SCENARIO/ Il giurista: tutto quello che il Pd non ha capito del voto su Berlusconi

- Stelio Mangiameli

Perché il pronunciamento del Senato sulla decadenza di Berlusconi rappresenta l’ultima spiaggia (al momento) della politica italiana? Lo spiega STELIO MANGIAMELI. Primo di tre articoli

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Perché il pronunciamento del Senato sulla decadenza di Berlusconi rappresenta l’ultima spiaggia (al momento) della politica italiana? Non ci si indigni per questa premessa. Il voto, piaccia o non piaccia, sarà su Berlusconi, ma avrà conseguenze sulla fine, o meno, della politica italiana, prima di tutto di quella del Pd. Nessuna illusione su una maggioranza Pd/M5S, che non è detto che nasca (visti i balletti di marzo scorso) e, ancor meno, che duri. La questione, perciò, non riguarda più la persona di B., i cui fatti personali – anche se gravi – sono assolutamente irrilevanti, ma la sopravvivenza della politica.

È ovvio che l’allontanamento di B. riaprirà una contesa politica di cui il Governo Letta sarà l’epicentro. Ma riflettiamo su quanto è accaduto. La Cassazione ha confermato la condanna inflitta a B. nel processo Mediaset: 4 anni (di cui 3 coperti da indulto) e interdizione dai pubblici uffici, certezza della misura, da rideterminare la durata (originariamente 5 anni).

Delle due la seconda appare essere il vero problema. Infatti, anche se agli arresti domiciliari, il giudice dell’esecuzione nel corso dell’anno di espiazione della pena residua dovrebbe consentire al senatore B. di adempiere al suo mandato, quanto meno per le votazioni più importanti. Invece, l’interdizione precluderebbe a B. la capacità di ricoprire la carica di senatore. Si è detto che il Senato a questo punto debba votare per presa d’atto la decadenza dalla carica di B. per via della condanna (accessoria), come accade anche per consiglieri regionali, provinciali e comunali.

Si è detto, ma non è affatto così. Il Senato è la Camera Alta del Parlamento italiano e non un qualsiasi consiglio. Il Senato è un potere dello Stato (come la Magistratura) ed è la sede della rappresentanza politica; nei suoi atti si riverbera e si mostra la sovranità popolare. Senza bisogno di ripercorrere tutti i compiti attribuiti dalla Costituzione a questa importante Camera, appare chiaro che il suo voto non può essere una presa d’atto, ma sarà determinante della decadenza o della permanenza di B. nel Senato. Questa decisione non è subordinata alla sentenza della Cassazione o di qualsivoglia altro giudice, anche se la sentenza di condanna dei giudici può essere usata come strumento di lotta politica. Come potere dello Stato il Senato è in una posizione pari-ordinata rispetto alla Magistratura, come espressione della sovranità popolare il Senato ha una carica superiore a quella della Magistratura, anche se le sentenze sono pronunciate “in nome del popolo italiano”. 

In conclusione, il voto sulla decadenza di B. dal Senato è una decisione politica assunta secondo il principio maggioritario. So bene che i numeri non aiutano a esprimere un atto di “non-decadenza” di B., per via delle posizioni del Pd, ma dal punto di vista costituzionale una deliberazione del genere appare pienamente possibile e, semmai, esposta ad un eventuale ricorso per conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, la quale – secondo dottrina – non potrebbe che prendere atto (questa volta sì) della decisone del Senato. L’annullamento della deliberazione del Senato, infatti, non sarebbe pensabile senza una valutazione di merito politico che è preclusa alla Corte e meno che mai sarebbe possibile effettuare o comandare una esecuzione in forma specifica della sentenza. Pronunce del genere, mai effettuate, creerebbero i presupposti anche per ulteriori conflitti tra Senato e Consulta. Ma costituzionalmente dove poggerebbe il rifiuto di deliberare la decadenza dal Senato di B.?

A tal proposito, occorre considerare che l’equilibrio tra i poteri dello Stato è stato sempre un problema costituzionale nella storia degli stati moderni. Tutta la vicenda della guerra dei trent’anni (1618-1648), da cui discendono i più importanti principi di diritto parlamentare, compresi quelli dei quali stiamo discorrendo, non sarebbe comprensibile se non alla luce di un equilibrio basato sull’indipendenza dei poteri. Il Costituente italiano applicò i principi dell’immunità prima ancora di scrivere l’art. 68 Cost. (ovviamente nella formulazione originaria), proprio richiamando i principi di diritto parlamentare costruiti a partire dal 1648 e già fatti propri dal vecchio Statuto Albertino.

L’art. 68 Cost., sulle immunità dei parlamentari, era in tal senso una norma ricognitiva di precisi principi formatisi storicamente per assicurare l’indipendenza delle Camere dagli altri poteri; anche la norma dell’art. 66 Cost. (Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità), su cui si baserà la deliberazione del Senato, è da leggere in questa luce come un preciso strumento volto ad assicurare l’indipendenza delle Camere dagli altri poteri dello Stato. In particolare, l’art. 68, nella versione ante 1993, rappresentava una garanzia totale nei confronti della Magistratura, per la quale si poteva parare ogni attacco a un componente delle Camere che poteva tradursi in una menomazione per la Camera stessa.

È dalla modifica di quest’articolo della Costituzione che il conflitto tra Magistratura e politica è diventato ingovernabile e che ha reso la Magistratura un potere più forte degli altri poteri dello Stato, pur non godendo di una diretta legittimazione popolare. Venuta meno questa garanzia per le Camere, abbiamo assistito a tutta una serie di atti che hanno nuociuto alla credibilità del Governo italiano, come l’avviso di garanzia di Napoli insegna. La modifica dell’art. 68 permise la ristrutturazione del sistema politico italiano per opera di “Mani pulite”, ma non ci ha dato né un nuovo sistema, né politici migliori, come il caso del Sen. Lusi ci ha mostrato. 

Vi sono tutte le avvisaglie perché le sentenze (e non solo quella sul caso Mediaset, ma anche le altre che seguiranno) ubbidiscano allo stesso comandamento del 1993 e che sia in atto il tentativo di una nuova ristrutturazione del sistema politico italiano; e che anche questa non sia nell’interesse dei cittadini italiani è facile intuirlo.

Il sistema politico attuale è meno democratico di quanto non fu quello della prima Repubblica. La preoccupazione è che si colpisca di nuovo la politica per ridurre ulteriormente la democrazia. Non bisogna perciò essere un fan di Berlusconi, per comprendere come dal voto sulla sua decadenza dipenda – allo stato – la sopravvivenza della politica in Italia. Sperare, perciò, che il Senato non deliberi la decadenza di B. e attivi la barriera dell’art. 66 Cost., per garantire l’indipendenza della Camera ed elevare un argine contro chi vuole attentare all’attuale sistema politico con un’altra menomazione della democrazia in Italia è un desiderio che nasce dal convincimento che un popolo ha bisogno della politica (anche pessima), tanto quanto della giustizia (giusta).

(1 – continua)

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