DIETRO LE QUINTE/ Tutte le manovre di Renzi e Bersani alle spalle di Letta

- Ugo Finetti

Pd e Pdl contestano i limiti del governo Letta. È da chiedersi però se i limiti del governo non siano anche la conseguenza di debolezze di Pd e Pdl. Il commento di UGO FINETTI

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Matteo Renzi

Pd e Pdl contestano i limiti del governo Letta sollecitando una fuoriuscita dai vincoli europei e maggior impegno per la crescita economica e sociale. È da chiedersi però se i limiti del governo non siano anche la conseguenza di debolezze di Pd e Pdl.

Cominciamo dai rapporti con l’Unione europea. Il punto di forza del governo Letta alla sua nascita era rappresentato dall’avere alle spalle la convergenza tra i “terminali” italiani delle principali forze che sono al comando dell’Unione europea. Ma oggi registriamo una sostanziale mancanza di “peso” dei principali partiti italiani in campo europeo. Berlusconi incalza il governo, ma la vicepresidenza Pdl della Commissione europea, pur ricoperta da una personalità esperta come Tajani, nell’attuale situazione è un caso di assordante silenzio e di totale irrilevanza. 

Nel complesso i leader di Pd e Pdl – da Bersani a Renzi, da D’Alema a Berlusconi – non sono più in grado di avere un “vertice” con un capo di Stato o di governo. Impressiona la loro totale incapacità di trovare interlocutori ed avviare un minimo di contatti politici rispetto, ad esempio, ai “fratelli” spagnoli.

Passando al “fronte” delle forze sociali oggi constatiamo che la “grande coalizione” Pd-Pdl non è in grado di creare le condizioni di una larga convergenza. Pd e Pdl non risultano cioè avere alcuna voce in capitolo sui vertici sindacali e confindustriali e sembrano solo “rincorrere”, in modo concitato e subalterno, le spinte centrifughe. Il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, va alla manifestazione di Cgil-Cisl-Uil in cui Susanna Camusso contesta i ministri del Pd e chiede una svolta radicale nella politica del premier Pd. All’epoca del Pci di Togliatti si sarebbe gridato alla “doppiezza” del partito di piazza e di governo.

A questa irrilevanza del peso del Pd e del Pdl sui vertici istituzionali europei e sui vertici sociali nazionali si somma il nervosismo esistenziale che vede i vertici sia Pd sia Pdl alle prese con la propria identità politica.

Berlusconi pensa di tornare a “Forza Italia”. Certamente nel 1994 egli compì un capolavoro, una sorta di “quadratura del cerchio”, mettendo insieme elettori “orfani” della Dc e del Psi con l’elettorato “nuovista” di Lega e Msi. Ma all’epoca aveva di fronte, come alternativa, un ex segretario del Pci, Achille Occhetto, all’indomani del crollo del comunismo. Oggi la riedizione di Forza Italia avviene con alle spalle diverse esperienze di governo di centro-destra ritenute, dallo stesso Berlusconi, al di sotto delle aspettative. 

Il fatto che la causa delle disfatte elettorali in tutti i comuni dove si è votato venga identificata nella assenza di Berlusconi come “candidato sindaco” trasmette l’immagine di una incapacità di lettura critica da parte del vertice Pdl di quanto serpeggia nell’elettorato italiano.

Da parte sua anche nel Pd non emerge una lettura critica delle ragioni della mancata vittoria nelle elezioni politiche di febbraio. Il successo nelle recenti amministrative sembra aver archiviato l’esigenza di riflessioni in proposito e sommandosi allo sfaldamento in atto tra i seguaci di Grillo diffonde nel Pd la convinzione di avere la vittoria in tasca anche in questo Parlamento. Tale diffusa sicurezza si traduce in una fibrillazione interna disancorata da un dibattito politico e che vede già destabilizzata la stessa maggioranza che aveva aperto la strada al governo a guida Letta. 

Si stanno delineando nel Pd due polarità opposte che gravitano nuovamente intorno a Bersani e Renzi ma con propositi e confini molto magmatici. Un nervosismo molto confuso in quanto nessuno dei due esprime in modo chiaro il contenuto del dissenso politico su cui la non ancora definita platea congressuale sarà chiamata a pronunciarsi. L’unica discussione chiara riguarda il regolamento delle primarie su cui Renzi non vuol essere, continua a ribadire, “fregato”. 

Dal punto di vista dei contenuti c’è solo da indovinare: da una parte Renzi promette di andare “oltre la rottamazione” aprendo ai no-Tav e cercando di recuperare Prodi, e dall’altro Bersani mette in guardia da leadership carismatiche.

Renzi appare vincente. Egli promette un governo del Pd sostanzialmente autosufficiente con crisi di governo dopo la vittoria congressuale e nuove elezioni in concomitanza con le europee. Sullo sfondo agita la “rivincita” di Prodi sul Quirinale immaginando una destabilizzazione che possa coinvolgere Giorgio Napolitano.

Di contro Bersani sta però ricompattando gli ex Ds. La vittoria di Renzi infatti segnerebbe l’ingloriosa conclusione della “lunga marcia” dal Pci per la conquista elettorale di Palazzo Chigi. Rimarrebbe di questa traversata solo la fuggevole (e non rimpianta) parentesi di un D’Alema diventato premier con una operazione di Palazzo pilotata all’epoca da Francesco Cossiga per garantire così il voto degli ex comunisti al bombardamento Nato di una capitale comunista sull’Adriatico. E cercando Prodi, Renzi ha già perso D’Alema. 

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