SCENARIO/ D’Alema-Renzi e la paura di un “elettore forte”

- Giovanni Cominelli

Nel Partito democratico non c’è tanto la paura del presidenzialismo, ma quella più profonda e realistica dell’avvento sulla scena politica di un “elettore forte”. GIOVANNI COMINELLI

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Massimo D'Alema (Infophoto)

Benché appaia difficile individuare, nelle acque agitate, ma palesemente morte, della palude del sistema dei partiti le cause dei conflitti interni – pulsioni di ambizioni personali frustrate o motivazioni culturali e politiche più alte? – leggere il conflitto Renzi-D’Alema è piuttosto agevole. Accesosi all’epoca del lancio della parola d’ordine della “rottamazione” – D’Alema era indicato in cima alla lista di proscrizione – si era acquietato dopo le elezioni politiche e prima dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. I voti della pattuglia renziana erano determinanti in Parlamento. D’Alema, autocandidato alla presidenza della Repubblica, era corso a Canossa – pardon a Firenze! Il gesto era tanto più clamoroso, perché rompeva il fronte anti-Renzi di Bersani, dei giovani turchi, di Marini e amici ex-dc. L’armistizio – giacché le paci in politica sono rare – è durato poco. Al netto delle ambizioni personali, sempre vive, visto che Napolitano tra un anno o due lascerà lo scranno più alto d’Italia, lo scontro si è riacceso su questioni di fondo politiche e istituzionali.

Renzi si candida a segretario del partito e a premier. La storia non è nuova: lo aveva già fatto Bersani. La coincidenza in unica persona di due funzioni – quella di partito e di governo – è, in effetti, una condizione decisiva di stabilità dei governi in tutta Europa. La distribuzione su due persone delle due cariche – segretario e premier – consente al partito e alla coalizione di governo dei partiti di mantenere una riserva mentale nei confronti del governo. La tensione tra partiti e “loro” governo è strutturale. In Francia è stata risolta con il semipresidenzialismo: il Presidente-segretario scarica quella tensione sul premier, che viene spesso cambiato. Lo scontento che il partito di maggioranza esprime produce il cambio del capo del governo, non quello del Presidente-segretario. In Gran Bretagna la coincidenza è così forte che nel caso di caduta del segretario per dialettiche interne di partito cade anche il premier. Non perciò si va a nuove elezioni immediatamente. Il partito designa un nuovo segretario/capo del governo. Questo schema ha a che fare con il presidenzialismo, il semipresidenzialismo e/o con il bipolarismo politico perfetto. Anche quando quando l’assetto istituzionale non è di tipo presidenzialistico – il caso tedesco – leadership di partito e leadership di governo coincidono. D’Alema è lucidamente contrario a questo schema, difende pertanto la separazione tra le due cariche: quella di partito e quella di governo.

Tutta la cultura politica della Prima repubblica era ed è fissata ossessivamente sulla centralità e sul primato dei partiti nel sistema politico-istituzionale, pudicamente coperta dall’ideologia della centralità del Parlamento. Si scrive “centralità del Parlamento”, ma si legge “centralità dei partiti”. Concretamente, anche quando è entrato in vigore un sistema elettorale maggioritario, gli elettori scelgono i deputati – ma con l’attuale Porcellum non più – ma poi i deputati-di-partito in Parlamento sono loro a scegliere il governo.

La sinistra storica e le correnti della sinistra democristiana confluite nello stesso partito, il PD, hanno sempre difeso il diritto-dovere dei partiti di dire l’ultima parola sul Capo del governo e, se necessario, di cambiarlo nel corso della legislatura. La legislatura iniziata nel 1996 ha designato in corsa Prodi dal 1996 al 1998, poi D’Alema dal 1998 al 2000, poi Amato fino al 2001. Nel 2008 ha fatto cadere Prodi. Nel centro-destra questo problema non si è mai posto: Berlusconi è stato leader indiscusso di partito e di governo. Come è evidente, pesa qui la cultura politica, che ha elaborato la Costituzione del 1948, tutta centrata sul primato esclusivo dei partiti e sul “governo debole”. Democristiani, comunisti, socialisti, liberali hanno condiviso questo schema. Sarebbe troppo lungo qui rievocare le ragioni storiche – lo abbiamo già fatto in altre occasioni – che hanno portato alla costruzione di un assetto istituzionale, che prevede il bicameralismo perfetto, un governo debolissimo – uno ogni nove mesi in media fino al 1996, uno ogni 2 anni e mezzo in media dal 1996 al 2013 – una Presidenza di garanzia e un sistema elettorale proporzionalistico.

Basterà solo ricordare la paura del “ritorno del tiranno”, all’indomani di vent’anni di regime totalitario. Ogni volta che nel dibattito politico italiano fece capolino il tema del presidenzialismo, con conseguente identificazione di leadership di partito e di governo, le scomuniche dei partiti colpirono i tentativi di elaborazione teorica presidenzialismo con l’accusa di autoritarismo, di fascismo, di golpismo. Toccò all’Unione democratica per la Nuova Repubblica fondata il 1° marzo 1964 da Randolfo Pacciardi, espulso dal PRI nel dicembre 1963. Toccherà a Edgardo Sogno, accusato dal giudice Luciano Violante nel 1974 di aver progettato un “golpe bianco”, accusa da cui sarà prosciolto più tardi. Licio Gelli ci riprovò con la P2, che tuttavia si dedicava più che alle riforme istituzionali a ben più lucrosi e loschi affari. La Quinta repubblica gollista fu il punto di riferimento. Va detto che lo stesso Mitterrand, che dal 1981 farà un uso spregiudicato del presidenzialismo, attaccò a suo tempo De Gaulle, accusandolo di perpetrare “un colpo di stato quotidiano”. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ma non per D’Alema, le dernier cri del togliattismo. Anche quando la sinistra arrivò ad accettare un sistema elettorale maggioritario, sull’onda del referendum vittorioso di Mario Segni del 18 aprile 1993, subito, in alleanza con la sinistra dc, si ingegnò a fare una legge elettorale che tenesse conto per il 25% delle esigenze proporzionalistiche dei partiti: ed ecco il Mattarellum, che non a caso prende il nome da un esponente di prestigio della sinistra dc. Ma quand’anche, non legò mai il nuovo sistema elettorale alla necessaria e inevitabile modifica del sistema istituzionale, che continua a far eleggere il capo del governo dal Parlamento, cioè dai partiti.

Oggi, 2013, benchè ormai una parte maggioritaria dell’opinione pubblica, almeno stando ai sondaggi, sia favorevole al presidenzialismo, la sinistra storica e gli ex-dc difendono con le unghie e con i denti il vecchio sistema. Favorevole l’opinione pubblica, perché i governi di centro-sinistra e di centro-destra hanno dimostrato una quasi totale impotenza di fronte alla crisi finanziaria ed economica mondiale, diversamente dai loro omologhi europei. D’Alema difende ostinatamente il “governo dei partiti”, di fronte all’evidenza della loro incapacità e impossibilità di sciogliere gli intrecci corporativi che legano la società italiana. Incapacità strutturale: giacchè i partiti sono i maggiori beneficiari, responsabili nonché rappresentanti del blocco corporativo che sta soffocando il Paese. Lo stesso governo Letta è più il prodotto di un reciproco assedio dei partiti, ai quali il Presidente Napolitano ha imposto un “vincolo esterno”, che gli esponenti del Partito d’azione già auspicavano negli anni ’40. Napolitano si è fatto coraggiosamente cinghia di trasmissione di quel vincolo, stando perigliosamente sul crinale istituzionale oggettivamente ambiguo che separa la presidenza di garanzia da “una presidenza di governo”.

C’è anche una ragione politica, per la quale D’Alema si propone di contrastare l’idea di Renzi: è quella della difesa strenua del governo Letta. Anche Renzi lo difende, si intende, ma con motivazioni diverse. Per Renzi, Letta può traghettarci fuori dalla crisi nel giro di un paio d’anni e farci tornare ad una sana competizione tra sinistra e destra per il governo del Paese. Dunuqe, difesa tattica per l’immediato futuro. D’Alema difende Letta per questa ragione tattica, ma al contempo perché la situazione assegna ai partiti un ruolo centrale. E con ciò torniamo al punto di inizio. Che è molto semplice: dietro la paura del tiranno, sta in realtà quella più profonda e più realistica dell’avvento sulla scena politica di un “elettore forte”. L’elettore forte è quello che con una scheda sceglie il proprio rappresentante in Parlamento e con l’altra scheda sceglie direttamente il Capo dello Stato e di governo. Modello americano? Modello francese? Modello inglese? La discussione ormai ventennale su questi modelli e sulla loro presunta inapplicabilità al sistema politico italiano tradisce la preferenza della sinistra e degli ex-dc per un “elettore debole”. Ad onta di ogni retorica della società civile e della cittadinanza attiva. Grillo crede che basti la Rete. In realtà, la democrazia italiana è arrivata in un vicolo cieco: o riequilibra la gamba del rappresentare con quella del governare o zoppicherà sempre più vistosamente. La storia europea del ‘900 insegna che dal sonno della democrazia – come da quello della ragione – nascono i mostri.

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