BOSSI CONTRO MARONI/ Così il Senatur si prepara a “seppellire” la Lega

- Gianluigi Da Rold

L’intervista di Umberto Bossi a Repubblica ha squarciato il velo su un partito ormai a pezzi, che pur governando nelle regioni del Nord pare ormai finito. GIANLUIGI DA ROLD

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Immagine di archivio

L’effetto paradossale è che la Lega Nord occupa ancora tre posizioni fra le più importanti d’Italia. Avere la presidenza delle regioni del “Grande Nord” (Lombardia, Veneto e Piemonte) significa governare sui produttori dell’oltre il 40% del Pil italiano. Ed è una stima al ribasso. Eppure la Lega è al tramonto politico e il paradosso sta proprio tra la ricchezza prodotta e chi dovrebbe rappresentare in sede nazionale gli interessi di questo sempiterno motore economico italiano, che ha ormai una forza elettorale sotto il 4% a livello nazionale.
La fotografia di tutto questo la si vede in modo lampante nell’intervista che Umberto Bossi ha fatto ieri a “la Repubblica”, dove non vengono risparmiate critiche durissime all’attuale leader e “figlioccio” politico del senatùr, Roberto Maroni.
Il termine “traditore” contro Maroni, messo nel titolo del quotidiano, è quasi il sigillo finale a una parabola politica che sta finendo male e che difficilmente potrà essere ripetuta. Attenzione, traditore non tanto personale, ma di una causa, quella della “questione settentrionale”, che piombò in modo dirompente sull’Italia nella svolta dei primi anni Novanta e segnò di fatto una delle componenti essenziali della nascita della cosiddetta “seconda repubblica”, che di fatto poi non è mai nata.
Ci sono tanti messaggi trasversali nell’intervista concessa a Gad Lerner (che chiariscono lo stato attuale della situazione all’interno della Lega), ma sembrano tutti il “ruggito” di un leone che è stato allontanato dal suo “branco” e pensa con rabbia a come reinserirsi o a ricostituirlo sotto il suo comando. Dice testualmente il Senatùr riferendosi a Maroni: “Lui non ha i nostri ideali. Quando uno tradisce una volta (e Bossi ricorda il 1994) alla fine tradisce sempre. Si illude di diventare il plenipotenziario di Berlusconi al Nord, ma il Pdl non rinuncerà mai a presentare le sue liste in casa nostra, come fa la Cdu con la Csu in Baviera”. Quindi Bossi contesta radicalmente la linea politica, rivendica il suo ruolo di fondatore, attacca sulla continua serie di espulsioni dalla Lega e rinfaccia anche gli sgarbi personali che sono stati fatti: la sua segretaria che non prende lo stipendio da marzo, la mancanza di autisti e di una scorta.
Il “vecchio leone ruggisce” pensando di dare battaglia, di promuovere un giornale di lotta, di avere ancora la forza per riconquistare la sua creatura, quella Lega Lombarda che poi è diventata Lega Nord. C’è persino un attimo di rimpianto nel pensare ai vecchi amici di un tempo, come Gipo Farassino, o a bravi giornalisti che hanno spiegato attentamente il fenomeno leghista come Guido Passalacqua. Ma l’immagine complessiva che esce dall’intervista è quella di un leader che non vuole arrendersi di fronte a un progetto che si è frantumato. 

O forse lo stesso Bossi ne ha la consapevolezza e vuole essere il leader anche del “tramonto” leghista. Magari, radunando i vari dissidenti alla nuova linea leghista che gli sono fedeli, può arrivare al prossimo congresso e imporre un candidato di mediazione alla segreteria, uno come Giancarlo Giorgetti. Ma ha già messo nel conto che la ripetizione dei tre Governatori del Nord è l’ultima occasione che poteva capitare alla Lega in questa declinante “seconda repubblica” mai nata e che “al prossimo giro ce lo sogniamo”.
Il problema è che nei primi anni Novanta Bossi aveva effettivamente messo a soqquadro la politica italiana, cavalcando la “questione settentrionale”. Quando Marco Formentini diventò sindaco di Milano, Bossi aveva di fatto segnato una svolta storica. La Lega Nord, da marginale gruppo localista, votata nelle valli e nella zona pedemontana, era scesa nel centro di Milano e si era insediata a Palazzo Marino, rompendo una tradizione quasi secolare. E’ in quel momento che Bossi avrebbe dovuto cominciare a fare i conti con la realtà, che gli era favorevole anche per l’interesse che suscitava negli ambienti del grande potere e della media borghesia. Avrebbe dovuto costituire un gruppo dirigente senza improvvisazioni e avrebbe soprattutto dovuto abbassare i toni della grande protesta, pur perseguendo i suoi scopi e i suoi fini.
Insomma avrebbe dovuto passare dal movimentismo alla politica, da un gruppo emergente nella politica italiana di sicura matrice popolare alla formazione di un partito moderno. Invece Bossi tutto questo non è riuscito a farlo o forse non è stato in grado di farlo.
Oggi il Senatùr si lamenta delle tante espulsioni, ma probabilmente ha dimenticato quanti contrasti c’erano anche in quella Lega che viaggiava elettoralmente intorno al 10%. C’è una lista lunghissima di nomi di personaggi di valore che alla fine se ne sono andati o sono stati anche espulsi dalla Lega Nord diretta da Umberto Bossi. In definitiva, Bossi non è mai riuscito a dare un assetto di partito che, arrivato nelle stanze di potere, potesse risolvere i problemi del Nord, del Paese con un assetto di stabilità, non di continua agitazione e movimento.
Il contrasto più evidente tra quella Lega all’inizio degli anni Novanta e quella di oggi è quasi lampante: da un lato una spinta continua e incessante, ossessiva, verso un rinnovamento spesso proclamato, però a parole, dall’altro il “grigiore” e il troppo “perbenismo” dei nuovi Governatori. Sono due atteggiamenti inadeguati a una vera forza politica. Forse guardando alla parabola della Lega, si può capire ancora di più quella della cosiddetta “seconda repubblica” italiana.



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