L’ACCORDO/ Il giurista: operazione d’immagine e senza sostanza

- Lorenza Violini

L’accordo Renzi-Berlusconi ha solo gettato le basi di un percorso tutto da costruire e che presenta alcune domande aperte Sia sul sistema elettorale che sulle riforme. LORENZA VIOLINI

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Dal punto di vista politico-mediatico la cosiddetta intesa Berlusconi-Renzi è stata rappresentata come un grande successo e certamente lo è, visto che sblocca un impasse che durava dall’uscita di Berlusconi dal Governo e che aveva impedito l’approvazione in quarta votazione del progetto di riforma dell’art. 138, via di accesso ad una riforma costituzionale in grande stile, che avrebbe toccato tutti i principali aspetti della forma di governo italiana (Parlamento, Governo, Regioni e qualcos’altro ancora). 

Svanito questo sogno, per ricominciare a sperare in un cambiamento costituzionale forte – se non radicale come quello progettato nel maggio scorso – era necessario ripartire e, con grande intuito politico, Renzi ha individuato il punto di snodo nell’intesa con Berlusconi. Ma si tratta di un inizio, della costruzione dei blocchi di partenza su cui poi posizionare gli atleti per dare il via alla gara, alla corsa contro il tempo, che non sarà breve. 

Quali le tappe? In primis la legge elettorale: quella che si intravede scostando le tendine delle dichiarazioni politiche e dei pochi articoli di giornale che provano a entrare in merito, ha qualche stranezza (ad esempio la distribuzione dei seggi a livello nazionale) e qualche ambiguità, visto che non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena (ad esempio le liste bloccate, per quanto piccole, e le preferenze, su cui Alfano sembra non demordere). Condivisi i fini (non difficili da condividere, ovviamente) della garanzia di governabilità senza moria dei partiti minori, occorre capire come fare. 

Gli strumenti quale la soglia di sbarramento (non troppo alta) e il premio di maggioranza (non eccessivo, pena l’incostituzionalità) ci sono e sono in via di definizione nei loro aspetti numerici. Il vero problema ancora da chiarire è il funzionamento del sistema in quanto tale, se cioè si vuol fare un maggioritario o un proporzionale senza secondo turno, cosa che costringerebbe a costruire la coalizione di governo prima delle elezioni al fine di arrivare all’agognato 35% che si pensa sia la soglia minima per avere il premio. 

Né Berlusconi né Renzi hanno questa forza, e pertanto un po’ stupisce che con grande serenità si apprestino a chiudere le trattative a cui parteciperebbero per telefono (o per sms) anche Alfano e gli altri, ma che si presentano a tutti gli effetti come un loro parto. Il che fa pensare che i giochi siano ancora aperti, che Berlusconi sia contento di essere stato sdoganato e che per questo abbia accettato di non mettere sotto scacco il Governo, che a sua volta pare soddisfatto di intravedere una sopravvivenza non breve. 

Tutto ciò posto, parallelamente al varo della legge elettorale si vuole dare il via alla riforma del Senato e del Titolo V. I progetti di legge − messi sui blocchi di partenza − partirebbero insieme (forse complice anche il fatto che per la prima votazione della modifica costituzionale basta la maggioranza semplice), uno per una corsa breve, l’altro per le 4 votazioni previste dall’art. 138, il che comporta un tempo assai lungo e molte possibili imboscate. Sui contenuti della riforma tutto tace; forse verrà ripescato il lavoro fatto dalla Commissione dei saggi di Letta, il che non è male visto che lì i temi erano stati sviscerati e le alternative messe in chiaro. 

Fin qui tutto bene, dunque. Resta da vedere che cosa uscirà dal cappello del mago, che cosa si nasconde sotto il vestito, e sperare che non si ritorni da capo. 

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