SCENARIO/ Turci: le Regionali saranno l’inizio della fine di Renzi

- int. Lanfranco Turci

Per LANFRANCO TURCI, la politica tutta chiacchiere futuribili di Renzi continua ad andare a sbattere contro limiti evidenti, e l’alta astensione in Emilia-Romagna né sarà una conseguenza

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Matteo Renzi (Infophoto)

“La politica tutta immaginifica, tutta chiacchiere futuribili di Renzi continua ad andare a sbattere contro limiti evidenti, e i sondaggi che prevedono un’alta astensione alle Regionali in Emilia-Romagna sono una conseguenza di questo dato di fatto”. A sottolinearlo è Lanfranco Turci, presidente della Regione Emilia-Romagna per il Pci tra il 1978 e il 1987. Secondo le previsioni, al voto di domenica prossima parteciperà solo il 50% degli aventi diritto, contro il 68% del 2010 e il 77% del 2005. Questo 18% di elettori che si sono persi per strada va analizzato attentamente perché potrebbe produrre conseguenze molto importanti anche a livello nazionale alle prossime elezioni politiche.

Come si spiega un astensionismo così alto?

L’astensione non riguarderà solo gli elettori del Pd, ma è un discorso più ampio. Nella misura in cui gioca lo scandalo “Spese pazze” è evidente che non c’è solo il Pd di mezzo. Una parte dell’elettorato di centrosinistra dà per scontato che il Pd vincerà, e quindi chi non ha forti motivazioni non sente neanche il bisogno di andare a votare. A pesare a fianco a questo sarà una specifica delusione interna al Pd. Sono queste tre le componenti che determinano un’aspettativa di astensione così alta.

Come vede la sfida per il secondo posto tra Lega e M5S?

Il candidato leghista, sostenuto anche da Forza Italia, si classificherà secondo. Il M5S, pur avendo qualche candidato apprezzabile, vive in uno stato di confusione. Grillo si è cacciato in un vicolo cieco micidiale, e l’immagine di sé che dà il M5S a livello nazionale è quella di una serie di spezzoni allo sbaraglio a cominciare dalle iniziative del gruppo parlamentare. Mi aspetto quindi un risultato negativo per il M5S.

Quanto peserà invece l’“effetto Renzi” sull’astensionismo dell’elettorato Pd?

Anche per le lotte sindacali degli ultimi mesi e per una sinistra Pd che non si riconosce nelle politiche di Renzi, si è determinata una situazione per cui una parte degli elettori, soprattutto quelli provenienti dal Pci, dopo avere votato Renzi alle ultime Europee, questa volta si asterranno oppure voteranno Sel o Tsipras.

Questa insoddisfazione potrebbe manifestarsi anche a livello nazionale alle prossime Politiche?

Sì. Renzi ha già toccato il culmine della popolarità e alcuni nodi cominciano a venire al pettine. E’ in atto una forte protesta dei sindacati che dopo avere chinato la testa per anni, hanno deciso di non lasciarsi “asfaltare” da Renzi. Le aziende in crisi sono sempre più numerose e ciò provoca preoccupazione, paura e scontento per le politiche del governo. Se poi aggiungiamo la rivolta o comunque le tensioni alla periferia di grandi città, nonché il fatto che nell’economia europea una svolta non è ancora in vista, anzi la situazione continua a peggiorare, è chiaro che questo insieme di fattori sta determinando un certo arretramento dei consensi intorno a Renzi. Il presidente del consiglio non può pensare di avere trovato una bicicletta con un motore atomico che avanti senza pedalare.

 

Intende dire che il premier sta vivendo di rendita?

La politica tutta immaginifica, tutta chiacchiere futuribili di Renzi continua ad andare a sbattere contro limiti evidenti. L’unica cosa concreta che sta portando a casa Renzi è il Jobs Act che in termini secchi è una riduzione dei diritti dei lavoratori. Mentre non c’è neppure quell’estensione delle protezioni sociali che era promessa in cambio. Al momento non si parla più della riforma del Senato, che è francamente indecifrabile in termini di logica e di razionalità costituzionale. E così la gente che aveva sperato in un miracolo o nella svolta salvifica incomincia a manifestare alcuni dubbi.

 

Che cosa ne pensa del fatto che la Cisl abbia deciso di non aderire allo sciopero del 12 dicembre, rompendo l’unità sindacale?

La rottura dell’unità sindacale ultimamente è stato il dato dominante, e non è la novità del prossimo 12 dicembre. Questi sono stati gli anni dei contratti separati, degli accordi separati con il governo Berlusconi e con il ministro Sacconi sottoscritti da Cisl e Uil contro Cgil e Fiom. La vera novità del 12 dicembre è piuttosto il fatto che allo sciopero generale aderisce anche la Uil. La Cgil è partita da sola e adesso la protesta si allarga. Vedo quindi una crescita dell’unità sindacale e non una sua rottura.

 

Eppure la Cisl continua a restare in disparte…

Naturalmente la Cisl è un pezzo importante del movimento sindacale e dei lavoratori e questo fatto segnala comunque che esistono delle divisioni importanti. Tuttavia sul pubblico impiego tutti e tre i sindacati hanno la stessa posizione, tanto è vero che hanno espresso grande insoddisfazione per l’ultimo incontro con il ministro Madia.

 

(Pietro Vernizzi)

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