GIULIO ANDREOTTI/ Liguori: oggi è morto l'”outsider” della DC, un grande politico cristiano

- int. Paolo Liguori

Controverso uomo politico, protagonista indiscusso della prima Repubblica, Giulio Andreotti si è spento questa mattina nella sua abitazione romana. Lo ricordiamo con PAOLO LIGUORI

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Foto: InfoPhoto

“Il potere logora chi non ce l’ha”. In molti racchiudono in queste poche parole la vita, la carriera e la persona di Giulio Andreotti, spentosi questa mattina nella sua abitazione romana all’età di 94 anni. Controverso uomo politico, protagonista indiscusso della prima Repubblica, è stato più volte presidente del Consiglio e storico esponente della Democrazia Cristiana. “Con Andreotti se ne va un importante pezzo di storia italiana”, dice a IlSussidiario.net Paolo Liguori, che Andreotti lo conosceva bene. “Credo possa essere considerato l’ultimo grande politico democristiano, visto che della sua epoca non ce n’è più davvero nessuno. Non ci sono più democristiani, comunisti e socialisti, fatta eccezione per Napolitano ed Emilio Colombo”. Andreotti era stato ricoverato il 3 maggio dell’anno scorso al Policlinico Gemelli di Roma a causa di una crisi respiratoria. Le sue condizioni erano poi migliorate, ma non si era mai ripreso completamente. Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, ha fatto sapere che non ci saranno funerali di Stato né camera ardente. Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari.

Liguori, qual è secondo lei la maggiore eredità politica che Andreotti lascia?

Non credo che Andreotti lasci un’eredità di questo tipo, semplicemente perché ha vissuto una vita piena, intensa e ha “consumato” la sua politica fino in fondo. Quello che Andreotti lascia è l’immagine di un grande politico, anche più che di statista.

Come mai?

Innanzitutto perché è stato un grande politico cristiano, quindi per certi versi meno statista di tanti suoi coetanei. Nel bene e nel male, infatti, le ragioni della persona e degli esseri umani sono sempre venute fuori maggiormente rispetto alla ragion di Stato. Andreotti non lascia alcuna eredità perché la politica di oggi è molto diversa.

Esiste invece una particolare intuizione politica che ha contraddistinto la sua carriera?

Andreotti ha saputo adeguarsi bene a tutte le stagioni politiche. Si diceva che la sua filosofia fosse quella del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, e di fatto ha vissuto così. In ogni stagione Andreotti si è uniformato a quelle che erano le esigenze del momento: ad esempio, si è parlato tantissimo delle sue vicende giudiziarie, dei suoi processi, ma nessuno sembra ricordare che il governo Andreotti è quello che ha creato le più dure leggi antimafia e che più di tutti ha subìto gli attacchi violenti della criminalità organizzata. Andreotti è stato sempre al centro di mille contestazioni ma si è sempre adeguato al mondo, e forse l’intuizione più forte è stata proprio questa.

Si spieghi meglio…

Parlo di una incredibile capacità di subire una sorta di linciaggio morale, attuato nei suoi confronti dai mezzi di comunicazione e dagli avversari politici, con una serenità da vero cristiano. Questa è stata probabilmente la sua più grande qualità.

Inoltre Andreotti non ebbe mai alcun incarico nella Dc…

Esatto, e questo è invece il suo grande paradosso. Ha costruito la carriera politica da “outsider” e il suo non è mai stato il governo della Democrazia Cristiana. Mentre i vari capi della Dc si alleavano e poi si ostacolavano, Andreotti è sempre stato in un angolo, distinguendosi per questo. Ha partecipato alle maggioranze e ai governi, certo, ma senza mai essere il padrone del partito.

Che cosa significava la Dc per Andreotti?

La Dc è stata esattamente come Andreotti: è difficile, infatti, dire quale sia stata la sua grande intuizione e, ancora oggi, in molti saprebbero elencarne solamente i difetti. Eppure, la grande forza della Dc è stata proprio quella di aver rappresentato il cuore dell’Italia, quello del dopoguerra. E lo stesso è stato Andreotti per l’Italia: non la testa pensante, non il potere finanziario né l’egemonia culturale, ma sempre espressione del tessuto più popolare.

Che cosa rimane invece del partito cattolico nel modo in cui lo intendeva e lo viveva Andreotti?

Andreotti lo intendeva probabilmente nel modo migliore: negli ultimi anni lui non credeva più in un partito cattolico, ma conosceva bene l’importanza del ruolo dei cristiani. Andreotti è sempre stato vicino a un certo mondo cattolico di cui però non ha mai immaginato la ricostruzione per la politica. Probabilmente è stato il crollo del muro di Berlino a rappresentare la fine del partito cattolico, o almeno di quello che si conosceva prima del 1989.

 

(Claudio Perlini)

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