LETTERA/ Stato contro Regioni, chi è la “vittima” del centralismo alla Renzi?

- Walter Viola

Stato contro Regioni: lo sperpero delle risorse pubbliche è un pretesto per ridurre l’autonomia o per sopprimere le Regioni o le Province autonomie. Il commento di WALTER VIOLA 

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Caro direttore,
quanto sta accadendo in questi tempi nel nostro Paese a livello politico istituzionale desta non poche preoccupazioni non solo per i conti dello Stato, per la crisi economica e sociale, ma anche per il nuovo corso della politica nazionale che oggi più che mai sembra avere il fiato corto, fa fatica ad interpretare il momento che stiamo vivendo e si sta incanalando su strade molto pericolose. 

Senza addentrarmi in molte riflessioni al proposito, volevo porre sinteticamente l’accento sul neocentralismo statalista che sembra oggi essere uno dei rischi più pericolosi e concreti, rischio del tutto complementare al personalismo sempre più spinto nella politica nostrana. 

In nome della cosiddetta spending review e della sburocratizzazione si sta affermando un disegno che riporta allo Stato centrale tutta una serie di funzioni e di capacità decisionali che fino ad ora erano in capo alle Regioni. 

Certo, le Regioni non sempre e soprattutto non tutte hanno dato prova di saper esercitare al meglio le proprie competenze, ma è altrettanto vero che è tutto da dimostrare che lo Stato sappia fare meglio delle Regioni stesse. Ciò nonostante nel dibattito sui tagli ai bilanci pubblici e sulla riforma costituzionale sembra quasi che il governo voglia accreditare l’equazione “Regioni uguale a sperperi, Stato uguale a maggior efficienza ed efficacia”. 

Non a caso anche personaggi autorevoli della politica nazionale si sono più volte espressi a favore di un riduzione del numero delle Regioni e della cancellazione delle Regioni e Province a statuto speciale. Dal commissario straordinario per la spending review Cottarelli, all’on. Richetti, fino al ministro per le Riforme Boschi, emerge ormai un’aperta ostilità al sistema delle autonomie regionali, siano esse ordinarie o speciali. 

Richetti ha dichiarato anche recentemente che Renzi deve andare fino in fondo nella condivisa proposta di arrivare a dieci Regioni al posto delle attuali 20, eliminando le Regioni e le Province autonome a statuto speciale. E il ministro Boschi ha infiammato l’ultimo giorno della Leopolda renziana, affermando nel suo intervento sulla riforma del Titolo V della Costituzione che sarebbe favorevole “all’abolizione delle Regioni a statuto speciale”. Poco credibile è risultata la successiva parziale smentita della Boschi per placare l’irritazione manifestata al premier dai vari presidenti delle Regioni autonome e in particolare della Serracchiani. E non si può non tener conto del fatto che il ministro per le Riforme è considerata un’autorevole portavoce del Renzi-pensiero. Del resto anche il recente dibattito/scontro tra Renzi e Chiamparino sui tagli alle Regioni ordinarie ha messo in luce quasi un’insofferenza del Governo per il sistema delle autonomie regionali.

A ciò si aggiunge la contrapposizione tra l’ultima Leopolda e la manifestazione promossa con successo dalla Cgil in piazza a Roma, che ha evidenziato come il Pd (e non solo Forza Italia, il Movimento 5 Stelle, in parte la stessa Lega e altri partiti) sia sempre più un “partito persona”, che si dimostra quasi insofferente alla piazza, al confronto democratico, all’autonomia delle Regioni, in particolare d quelle speciali.
Forse ha ragione Ernesto Galli della Loggia quando conclude un suo fondo sul Corriere della Sera osservando che il successo di Renzi “si accompagna alla solitudine. Ma proprio in quella solitudine, bisogna dirlo, c’è qualcosa che inquieta: l’ombra di un rischio, il sentore di un eccesso”. Una solitudine, aggiungo io, che lo isola sempre più non solo nel suo partito, ma rispetto a chiunque rivendichi un’autonomia (sindacati, Parlamento, associazioni imprenditoriali, eccetera). La situazione è preoccupante perché dal fastidio verso ogni forma di autonomia e quindi indirettamente anche per il federalismo e la sussidiarietà (scomparsi dal nuovo lessico della politica italiana), emerge una malcelata insofferenza nei riguardi della democrazia.

Per evitare il “rischio” e “l’eccesso” paventati da Galli della Loggia, sono convinto che oggi la vera battaglia di libertà è rimettere al centro del dibattito i temi dell’autonomia intesa come capacità di assunzione di responsabilità e della sussidiarietà in tutte le sue accezioni. Non solo come antidoti ad un centralismo liberticida, ma anche come riconoscimento, valorizzazione e promozione dei soggetti più vivi e costruttivi presenti nel Paese e da cui dipendono il futuro e la speranza della nostra società anche e soprattutto in questo periodo di crisi.  

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