SOLDI AI PARTITI/ Il “trucco” del governo non funzionerà, ecco perché

- Marco Cobianchi

Il provvedimento che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti, stabilito dal governo nel Consiglio dei ministri di ieri, non funzionerà. MARCO COBIANCHI spiega perché

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L’odore demagogico del provvedimento che abolisce il (meglio: intende chiedere al Parlamento di approvare l’abolizione del) finanziamento pubblico ai partiti si mischia inevitabilmente con il sapore aspro di una affannosa rincorsa dello Zeitgeist. In poche parole: non funzionerà.

Il meccanismo della destinazione di una parte dei soldi incassati dall’erario attraverso le tasse per le esigenze dei partiti venne, infatti, già sperimentato una volta. Nel 1997, quattro anni dopo il secondo referendum (il primo fu nel 1978) che sancì l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, venne approvata una norma che consentiva agli italiani di destinare il 4 per mille delle proprie tasse alle organizzazioni politiche. Bastò un anno per rendersi conto che appena poche centinaia di migliaia di contribuenti usufruì di questa possibilità. Nulla autorizza a pensare che oggi gli italiani abbiano cambiato idea rispetto ad allora. Anzi: il non firmare per destinare il 2 per mille a favore dei partiti assumerà i contorni di una non firma contro l’esistenza stessa dei partiti. Quindi non è corretto dire che “nessuno firmerà” ma occorrerebbe dire che “tutti non firmeranno”.

Ma l’ipocrisia non consiste nel fatto che, probabilmente, la norma fallirà. L’ipocrisia consiste nel fatto di far credere a un’idea di politica bastevole a sé stessa, che si nutre di ideali così alti, indiscutibili, supremi e assoluti da non aver bisogno di nulla, tanto meno del denaro, per affermarsi. In breve: un’idea illuministica che sembra essere auto evidente se si considerano gli scandali che hanno attraversato le aule di giustizia causati proprio dal fiume di denaro che dallo Stato scorre verso i partiti. Fiume di denaro, peraltro, già dimezzato lo scorso anno dal governo Monti.

Ma cercare di individuare una motivazione politologica è addirittura eccessivo. L’impressione è, infatti, che il governo abbia deciso di gettare nell’arena del Parlamento un argomento così ad alta tensione per evitare che il dibattito pubblico si concentri su temi di importanza ben più cruciale.

Se Zapatero, in Spagna, nel momento dell’esplosione della bolla immobiliare che avrebbe portato il Paese sull’orlo del tracollo, introdusse a forza il tema delle nozze gay e se Hollande, nel punto più basso del consenso popolare, quelle nozze gay le ha fatte approvare, in Italia il governo, che è in piedi per gentile concessione dei franchi tiratori (101 solo nel Pd), prova a catalizzare il dibattito pubblico e politico su altro che non sia, ad esempio, l’aumento dell’Iva previsto tra meno di un mese. O la mancanza delle risorse necessarie per dare corso alla promessa di pagare entro quest’anno 20 miliardi di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese private. O l’assenza di idee concrete per fermare il declino industriale del Paese.

Basterebbe che qualcuna di queste promesse venisse mantenuta per giustificare il mantenimento del finanziamento pubblico. In mancanza di questa capacità, meglio sbranarsi su un (ridicolo) 2 per mille.

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