STATO-MAFIA/ Mannino: l’interrogatorio di Napolitano è una vittoria di Cosa nostra

- int. Calogero Mannino

Per CALOGERO MANNINO, dietro la scelta di interrogare Napolitano c’è un braccio di ferro istituzionale che nasce dall’ideologia dei pm, svincolata ormai da qualsiasi orizzonte politico

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Giorgio Napolitano (Infophoto)

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, verrà interrogato oggi nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. A salire al Quirinale saranno non soltanto il giudice Alfredo Montalto, presidente della Corte d’Assise di Palermo, ma anche gli avvocati degli imputati Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Giovanni Brusca, Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino. Ne abbiamo parlato con Calogero Mannino, per cinque volte ministro negli anni ’80 e ’90 e a sua volta imputato nel processo sulla trattativa.

Che cosa emergerà dall’interrogatorio di Napolitano?

Per quanto riguarda la questione specifica sulla quale sarà interrogato, il presidente della Repubblica probabilmente risponderà di non sapere altro. E’ quindi inutile per adesso avanzare ipotesi. La testimonianza di Napolitano non ha incidenze negative per gli uomini dello Stato.

Ci sono però conseguenze negative per la figura del presidente della Repubblica?

Le conseguenze sono estremamente negative non soltanto per quanto riguarda il presidente della Repubblica, ma per il profilo stesso delle istituzioni italiane. Un giornalista francese ha affermato che questo interrogatorio è una grande vittoria di Cosa Nostra, perché ottiene di portare il presidente della Repubblica nello stesso Tribunale in cui sono imputati tutti i principali imputati della mafia, da Totò Riina in giù. E’ una valutazione purtroppo condivisibile: Totò Riina interroga il presidente della Repubblica. O meglio, non lo fa personalmente, ma lo fa il suo avvocato.

Lei come ritiene che vada valutata la vicenda della trattativa nel suo complesso?

Gli organi di polizia potevano avere rapporti con Cosa Nostra, ma ciò non significa necessariamente che abbiano avuto delle relazioni vincolanti. E’ probabile che ci siano stati piuttosto dei contatti per ricevere qualche informazione. E’ lo stesso motivo per cui un procuratore della Repubblica istituisce un rapporto con un pentito. Il pentimento garantisce un “ombrello” di impunibilità, tanto per il pentito quanto per il “confessore”. Questo è il punto di contraddizione. Si ammette che un pubblico ministero possa avere un rapporto con un pentito, e non si ammette che un poliziotto possa avere un rapporto con un criminale, in attesa che si penta.

L’utilizzo dei pentiti è da sempre uno dei temi più controversi per quanto riguarda la lotta alla mafia…

Uno degli attacchi che furono fatti a Falcone, quando il governo Andreotti propose il disegno di legge per istituire la Superprocura, era relativo al fatto che si prevedeva la gestione centralizzata dei pentiti. Saltata con l’assassinio di Falcone quell’ipotesi, la gestione dei pentiti è stata frammentata e parcellizzata Procura per Procura. Lo stesso pentito può dire una cosa diversa a Caltanisetta, a Palermo e a Firenze.

 

Interrogando Napolitano, i magistrati vogliono sancire la loro superiorità rispetto alla politica?

Ciò sarà il risultato evidente di questo interrogatorio.

 

Quali sono le origini di questo braccio di ferro tra istituzioni?

Il Codice Vassalli, nell’applicazione giurisprudenziale, ha messo nelle mani dei pubblici ministeri un potere sproporzionato e spropositato. E’ uno dei pochi poteri assoluti che esiste nell’ambito degli ordinamenti e delle istituzioni italiane. Di fatto i pubblici ministeri hanno un potere incondizionato e incontrollabile.

 

In che modo è stato usato questo potere così ampio delle Procure nella lotta alla mafia?

Ci sono episodi ed episodi. Alcuni magistrati hanno usato di questi poteri con molta serietà. Basti pensare all’esempio del Procuratore della Repubblica di Caltanisetta che ha avviato tutto il corso di revisione dei due processi Borsellino, con la condanna di innocenti. Ciò è stato possibile perché il Procuratore di Caltanisetta e i suoi collaboratori hanno riconsiderato con prudenza e sorveglianza il lavoro che aveva fatto invece un altro sostituto, ricercando nei suoi confronti elementi di verifica autentica.

 

Secondo lei complessivamente la lotta alla mafia da parte della magistratura poteva essere condotta più a fondo?

Io non parlerei di magistratura, parlerei di magistrati e magistrati. E parlerei soprattutto dell’orizzonte ideologico in cui si sono cacciati alcuni magistrati. Quando parlo di orizzonte ideologico, mi riferisco a un orizzonte persino peggiore di quello politico. Quando i magistrati erano controllati da Violante ciò avveniva all’interno di un disegno strumentale ma identificabile. Adesso invece alcuni pm sono preda delle ossessioni ideologiche, e la conseguenza è che difetta perfino l’orizzonte politico. E’ davvero la crisi non soltanto della giustizia, ma delle stesse istituzioni repubblicane.

 

(Pietro Vernizzi)

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