioni sociali, le quali sommandosi a una grave crisi economica hanno reso “povero” il nostro Paese.

È proprio in questa operazione di riduzione del problema al solo tema della presunta criminalità di Berlusconi che si è completamente interrotto ogni tipo di comunicazione fra Pd e ceti popolari sofferenti, giunti ormai quasi alle soglie della povertà. I milioni di voti che anche il Pd ha perso alle ultime elezioni sono il segno crescente di un distacco che rischia di cancellare la stessa espressione “sinistra” come piattaforma di valori e interessi condivisi.

L’estrema astrazione che ha anzi caratterizzato gli intellettuali di sinistra la si trova espressa in bella forma nell’articolo di Barbara Spinelli dell’8 maggio, quando ripropone i temi etici che dovrebbero costituire l’alternativa di sinistra: sovranità della persona sulla propria vita e la propria morte, procreazione assistita, unioni libere, diritti delle coppie omosessuali, matrimonio e genitorialità compresi. Tutti temi degnissimi che potrebbero costituire un bel programma per un partito radical-libertario, ma che non hanno nulla a che vedere né con il passato né con il presente di quello che continua a essere potenzialmente un popolo di sinistra sfruttato, precarizzato, abbandonato per le strade senza fissa dimora e senza tetto.

La dignità delle persone, a cui tanti intellettuali vogliono fare riferimento, è per la sinistra sempre radicata nelle condizioni materiali della propria vita e non già in astratti diritti di libertà di cui non sentono certamente la mancanza. Questa persistente vocazione elitaria ha penalizzato il Pd e ha lasciato straripare il M5S, rendendo il nostro Paese praticamente ingovernabile. Non capisco quale cupio dissolvi animi tutti coloro che dichiarandosi di sinistra spingono per la caduta di questo governo e per il ritorno alle urne in un nuovo bagno sacrificale. Non bisogna essere Cassandre per prevedere che i risultati di queste prossime eventuali elezioni vedrebbero un’ulteriore crescita del M5S e del Popolo delle libertà. 

Qualunque sia il giudizio che si può dare su questo governo, che a me personalmente piace assai poco, deve riconoscersi che è assolutamente necessario per non andare incontro a una fatale dissoluzione dell’intero tessuto sociale del Paese.

Anche la continua invocazione di principi etici, capaci di orientare le scelte politiche più generali, non può funzionare in una società confusa e disgregata dove il fallimento di ogni spazio pubblico distrugge la stessa possibilità di un confronto sul merito dei problemi. In un regime democratico, l’unica etica possibile è quella che vincola ciascuno al confronto con l’altro e non già quella che si autoattribuiscono pochi eletti così pieni di presuntuose sicurezze da poter diventare i giudici dell’intero Paese. È comodo attribuire alla casta e ai politici la responsabilità unica di aver corrotto lo spirito pubblico e aver disgregato i vincoli di solidarietà se non si mette sotto la lente di ingrandimento anche il comportamento individuale di chi, privo di identità di qualsiasi tipo dopo essere stato indotto all’individualismo più esasperato, oggi produce violenza e oppressione persino nella vita familiare.

Uno psicoanalista d’oltralpe, René Kaes, ha lucidamente descritto il declino della società come conseguenza della morte dei grandi garanti che segnavano la direzione di marcia delle nuove generazioni: la famiglia, la scuola, il partito, la parrocchia. La distruzione cioè di tutti quei corpi intermedi che i nuovi intellettuali vogliono sostituire con i vari facebook, twitter e, in definitiva, con la democrazia diretta della rete. È veramente paradossale che proprio le classi dirigenti non immediatamente politiche, che hanno lavorato sul senso comune fino a far coincidere l’identità di ciascuno col godimento sfrenato e senza limiti di tutto ciò che può essere acquisito col denaro, trovino poi il responsabile di questo collasso morale nella sola casta politica.

L’incomprensione drammatica di questa dimensione profonda e collettiva del problema dell’etica pubblica purtroppo si riflette anche nella penosa discussione che sta caratterizzando gli ultimi giorni del Pd. Volti come Cofferati, Vannino Chiti, Chiamparino, ecc. vengono riproposti per l’ennesima volta come esponenti di una realtà che oramai è soltanto virtuale.

Nella mia città si svolgeranno tra poco le elezioni amministrative e l’indecenza dei manifesti pubblici con le facce e i nomi dei candidati dà la misura dell’assoluta povertà di un Paese che a ogni livello vive le campagne elettorali come una selezione di spazzolini da denti. Neppure le promesse vaghe e generiche sono più di moda, ma una ridicola convention in un teatro cittadino dove i fidelizzati urlano a squarciagola il nome del più bello del reame.

Sono talmente sconfortato da sottoscrivere ormai persino l’appello di Eugenio Scalfari: diamoci tutti da fare perché fra gli italiani ritorni in campo il principio della consapevolezza e della realtà.

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