DA BERLUSCONI A CRAXI/ I paragoni sbagliati di un’anima (leghista) in pena

- Edmond Dantès

Per Roberto Maroni, il Partito democratico starebbe trattando Berlusconi come all’epoca venne trattato Craxi. Ma si tratta di un paragone che non sta in piedi. EDMOND DANTES

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Bettino Craxi (Infophoto)

E’ ormai l’epoca delle contorsioni e delle acrobazie politiche più spericolate. La frase famosa di Carlo Marx che la storia si ripete sempre “prima in tragedia e poi in farsa”, in questo caso si adatta pochissimo. Il nuovo segretario della Lega Nord e pure Governatore della Lombardia, Roberto Maroni, che cerca di lanciare siluri in qualche modo contro il governo Letta, ieri si è cimentato in questa dichiarazione: “Il Partito democratico sta trattando Berlusconi come all’epoca venne trattato Craxi”. Nel Maroni-pensiero c’è qualche cosa di speculare al Travaglio-pensiero. Si può dire che coesistano una versione di destra e una versione di sinistra (supposta, ma non provata e per nulla convincente) in una lettura storica che vede una sorta di continuità tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Ci scusiamo, con tutto l’affetto e il rispetto dovuto, di fronte a questi due “pensatori” e più che altro di fronte a questi due esperti dello schematismo contemporaneo, nuova teoria vincente nei media della seconda repubblica, ormai morta, sepolta e forse mai nata.

E’ vero che c’è uno sfondo comune, una sceneggiatura quasi identica che si è ripetuta in questi lunghissimi, noiosissimi e funesti venti anni: la magistratura ha dettato, con i suoi interventi, i tempi, l’agenda della politica. Ma tutto questo è avvenuto per due ragioni fondamentali: il ruolo che si è accaparrato la magistratura, non più ordine come in uno Stato democratico, ma potere, e la “fuga” dalla politica della classe dirigente, la sua congenita incapacità e paura, la sua mancanza di visione, la sua inadeguatezza ad affrontare i problemi di un’epoca nuova che interessa tutto il mondo. Ma una volta delineato il backstage, che cosa c’entra la similitudine e la continuità tra Craxi e Berlusconi?

Per spolverare la mente agli smemorati, è bene ricordare che Bettino Craxi fu uno dei leader dell’Internazionale socialista, che, al momento del crollo del Muro di Berlino, sdoganò i comunisti italiani davanti ai leader socialisti europei. Craxi è stato l’uomo dei missili antisovietici, in salvaguardia dell’Alleanza Atlantica, e nello stesso tempo il primo ministro che a Sigonella si oppone con le armi dei carabinieri italiani all’arroganza degli americani dopo la tragica vicenda della nave Achille Lauro. Craxi ancora è l’uomo che indice il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e lo vince con l’81 per cento e pone poi la questione della “grande riforma” dello Stato. Forse il passo più azzardato che gli ha messo contro tutti i veri “palazzi del potere” italiano e internazionale.

Quando agli inizi degli anni Novanta si arriva alla resa dei conti, i media berlusconiani hanno al Tg5 in plancia un ex “craxiano” come Enrico Mentana, che fa il tifo per il manipulitismo. E al Tg4 hanno addirittura il “fido Fede” che piazza un suo inviato, notte e giorno (tale Paolo Brosio oggi folgorato dalla Madonna di Medjugorje), davanti al Palazzo di Giustizia di Milano e fa servizi che sembrano l’ufficio stampa del pool di Mani pulite. Se fa un piccolo sforzo di memoria, Maroni se li può ricordare benissimo quei servizi “oggettivi” (o può rivederli nella teca di Mediaset) e lui, di certo, non pareva contrario alla linea Fede-Brosio per conto dell’editore Silvio Berlusconi. Poi il Berluskaz, come lo chiamava il senatùr Umbero Bossi, vince abilmente le elezioni con un’ammucchiata che gli è stata suggerita da alcuni competenti in marketing e in politica per frenare il radicalismo di Achille Occhetto.

Ma una delle prime mosse che fa uno dei principali luogotenenti del Cavaliere, l’avvocato e senatore Cesare Previti, è quella di promuovere il “giurista” Antonio Di Pietro niente po’ po’ di meno a Guardasigilli, cioè a ministro della Giustizia. L’operazione non riesce e puntualmente, per il ruolo che ormai svolge la magistratura, Berlusconi viene centrato dal primo avviso di garanzia durante un meeting internazionale a Napoli. Il Cavaliere e i suoi uomini cominciano, forse, a comprendere, come si sta delineando il quadro politico italiano, quale nuova ripartizione dei poteri si sta disegnando nel Paese. Ma probabilmente non conosce l’arte della politica che è sostanzialmente fatta di “pensiero e azione”.

Berlusconi caratterizza il ventennio “secondorepubblicano” vincendo diverse volte le elezioni, governando e stando all’opposizione, continuando affare sostanzialmente alcune promesse: una svolta liberale che non si è mai verificata; una riduzione delle tesse, che al contrario si sono moltiplicate; una riforma della magistratura e della giustizia che nessuno ha mai visto, nemmeno in bozza. Che cosa c’entri quindi un paragone tra Craxi e Berlusconi in questa vicenda giudiziaria non è proprio possibile immaginaria, a meno che non si discuta al bar Sport. E l’unica citazione possibile in una simile circostanza è quella di un grande filosofo del Novecento: Antonio De Curtis, principe di Bisanzio, più noto come Totò: “Ma mi facci il piacere!”

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