CONVENZIONE/ Il giurista: inutile e dannosa, meglio la Bozza Violante

- Stelio Mangiameli

Prima della riforma della Costituzione, se si vuole conservare una democrazia vera nel nostro Paese viene la rinascita della Politica, ormai scomparsa da un ventennio. STELIO MANGIAMELI

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L’idea di dare vita ad una Convenzione per realizzare le riforme costituzionali si agita nella politica italiana ormai da un po’ di tempo. Il modello è stato ripreso dalla Convenzione di Laeken del 2002 che avrebbe dovuto scrivere la Costituzione europea; e si è visto com’è finita. L’obiettivo è portare fuori dagli incapaci Parlamenti che si sono succeduti dal 1992 in poi il tema della riforma istituzionale, per la forma di governo, con le tentazioni verso il (semi-)presidenzialismo, e per la forma di Stato, con le aspirazioni verso il federalismo: il primo sonnecchia ancora – e forse questo è ora il vero obiettivo – mentre il secondo sembra entrato in una crisi di ripensamento che ci porta dritti verso un ancora più nefasto centralismo, senza le province baluardo storico contro la piemontesizzazione dell’Italia e con regioni ormai ridotte al rango di grandi inefficienti e poco democratici dipartimenti amministrativi.

La distruzione della democrazia territoriale è stato il capolavoro del Governo Monti e dei suoi arditi consiglieri, ancora ben piantati nell’albero del Governo Letta. Allora si vuole istituire una Convenzione – è la prima proposta del nuovo Governo, come se mancassero urgenze da affrontare – per fare arretrare ulteriormente il Parlamento e per impiantare il presidenzialismo all’italiana.

All’italiana non è un’espressione buona. Provate a dirlo all’estero: “questa è una cosa all’italiana”; di questi tempi tutti si scompisciano dal ridere. Chi sarebbe il futuro presidente del presidenzialismo all’italiana: Bersani, Grillo o Berlusconi? Chiunque possa essere farebbe solo ridere. Come se già non fossimo riusciti a fare ridere abbastanza. Siamo stati peggio della Grecia di oggi, quella Grecia che già allo scoppio dell’ultimo conflitto mondiale, nel ridicolo tentativo italiano di occupazione, ci aveva umiliato.

Chi sono i suggeritori del Presidente Letta? Quale illustre costituzionalista ha il coraggio in questo momento di mettere la propria faccia nella distruzione della Costituzione democratica, nata dal sacrificio della guerra e coltivata nel duro lavoro delle generazioni che nella pace ha costruito una prosperità che negli ultimi vent’anni è stata consumata in modo dissennato? Di questo si tratta realmente: di inventarsi una procedura che non esiste, che è fuori dai canoni della revisione costituzionale dell’art. 138 della Carta e senza rispetto per le forme più elementari; si pensa a delle deliberazioni convergenti delle due Camere: in sostanza, meno di una legge ordinaria; per riscrivere la Costituzione (rectius: per la fase redigente) solo due deliberazioni convergenti non sottoposte nemmeno al vaglio del presidente della Repubblica, non impugnabili da nessuno davanti alla Corte costituzionale. Nessun impegno politico, neppure un principio che guidi l’opera della Convenzione; nemmeno una dichiarazione sul futuro dell’Italia. D’altra parte si deve fare in fretta. Prima si fa e meglio è, perché cosa fatta capo ha. Vallo a smontare il presidenzialismo all’italiana, una volta fatto!

Scimmiottano l’Assemblea costituente: una Commissione di 75 con spirito proporzionale (il Pd rinuncia al premio – ma in mano di chi è caduto questo partito!), forse aperta agli esperti, ma hanno già dalla loro Quagliariello e Renzi che ha studiato sui libri di Rodotà. Che si può volere di più. Certo non ci sono Ruini, Ambrosini, Mortati, La Pira, Dossetti, Leone, Moro, Taviani, Tosato, Di Vittorio, Grieco, Marchesi, Pesenti, Togliatti, Amadei, Basso, Merlin, Ghidini, Rossi, De Vita, Perassi, Bozzi, Paratore, Calamandrei, Lussu, Condorelli, Einaudi e gli altri 48 che non menziono, perché meno famosi, ma che sarebbero dei giganti politici oggi. Degli uomini e – per dirla con Martoglio e Sciascia – non degli ominicchi o dei quaquaraquà.

È il momento della cortina fumogena: il giro in Europa, i complimenti della Merkel, la promessa di chiudere la procedura di infrazione per eccessivo disavanzo da parte della Commissione europea, i sondaggi che danno Letta al 62% di gradimento. Tutto si sta preparando per sferrare il colpo!

Non è che il Paese non abbia bisogno di riforme e, in primo luogo, di riforme costituzionali, ma si tratta di capire se si tratta delle riforme giuste di cui da oltre vent’anni discutiamo e scriviamo e per le quali abbiamo riempito scaffali di biblioteche. Per le riforme costituzionali di cui l’Italia ha bisogno realmente, non c’è bisogno di questo teatro della Convenzione. Basterebbe ripartire dalla c.d. “Bozza Violante” (AC 553 – XV Legislatura): riduzione dei parlamentari, Senato federale, bicameralismo differenziato, limitazione del potere di decretazione del Governo, rafforzamento del ruolo di garanzia del presidente della Repubblica, sfiducia costruttiva. Il Titolo V, poi, potrebbe avere anche un restyling, ma dovrebbe essere anni luce lontano dal DDLC n. 3520 (AS – XVI Legislatura), presentato dal Governo Monti l’ottobre scorso, che per uno studioso serio di questioni regionali non si può prendere in considerazione alcuna.

Certo c’è molto da fare, per realizzare un rinnovamento costituzionale, anche per la prima parte della Costituzione: prima siamo stati un modello per i paesi che arrivavano alla democrazia, come la Spagna, il Portogallo, la Grecia, i Paesi dell’ex blocco sovietico; adeso siamo in una condizione misera: nella nostra Costituzione non si fa menzione della privacy, dei diritti del consumatore e di quelli degli utenti, dei diritti della terza generazione: giovani, vecchi, handicappati, delle azioni positive per l’eguaglianza e per altro ancora come la natura, i media, il controllo a distanza e le nuove tecnologie, ecc. Ma dubito che queste problematiche sfioreranno i nostri 75 e la ragione è evidente anche se si fa di tutto per nasconderla inventando delle “cose all’italiana”.

Prima della riforma della Costituzione, se si vuole conservare una democrazia vera nel nostro Paese, viene la rinascita della Politica, ormai scomparsa da oltre un ventennio. Noi avremmo bisogno, da questo punto di vista, subito di una legge (ordinaria) sui partiti politici, nella quale i soggetti che abusano – in questo momento – del nome di “partito” mettano nero su bianco i loro impegni verso i cittadini che riguardano il loro modo di essere a partire dal finanziamento pubblico della politica che è stato cassato dai cittadini con un referendum, ma il cui risultato è stato allegramente ignorato. Un’altra storia all’italiana.

Ci dicano se le loro organizzazioni sono democratiche visto che l’art. 49 della Costituzione vuole i partiti non proprietà di piccole oligarchie ma libere associazioni di cittadini, costituiti per permettere loro di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Ci dicano se hanno intenzione di rinunciare ai privilegi di cui adesso godono solo i politici e gli evasori fiscali. Ci dicano se vogliono avere orecchie per ascoltare la voce dei cittadini e occhi per vedere la condizione – in tutti i sensi – pietosa in cui hanno ridotto l’Italia. Ci dicano se vogliono tornare al loro duro lavoro di selezione della classe dirigente, riducendo – se proprio non riescono a eliminarlo – il malcostume delle raccomandazione, del nepotismo, del familismo, e di quant’altro ammorba questo Paese e le stesse compagini di governo, compreso quello tecnico di Monti che è stato riempito dai rappresentanti di conventicole e dai figli di papà cui bisognava tributare almeno la provvidenza di una consulenza se non di un posto da sottosegretario. Ci dicano, infine, se vogliono ritornare a una competizione elettorale onesta e sui programmi, magari una competizione di confronto, ma essenzialmente basata sul rispetto dell’avversario, superando un atteggiamento di discordia totale dietro il quale in questi anni si sono celati sordidi accordi ai danni del futuro del Paese. Ci dicano se vogliono fare tutto questo prima di mettere mano alla riforma della Costituzione e, forse, ricominceremo a credere in loro, altrimenti dovranno accontentarsi per sempre di una soglia inferiore al 5% della popolazione e non potranno aspettarsi che l’altro 95% della popolazione sopporti ancora le loro decisioni.

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