DIETRO LE QUINTE/ L’Imu (e l’Europa) salvano Letta da Berlusconi

- Anselmo Del Duca

Si avvicina il giorno del voto in giunta. Enrico Letta intanto fa sapere che se il governo cade gli italiani pagano l’Imu. Ecco gli “attori” del gioco del cerino. ANSELMO DEL DUCA

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Tic tac, tic tac. Il tempo scorre inesorabile. E l’ora della resa dei conti è sempre più vicina. Così, tanto per mettere le cose in chiaro, Enrico Letta ha voluto avvertire i falchi di tutti gli schieramenti che se il governo dovesse cadere gli italiani si troverebbero costretti a pagare l’Imu. Di conseguenza, i responsabili della rottura si troverebbero nella scomoda situazione di doverne dar conto agli elettori. 

Da qui al voto di mercoledì sera nella giunta per le immunità del Senato il gioco del cerino è destinato a diventare frenetico. Pdl e Pd sono ormai irrigiditi sulle rispettive posizioni, incapaci di fare qualsiasi gesto distensivo. Il rimpallo della responsabilità di una rottura sempre più vicina è continuo.

La polemica sul voto segreto ne è l’esempio lampante. Per quanto vituperato, questo istituto costituisce una garanzia della libertà d’espressione dei singoli parlamentari mai realmente messa in discussione da nessuno, nonostante i numerosi episodi di franchi tiratori che punteggiano la storia, anche recente, della politica di casa nostra. Pensare per davvero che si possa modificare il regolamento del Senato alla vigilia di un voto cruciale come quello sulla decadenza del Cavaliere, equivale a una dichiarazione di guerra anticipata senza quartiere. E accodarsi nel chiedere il voto palese ai grillini non può che essere letto dal Pdl come la prefigurazione di una nuova maggioranza. 

Nella giunta il voto sarà palese per regolamento e il suo esito appare scontato, a sfavore di Berlusconi. Toccherà a lui definire poi l’esito della vicenda che lo riguarda. Chiuso nel suo auto-esilio di Arcore, il Cavaliere sembra non avere ancora deciso il da farsi, consigliato in maniera opposta da falchi e colombe.

Il quesito che non ha trovato risposta è se vi sia ancora una via d’uscita. Dal Quirinale Berlusconi non può attendersi gran che, e in ogni caso per ottenere la grazia dovrebbe firmare una domanda, che suonerebbe come ammissione di colpa. Ma questo documento, per trarlo d’impaccio, sono pronti a firmarlo i cinque figli. La grazia, però, non lo metterebbe al riparo da nuove azioni della magistratura. Un aspetto questo che lo preoccupa non poco, visto che da settimane si rincorrono voci che nuovi provvedimenti restrittivi sarebbero pronti a essere emessi da procure come quella di Napoli, dove s’indaga sulla presunta compravendita di senatori che precedette la caduta del governo Prodi nel 2008.

Quadro nero, quindi, in cui l’unica consolazione sono i sondaggi che continuano a confermare alti consensi al Pdl, pronto a ritrasformarsi in Forza Italia. Se si votasse oggi la vittoria del centrodestra sarebbe a portata di mano.

Quel che non è affatto certo è se le urne siano l’unico approdo possibile in caso di crisi di governo. Gugliemo Epifani è stato chiarissimo nel dire che prima bisognerebbe tentare di riformare la legge elettorale, bersaglio anche degli strali del premier. E anche Napolitano non potrebbe che tentare di esplorare la possibilità di dare vita a un nuovo governo prima di firmare il decreto di scioglimento delle Camere. La finestra elettorale di fine novembre, insomma, è più teorica che reale.

Ecco perché gli appelli al senso di responsabilità si moltiplicano, e Letta dalla festa Udc di Chianciano ha adombrato non solo la possibilità che una crisi renda inevitabile il pagamento dell’odiatissima Imu, ma anche che la prossima legge di stabilità possa essere scritta dall’Europa, che ci metterebbe sotto tutela come e più che nel novembre di due anni fa.

Messe le cose in chiaro per quanto riguarda i rischi, però, al premier non rimane altro che sperare e dirsi sicuro che nessuno staccherà la spina al suo governo. Il primo a sapere che le cose non stanno così è proprio lui, che fa mostra di ottimismo, pianificando per le prossime settimane viaggi alla Casa Bianca, alle Nazioni Unite e in Canada, come se nulla fosse.

Il suo partito non l’aiuta in questo, purtroppo. E così lui dice di mordersi la lingua per non entrare nel dibattito congressuale, in cui Bersani ha deciso di scendere in campo al fianco di Cuperlo per frenare l’impazienza di Matteo Renzi. Col voto di mercoledì la situazione di stallo (che i mercati hanno punito con l’emblematico sorpasso dello spread spagnolo sui titoli di stato nostrani) potrebbe sbloccarsi all’improvviso, imprimendo una vigorosa accelerazione su tutti i fronti politici, tutti dipendenti dal ruolo centrale, nel bene o nel male, di Berlusconi.

Dalle sue scelte dipenderanno quelle dei democratici sul congresso, così come il futuro del centrodestra, dove in molti si agitano, dentro e fuori il perimetro del Pdl/Forza Italia. A invocare le primarie per definire il dopo-Cavaliere non c’è il solo Rotondi, ma anche un inedito terzetto, composto da Flavio Tosi, Giorgia Meloni e Raffaele Fitto, che si sono incontrati alla festa di Atreju. L’investitura dall’alto e la successione dinastica non bastano, a scegliere il futuro leader del centro destra dovranno essere gli elettori, dicono. La sfida a Berlusconi e ai suoi fedelissimi è lanciata.

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