CONVENZIONE/ Il giurista: bene il “doppio binario” di Letta, ma a due condizioni

- Giulio M. Salerno

GIULIO SALERNO commenta il doppio binario, politico-istituzionale e tecnico-giuridico, previsto dal governo Letta, per giungere alle riforme costituzionali

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Il percorso delineato dal Presidente del Consiglio, Enrico Letta, sembra ormai chiaro nei punti essenziali: un doppio binario, politico-istituzionale e tecnico-giuridico, per giungere alle riforme costituzionali da lungo tempo attese.

La soluzione infine prescelta deve essere apprezzata, proprio perché distingue il momento tecnico dal momento politico, evitando così quella originale soluzione che inizialmente sembrava prevalere, cioè un organismo a composizione mista, formato nello stesso tempo da esponenti delle forze politiche presenti in Parlamento e da personalità dotate di specifiche competenze di carattere tecnico-giuridico. Questo organismo, sin dai primi passi di questo nuovo processo riformatore, è stata detta “Convenzione”.

Forse il suggerimento di tale qualificazione dipendeva dal fatto che aveva avuto composizione mista anche la “Convenzione” cui nel 1999 il Consiglio europeo affidò la redazione di quella che poi è divenuta la Carta europea dei diritti proclamata a Nizza. Di questa Convenzione, formata da rappresentanti degli Stati, dei parlamenti nazionali, del parlamento europeo e della Commissione europea, fecero parte anche giuristi, docenti universitari, magistrati e esperti designati dalle distinte istituzioni nazionali e europee. Sicché ne risultò, di fatto, una fortunata commistione di competenze tecnico-giuridiche e di esperienza politico-istituzionale.

Il nostro caso, però, è diverso. Non si tratta, come nel caso della Convenzione appena ricordata, di consolidare e di mettere in chiaro il dato prescrittivo e giurisprudenziale risultante per lo più da testi normativi vigenti. Si deve, invece, porre mano a consistenti modifiche del vigente testo costituzionale secondo un chiaro ed efficace progetto di innovazione. Dunque, è necessario distinguere tra il compito degli esperti, cui compete fornire il quadro ragionato e sapienziale delle opzioni disponibili per raggiungere gli obiettivi preferiti nel modo corretto, e le responsabilità della politica, che deve assumersi le scelte decisive in coerenza con le soluzioni tecnico-giuridiche offerte e validate dai giuristi.

La distinzione e il concorso tra il momento tecnico e il momento politico sono stati elementi essenziali per il successo di percorsi riformatori già verificatisi in passato sia nel nostro ordinamento che in altri Paesi. Si pensi soltanto, da noi, al ruolo della Commissione presieduta da Ugo Forti, nominata dal Ministero della Costituente e che fornì all’Assemblea costituente l’importante e per molti aspetti decisiva relazione sui problemi attinenti alla riorganizzazione dello Stato. E in Francia, più di recente, il rapporto presentato dalla Commissione presieduta da Eduard Balladur e che è stata alla base dell’ultima riforma costituzionale del 2008.

E se in Francia nel procedimento di revisione costituzionale la presenza di Comitati di studio e di riflessione istituiti su impulso presidenziale è prassi normalmente seguita in coerenza con i connotati propri della forma di governo là esistente, da noi la presenza di un Comitato di espertibipartisan operante nell’ambito del Ministero delle riforme appare la soluzione congruente alla luce della presente e del tutto peculiare contingenza che vede una larga convergenza tra forze politiche di diverso orientamento.

Spetterà poi all’organismo parlamentare, che riunirà i componenti delle due Commissioni Affari Costituzioni, trarre le conseguenze dall’esito dei lavori del Comitato di esperti. In questa fase schiettamente politico-istituzionale, a nostro avviso non ci si dovrebbe allontanare più del necessario dalle procedure indicate nell’art. 138 Cost. Ogni deroga ingiustificata sarebbe vista con sospetto da ciascuna delle parti in competizione, così come da chi assiste dall’esterno alla decisiva “partita” delle riforme.

Una questione delicata sarà quella dell’eventuale sottoposizione del risultato conclusivo di tutto il processo riformatore al giudizio popolare: si dovrà procedere ad uno o a più referendum? Da più parti si chiede di evitare una sola consultazione, perché in questo modo i cittadini sarebbero costretti a votare su “tutto o niente”, replicandosi così la scelta – poi conclusivamente negativa – verificatasi nel 2006 circa la complessiva proposta di revisione costituzionale approvata dal centro-destra. Una soluzione ragionevole, allora, potrebbe essere quella di individuare al massimo tre o quattro tematiche (ad esempio, forma di governo, autonomie territoriali, istituzioni statali), reciprocamente autonome e su cui costruire i testi di revisione della Costituzione da sottoporre a distinti voti referendari. In ogni caso, però, si deve assolutamente evitare che le alternative sottoposte al popolo possano determinare, in relazione ai diversi risultati possibili, esiti contemporaneamente contraddittori. Non sarebbe soltanto una beffa per i cittadini, ma soprattutto un danno esiziale per la stessa Repubblica.

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