LEOPOLDA & PD/ Renzi e quell’Italia rimasta allo scontro Berlusconi-D’Alema

- Aldo Brandirali

Mentre la Cgil ha sfilato in piazza contro il governo, alla Leopolda di Firenze c’è stato l’evento renziano per eccellenza, che si chiuderà domani. Il commento di ALDO BRANDIRALI

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Massimo D'Alema (Infophoto)

Cinque anni per portare, secondo la visione di Renzi, la forza del cambiamento nella politica italiana, questa è la storia della Leopolda. La ex stazione di Firenze trasformata in centro congressi è ora arredata per i tremila partecipanti del 2014, il palco a forma di garage per ricordare Steve Jobs, quando realizzò il suo primo computer, il Mac.

Renzi in camicia, quattro parlamentari tengono l’incontro, i loro nomi sono poco noti, ma Elena Boschi dirige, ormai è conosciuta come la più tenace renziana, parlano imprenditori che raccontano la costruzione della loro impresa. E Renzi ricorda che ogni anno è stato creato un evento alternativo, da parte di una certa sinistra, in contemporanea alla Leopolda, anche se il convegno veniva ogni anno annunciato molto tempo prima. Questa volta è la manifestazione della Cgil a Roma. Dove interviene Rosy Bindi per dire che la Leopolda è una contromanifestazione. A riprova dello scontro furibondo che si compie nell’area del Pd. A Roma parlano Epifani, Cuperlo, Fassina, Civati, cercando di dare l’impressione che il partito sono loro.

Venerdì sera Renzi ha fatto il bilancio, ha ricordato che cinque anni fa avevano perso, ma poi hanno avuto tenacia, ed ora sono la direzione del Pd, sono al Governo e alla presidenza dell’Europa. E hanno avuto un grande successo elettorale. “Nel 2011 avevamo capito che l’Italia era scalabile — dice Renzi — ovvero che si possono cambiare le cose”. L’idea iniziale era che “ci sono persone che impediscono ai giovani di andare avanti, non restava che andarsene, ma noi invece vogliamo cambiare le cose qui”. E aggiunge: “abbiamo dimostrato che si può cambiare l’Italia, dunque smettetela di fare i gufi, di parlare male di noi, vuol dire parlare male di voi stessi, perché la Leopolda è la nostra gente”.

Oggi (ieri, ndr) si sono riuniti 52 tavoli, ovvero gruppi di dieci-quindici persone, che hanno discusso di tutte le riforme possibili e necessarie, oggi si chiuderà con l’elenco delle cose da fare. 

Ora proviamo noi a ragionarci sopra. Cominciamo con il fondo del Corriere della Sera di sabato, firmato da Galli della Loggia. “Il vuoto intorno al leader”. Già il titolo è pesante, e poi il Corriere parla di più della manifestazione Cgil e dei contestatori in minoranza nel Pd. 

Ma stiamo al ragionamento: dall’interno del Pd è maturata la parola fine all’intero universo ideologico del Novecento italiano e delle sue culture politiche. Renzi viene dalle culture più nobili della nostra storia. Solo lui poteva assaltare la cittadella della conservazione, rifugiata tutta nel Pd dopo il crollo della Dc. Se si vuole cambiare l’Italia la prima cosa è una rivoluzione culturale contro un insieme di stereotipi del passato che hanno il loro habitat elettivo proprio a sinistra. Ma proprio smantellando la sinistra Renzi manda all’aria tutto. Nei fatti smantella anche la destra, che vive di riflesso al potere della sinistra. Per questo Renzi ha poca speranza di essere il ricostruttore. Al suo successo si accompagna la sua solitudine.

Ecco, io non sono d’accordo con Galli della Loggia. Mi è piaciuta, del discorso di Renzi di venerdì sera, la frase “l’Italia, immensa comunità di anime, vuole avere un futuro, per questo si può cambiare”.

Vediamo intanto le persone che animano la Leopolda, sabato hanno parlato 15 imprenditori che raccontano le loro strategie di sviluppo. Dei 52 tavoli citiamo alcuni coordinatori: Davide Serra, Franco Bonifaci, Dario Nardella, Roberto d’Altitonante, Simona Bonafè, David Ermini, Pina Picierno, Nicola Danti, Alessandra Moretti, Debora Serracchiani. Insomma, se Renzi ha la maggioranza nel Pd vuol dire che ha saputo unire molti, e generare una nuova classe dirigente. Questa è la sua vera forza, che Galli della Loggia non prende in considerazione perché ragiona con il metro di Berlusconi e D’Alema. Sono loro a essere soli, nel senso che hanno usato tutto l’individualismo che la logica cinica del potere produce.   

Galli della Loggia conclude con la paura di una deriva autoritaria, ma questo può avvenire solo se si torna al personalismo del ventennio trascorso, mentre se si osservano le persone che possono essere portatori di rinnovamento allora si può ipotizzare che il vuoto che si è formato a destra, anche se viene mantenuto dalla pretesa di Berlusconi di rimanere il leader, infine deve produrre un’alternativa popolare alla sinistra. 

Si lavora adesso per un governo di coalizione, non si deve farlo cadere perché occorrono le nuove regole elettorali e bisogna compiere essenziali cambiamenti. Le forze del centro- destra impegnate nella coalizione di governo sono le più coraggiose, si sacrificano per il bene comune, mentre le trombette della destra di vario tipo si contentano delle urla da opposizione dura e pura. Come Salvini che ha una proposta salvifica: aliquota fiscale al 15 per cento per tutti. Oppure Berlusconi, che sostiene che Renzi non fa nulla mentre proprio Renzi ha fatto più cose in un anno che Berlusconi in venti.

Ciò che manca ancora è una Leopolda dei popolari: occorre una grande amicizia che si mette attorno al tavolo per diventare alternativa costruttiva alla sinistra.

C’è una grande questione da affrontare perché questo possa accadere: l’autocritica dei cattolici. Eravamo presenti, ma non abbiamo saputo correggere l’individualismo dominante nella classe dirigente di centro-destra. In questo può essere valido il ragionamento di Galli della Loggia: Renzi proveniva da un retroterra culturale, mentre nel centro-destra la cultura non è diventata unificante. Il realismo berlusconiano ci ha incantati all’inizio, credendo che fosse l’uomo del fare. Ma ci siamo adattati al sistema aziendalista di Berlusconi, che in tal modo ha umiliato la politica e ha fatto prevalere la pretesa delle carriere personali.

Dico autocritica dei cattolici perché l’impasto iniziale di Forza Italia doveva essere di socialisti, liberali e cattolici. I socialisti non potevano reggere nel bipolarismo cattivo. I liberali sono fuggiti di fronte all’autoritarismo berlusconiano. E i cattolici? Sono scomparsi dentro il realismo, diventato cinismo. La questione del dualismo è stata drammaticamente irrisolta. 

Dualismo vuol dire non credere che Cristo, sorgente della fede, sia dentro il reale, e per questo si crede che le forze che cambiano la storia sono quelle della logica del potere e non le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. Come diceva don Giussani.

Allora avanti “una nuova generazione di cattolici impegnati in politica”, una generazione che accetti la gratuità della missione nella politica; cercare il compenso è giusto, ma cercare l’arricchimento è il contrario del far politica.

Quanto a noi anziani siam pronti a servire, serve l’autorevolezza delle nostre storie. Ma non serve il ritorno, serve l’audacia del cambiamento. Possiamo stare al passo con Renzi, utilizzare la sua spinta al cambiamento facendolo anche nell’alternativa alla sinistra. Magari l’alternativa può anche essere che si faccia con Renzi, se la sinistra lo costringe alla rottura.  

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